Con Licio Gelli scompare un certo tipo di Italia. Forse (Prima parte)

Giulio Andreotti (5)Scompare a 96 anni suonati, Licio Gelli, il personaggio che nella sua lunga vita è riuscito a intrecciare un’impressionante trama di legami finanziari e politico-clientelari e a gestire dietro le quinte tutta una serie di oscure vicende che hanno marchiato l’Italia del secondo dopoguerra, sulle quali non è mai stata fatta completamente chiarezza e di cui, massonicamente, si è portato nella tomba il segreto.

Gelli era nato a Pistoia nel 1919, in un’Italia appena uscita dalla tragedia della Grande Guerra e dove l’ex socialista Mussolini si apprestava a costituire i “Fasci di combattimento”, in una sala messa a disposizione dal massone ebreo Cesare Goldmann. Destra eversiva e massoneria, insieme all’alta finanza, i grandi amori di Licio Gelli, da coltivare e corteggiare segretamente dietro le quinte, al riparo dai clamori e dalle luci dell’informazione e dei mass-media.

A diciotto anni si arruola volontario nella Guerra civile spagnola; dalla parte dei nazionalisti di Franco, naturalmente. A ventitré è già ispettore del Partito fascista, con l’incarico di curare il trasporto in Italia del tesoro del re di Jugoslavia – appena occupata dai nazi-fascisti – ammontante a 60 tonnellate di lingotti d’oro, 6 milioni di dollari e 2 milioni di sterline. Quando, dopo la guerra, il tesoro sarà restituito alla Jugoslavia di Tito, ci si accorgerà che ne manca un buon terzo: ben venti tonnellate! Che fine hanno fatto? Non si saprà mai ed è solo il primo dei tanti misteri irrisolti nella vita del grande burattinaio. Nel frattempo Gelli aveva dato già prova di grande duttilità di manovra: aderente, prima, alla Repubblica sociale con funzioni di “ufficiale di collegamento” (leggasi: agente segreto), poi riferimento dei partigiani, ai quali distribuiva lasciapassare trafugati e per i quali forniva notizie false al comando tedesco.

Dopo la guerra, si apre il periodo meno conosciuto (o, meglio, “ancor meno conosciuto”) della lunga vita del nostro. Si sa che diventa grande amico del dittatore argentino Peròn e che, forse, è proprio in questo periodo che acquisisce anche la cittadinanza dell’Uruguay (paese di cui, quando verrà inquisito dalla magistratura italiana, farà valere il possesso dell’immunità diplomatica). Fatto sta che, alla caduta del generale Peròn, Gelli riappare in Italia come direttore commerciale della Permaflex di Frosinone, feudo elettorale del suo coetaneo Giulio Andreotti, allora rampante ministro democristiano. I due saranno anche fotografati insieme, al momento dell’inaugurazione dello stabilimento e, per quella foto, Andreotti fu poi costretto ad ammettere che, almeno una volta nella vita, lo aveva incontrato (poi si scoprirà anche un’altra foto ufficiale di Andreotti con Peròn, nella quale, tra i personaggi di contorno, c’era anche l’immancabile Zelig-Gelli).

L’iniziazione di Gelli alla massoneria avvenne nel 1963, presso la loggia Romagnosi di Roma; poi passò alla “Hod”, nella quale raggiunse il grado di maestro.  In poco tempo, il faccendiere toscano riuscì a iniziare numerosi personaggi di spicco, destando l’apprezzamento del Gran maestro Giordano Gamberini che, successivamente, ne fu ammaliato. Nell’ambito del Grande Oriente d’Italia (questo il nome ufficiale della maggiore organizzazione massonica italiana), vivacchiava una loggia speciale che, per statuto, era retta direttamente dal Gran maestro in persona. Gelli convinse Gamberini ad iniziare al di fuori dello specifico rituale massonico i nuovi aderenti, e ad inserirli nell’elenco dei “fratelli coperti” della loggia P2, la cui identità doveva esser nota soltanto al Gran maestro. Nel 1970 tale funzione fu delegata a Gelli dal nuovo Gran maestro Salvini (un’omonimia?) che da allora divenne l’unico a conoscere i nomi dei nuovi iniziati alla loggia.

Ben altre furono le trame nelle quali Gelli fu invischiato proprio in quegli anni. Nel dicembre 1970 fu effettuato il fallito tentativo di golpe da parte dell’ex repubblichino Junio Valerio Borghese. Anni dopo, la magistratura assolse definitivamente tutti gli imputati di sovversione armata a danno dello Stato perché il fatto non sussiste, definendo l’evento il parto di un «conciliabolo di 4 o 5 sessantenni». Qualche tempo dopo, però, emersero fatti molto differenti. Alcune registrazioni, acquisite soltanto nel 1991, dimostrarono che al tentativo di golpe aveva partecipato anche il futuro ammiraglio Torrisi (tessera P2) e lo stesso Gelli, che avrebbe dovuto – addirittura – curare il rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Il segreto di Stato su tali registrazioni era stato posto da Andreotti in persona, che poi si giustificò dicendo che riguardavano parti secondarie dell’inchiesta e che avrebbero gettato discreto su personaggi politici irreprensibili.

Anche per la strage dell’Italicus (12 morti) tutti gli accusati di aver materialmente eseguito l’attentato furono assolti ma il contesto in cui dovevano essere ricercati i mandanti, secondo i vari gradi di giudizio era abbastanza chiaro: matrice neo-fascista con implicazioni massoniche della P2 (vedi dichiarazioni degli estremisti di destra Affatigato e Cauchi, nonché il materiale ritrovato in casa del noto esponente di AN Stefano Delle Chiaie).

Tutte queste trame cominciano a destare sospetti anche all’interno della massoneria. Nel dicembre del 1974, il Gran maestro Salvini decreta lo scioglimento della secolare loggia P2 e la ridistribuzione dei suoi tesserati. Gelli rimane disoccupato, ma per poco.  Tornerà in auge, anzi, più forte di prima. Dietro le quinte, pilota un tentativo di destituzione del Gran maestro e contemporaneamente si accorda con lo stesso Salvini, garantendogli il mantenimento della “gran maestranza”. In cambio, la P2 viene ricomposta, con Gelli “maestro venerabile” e, successivamente, una delega per promuovere tutte le attività di interesse e di utilità per la massoneria, rispondendo unicamente al Gran maestro (che – come detto – dipendeva da Gelli, per la permanenza o meno al vertice della massoneria).

Nel 1977, il governo Andreotti promuove la riforma dei servizi segreti con la costituzione del SISMI e del SISDE. Due al posto di uno; anzi tre, perché si prevede anche il CESIS, con funzioni di “coordinamento”. Ma chi nomina ai vertici dei tre organismi? Toh: tutti personaggi iscritti alla loggia P2! Ed è proprio con il concorso di un generale del SISMI, Pietro Musumeci, che Gelli tenta il depistaggio delle indagini per la strage alla Stazione di Bologna (1980), che causò 89 morti. Fa sistemare sul treno Taranto-Milano una valigia carica di armi, esplosivi, munizioni, biglietti aerei e documenti falsi e si guadagna la sua unica condanna definitiva.

Tra gli affiliati alla P2 c’è anche un attivo finanziere siciliano, tale Michele Sindona. Nel 1979, una delle banche del suo gruppo (la Banca privata Italiana) si trova in cattive acque perché non riesce a recuperare ingenti capitali di “denaro sporco”, investito per conto di boss mafiosi. Il “fratello” Sindona, allora, si rivolge al suo venerabile maestro Licio Gelli, chiedendogli di intercedere presso i suoi referenti politici, in particolare, Giulio Andreotti. Eppure, cinque anni prima, lo stesso Andreotti aveva definito Sindona “il salvatore della lira”! Così in basso era caduto in pochi anni, il finanziere siciliano e così forte l’influenza del maestro venerabile sul “divo Giulio”? Misteri che sono rimasti tali.

Per le trame di Gelli con o contro il Vaticano, con il concorso/utilizzo degli affiliati P2 Mino Pecorelli e Roberto Calvi, abbiamo già detto negli articoli “Massoneria e Vaticano” (prima e seconda parte), pubblicati in precedenza su InLibertà.

Il 17 marzo 1981 ci fu il rinvenimento della lista dei 962 affiliati alla loggia e lo scandalo conseguente.

di Federico Bardanzellu

Nella foto, Licio Gelli (al centro) con Giulio Andreotti (a destra) all’inaugurazione dello stabilimento Permaflex di Frosinone

fonte: Wikipedia

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