Un debito lungo 24 anni

BorsellinoChi era

L’11 settembre 1958, Paolo Borsellino si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Palermo con numero di matricola 2301. Dopo una rissa tra studenti simpatizzanti di destra e sinistra, finì erroneamente in tribunale dinanzi al magistrato Cesare Terranova, cui dichiarò la propria estraneità all’accaduto. Il giudice sentenziò che Borsellino non fosse implicato nell’episodio. Il 27 giugno 1962, all’età di ventidue anni, Borsellino si laureò con 110 e lode con una tesi su “Il fine dell’azione delittuosa” con relatore il professor Giovanni Musotto. Pochi giorni dopo, a causa di una malattia, suo padre morì all’età di cinquantadue anni. Un trauma molto forte che seppe, intelligentemente saperlo indirizzare positivamente nella cura della sorella Rita per la gestione della farmacia di famiglia. Eppure Paolo veniva dal quartiere popolare della Kalsa, dove, durante le tante partite a calcio nel quartiere, conobbe Giovanni Falcone, più grande di lui di otto mesi. Per Paolo l’obiettivo fu quello di entrare, nel 1963, nella magistratura italiana, classificandosi venticinquesimo sui 171 posti messi a bando, divenendo il più giovane magistrato d’Italia.

Di cosa stiamo parlando?

Che Paolo Borsellino, reduce di un contesto malfamato, orgoglioso e consapevole della persona che era, uomo pulito ed onesto, cominciò l’indagine sui rapporti tra i mafiosi, fregandosi delle ripercussioni, ma soprattutto della strada a cui l’avrebbe portato.

Cominciò l’indagine avviata dal commissario Boris Giuliano (ucciso nel 1979), lavorando sempre insieme al capitano Basile. Intanto tra Borsellino e Rocco Chinnici, nuovo capo dell’Ufficio istruzione, si stabilì un rapporto di adozione non soltanto professionale. Il 29 luglio 1983, Chinnici rimase ucciso nell’esplosione di un’autobomba insieme a due agenti di scorta e al portiere del suo condominio. Caponnetto decise di istituire presso l’Ufficio istruzione un “pool antimafia“, ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso e, lavorando in gruppo, essi avrebbero avuto una visione più chiara e completa del fenomeno mafioso e, di conseguenza, la possibilità di combatterlo più efficacemente. Caponnetto chiamò Borsellino a fare parte del pool insieme a Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Le indagini del pool si basarono soprattutto su accertamenti bancari e patrimoniali, vecchi rapporti di polizia e carabinieri ma anche su nuovi procedimenti penali, che consentirono di raccogliere un abbondante materiale probatorio. Nello stesso periodo, Giovanni Falcone iniziò a raccogliere le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, la cui attendibilità venne confermata dalle indagini del pool. Il 29 settembre 1984 le dichiarazioni di Buscetta produssero 366 ordini di cattura, mentre il mese successivo quelle di Contorno portarono ad altri 127 mandati di cattura in tutta Italia.

L’esilio

falcone-borsellino

Per ragioni di sicurezza, nell‘estate 1985 Falcone e Borsellino furono trasferiti, insieme alle loro famiglie, nella foresteria del carcere dell’Asinara per scrivere l’ordinanza-sentenza di 8000 pagine che rinviava a giudizio 476 indagati in base alle indagini del pool. Assurdo è che per tale periodo, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria italiana richiese poi ai due magistrati un rimborso spese ed un indennizzo per il soggiorno trascorso. L’Italia dei “Malavoglia” cominciò a dare i primi segnali di dissenso. Non dimentichiamoci che Falcone e Borsellino riservarono, direttamente ed indirettamente alle loro famiglie, periodi molto forti, ma il rispetto istituzionale, o meglio dire civico, portò ai componenti di ogni nucleo familiare a condividere questa scelta coraggiosa, che avrebbe portato a destabilizzazioni sociali e personali.

1986-1987-1988

Il 19 dicembre 1986 Borsellino chiese ed ottenne di essere nominato Procuratore della Repubblica a Marsala. La nomina superava il limite ordinariamente vigente del possesso di alcuni requisiti principalmente relativi all’anzianità di servizio.

Nel 1987, mentre il maxiprocesso di Palermo si avviava alla sua conclusione, Antonino Caponnetto lasciò il pool per motivi di salute e tutti (Borsellino compreso) si attendevano che al suo posto fosse nominato Falcone, ma il Consiglio Superiore della Magistratura non la vide alla stessa maniera e il 19 gennaio 1988 nominò Antonino Meli.

Borsellino parlò allora in pubblico a più riprese, avendo il coraggio di raccontare quel che stava accadendo alla Procura della Repubblica di Palermo. In particolare, in due interviste rilasciate il 20 luglio 1988 a la Repubblica ed a L’Unità, riferendosi al CSM, dichiarò tra l’altro espressamente: «si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all’Ufficio[…] hanno disfatto il pool antimafia[…]hanno tolto a Falcone le grandi inchieste[…]la squadra mobile non esiste più[…] stiamo tornando indietro, come 10 o 20 anni fa».

C’era un lavoro dietro che aveva portato Borsellino e Falcone a stare svegli notti intere e, non in ultimo, rischiare la vita per il Paese, ma di tutto questo il velo dei media, il plafond politico, non ebbe nessuna reticenza ad avviare una manovra di sabotaggio verso gli  stessi, e verso il pool. La Mafia e la stessa criminalità dei colletti bianchi si stavano accorgendo, che questi “giudici  onesti” non solo stavano lavorando seriamente, ma stavano cominciando ad arrivare a trattative e nomi che, per il buon costume dell’elettorato politico italiano della Prima Repubblica, non potevano essere accusati e nominati. Troppi interessi. E non solo di interessi soci- politici, ma anche economici che dovevano essere tutelati e salvaguardati ad ogni costo, e ad ogni prezzo.

L’addio a Giovanni Falcone

Il 23 maggio 1992, in un attentato dinamitardo sull’autostrada A29 all’altezza di Capaci, Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo persero la vita. Paolo Borsellino porta la bara di Falcone nell’atrio del Palazzo di Giustizia adibito a camera ardente. Poggiato il feretro, si rivolge ai suoi colleghi indicando le bare:

«Chi vuole andare via da questa Procura se ne vada. Ma chi vuole restare sappia quale destino ci attende. Il nostro futuro è quello. Quello lì». La perdita non solo dell’amico fraterno, ma della sua controparte onnisciente.

Le parole di Paolo Borsellino pronunciate il 23 giugno 1992, alla commemorazione di Giovanni Falcone organizzata dall’Agesci di Palermo, nella parrocchia di S. Ernesto, nel trigesimo della strage di Capaci:

«La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. »

Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. Una Fiat 126 imbottita di tritolo che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre il giudice anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

I funerali privati

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Il 24 luglio circa 10.000 persone parteciparono ai funerali privati di Borsellino (i familiari rifiutarono il rito di Stato; la moglie Agnese Borsellino accusava il governo di non aver saputo proteggere il marito, e volle una cerimonia privata senza la presenza dei politici), celebrati nella chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac, disadorna e periferica, dove il giudice era solito sentir messa, quando poteva, nelle domeniche di festa. L’orazione funebre la pronuncia Antonino Caponnetto, il vecchio giudice che diresse l’ufficio di Falcone e Borsellino: «Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi».

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« Io accetto la… ho sempre accettato il… più che il rischio, la… condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli.
Il… la sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in… in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me.
E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare… dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro ».

24 anni

Sono passati ventiquattro anni, una nuova generazione si è consolidata. Nuovi governi italiani, nuovi scandali, arresti e tantissima insicurezza. La domanda che ci poniamo spesso è:  cosa avrebbe scosso l’attentato di Paolo Borsellino? Di certo, la morte del Giudice Borsellino, non ha nulla a che vedere con l’auto-golpe (?) di Erdogan, o con la strage di Nizza. Occorre distinguere la realtà consapevole, con il palcoscenico mediatico attuale. Nessun attacco, soltanto dati di fatto. Decidere di essere politicamente onesti ed estranei a qualsiasi gioco di potere, oggi richiederebbe un corso full time universitario per le giovani generazioni. Ma oggi di questo debito cosa se né fa?

Grazie Paolo.

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