Non siamo più il Bel Paese amato dagli stranieri 

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Qualche giorno fa abbiamo avuto l’ennesima prova che la nostra capitale è sempre meno all’altezza della gloria che la sostiene da secoli. La politica nostrana, sempre meno efficiente e meno lungimirante, offre vie spianate per uscire dalla città ma, evidentemente, non altrettante di ospitalità e accoglienza per entrarci.

Roma, solo terza, perde la sfida per ospitare Expo 2030: è Riyad la città vincitrice mentre la Corea del Sud si è aggiudicata il secondo posto. L’area destinata all’Expo, situata nella periferia orientale di Roma a Tor Vergata, aveva ricevuto ampio sostegno politico ma purtroppo non è bastato. Giorgia Meloni e Roberto Gualtieri avevano promosso l’Expo 2030 come pilastro per la rinascita di Roma, nonostante le preoccupazioni che i grandi eventi possano lasciare dietro sé come debiti e disordini economici.

Purtroppo, però, la Città Eterna ha perso; l’ambasciatore Giampiero Massolo, Presidente del comitato promotore, ha parlato di “deriva mercantile” nella decisione sull’Expo ma, a nostro avviso, il problema non è solo questo.

Pochi si sono fermati a riflettere se il lavoro svolto dal comitato organizzatore fosse stato davvero all’altezza della sfida e se la gloriosa Roma fosse realmente pronta per un evento così imponente. 

Un verità sotto gli occhi di tutti 

L’incapacità di Roma di prepararsi adeguatamente, in sei anni, per un evento come l’Expo era palese non solo per gli addetti ai lavori ma anche per un qualsiasi cittadino. Basta guardare soltanto i trasporti pubblici che, ad oggi, rappresentano un ostacolo insormontabile per gli spostamenti agevoli del cittadino.

Cosa più desolante, oltre al declino metropolitano, è l’apparente assenza di una visione comune, di una leadership capace di guidare la capitale e il Paese verso l’innovazione e la prosperità senza dimenticare le proprie radici.

Le nuove sfide 

Dopo il rifiuto dell’ex sindaco pentastellato Virginia Raggi di candidare Roma alle Olimpiadi di Roma 2024 e dopo la cocente sconfitta di Roberto Gualtieri per EXPO 2030, la sfida ora è non solo quella di riconquistare la fiducia delle comunità internazionali, ma anche di ritrovare la propria identità.

Per riuscire nell’obiettivo, è necessaria una vera svolta nella gestione della politica locale, altrimenti il rischio di essere un paese poco affidabile, sia economicamente che strutturalmente, diventerà sempre più concreto.

Tormentarsi nel vittimismo non serve

È un dolore aver perso l’Expo? Forse no. Di fronte alla prospettiva di una città che sarebbe stata un cantiere ininterrotto per sei anni a scapito dei cittadini e della loro quotidianità, la sconfitta può offrire un insegnamento importante. 

La città ha bisogno di manutenzione, di cure quotidiane, di trasporti efficienti, di pulizia e di decoro ambientale. Solo così Roma può sperare di tornare ad essere competitiva in un contesto internazionale. Sognare di risolvere i problemi strutturali attraverso un grande evento è solo un’illusione.

Se una città funziona, se è gestita correttamente, diventa degna di considerazione. Altrimenti, se è abbandonata a sé stessa, nessuno investirà un centesimo e questo è quanto è successo a Roma, un’amara lezione che speriamo serva a cambiare.

Un faro di speranza 

Nonostante il duro colpo, c’è una luce di speranza nel cuore dell’Italia.

Questa sconfitta può essere il punto di partenza per una profonda riflessione su come gestire il futuro delle nostre città e del nostro Paese, imparando dagli errori.

Sì, ci attendono sfide e sacrifici, ma ogni sfida superata renderà l’Italia più resiliente, più preparata a fronteggiare le avversità future.

Del resto, l’Italia è stata, è e sarà sempre un faro di arte e cultura.

E se la storia ci ha insegnato qualcosa è che l’Italia sa rialzarsi e risplendere con una nuova luce, più brillante e radiosa di prima.

Fonte foto: archivio InLibertà

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