Lo scemo del villaggio

lo scemo

Nella varietà dei tipi umani ricorre spesso la figura d’un minorato psichico che, senza potersi considerare folle, manifesta stranezze comportamentali, incoerenze di pensiero e di linguaggio, inadeguatezza ai compiti più umili. Si trascina nelle ristrettezze della povertà estrema e nella solitudine, per lo più mendico, talora infimo servo, qua e là parlando a vanvera oppure recitando misteriose tiritere che nessuno capisce o che suscitano ilarità.

Spesso in queste farneticazioni si cela un messaggio, un’implorazione, un sogno, un’invettiva: momenti di confessione che a loro volta rivelano sconcertanti verità, attingendo all’intima sofferenza, allo smarrimento, al bisogno d’aiuto. È quello che, nella diffusa ignoranza delle cose della psiche, chiamiamo lo scemo del villaggio. Un povero cristo che si assegna il compito di divertire quando non suscita disprezzo.

Cosimo “u babbu”

Tale era Cosimo “u babbu “, contadino di bassa forza, addetto a sporadiche umili mansioni nell’azienda agricola di un mio prozio in un paese dell’entroterra calabro, ai tempi della mia infanzia. Quando, nelle ricorrenze familiari in cui parenti e vicini si riunivano per un pranzo sull’aia, giungeva il momento del divertimento, si chiamava Cosimo per rallegrare la compagnia con le sue esibizioni.
E Cosimo, puntuale, recitava la sua parte.

Iniziava con uno strampalato indirizzo di saluto che un tale principino Varapodio rivolgeva, suo tramite, agli astanti. Poi accennava ad un giro di danza e ad un immaginario passo militare e concludeva promettendo doni ai presenti. A questo punto il copione prevedeva che uno dei presenti lo apsostrofasse dicendogli: “ma che c… prometti tu che non possiedi niente!” E Cosimo rispondeva: “nun è beru che nui povareri nun avimu nenti, avimu la fami, la frevi e la fatica, ma nn’aiutamu cu la pacenzia e la bona voluntà, e simu contentissimi puru ancora“.
Traduco dal dialetto la frase – sinu contentissimi puro ancora- che significa – Nonostante tutto ci accontentiamo. Tutti applaudivano fra le risate e gli facevano dono d’un bicchiere di vino.

Ma chi era Cosimo?

Da quel giorno in cui fui presente allo spettacolo, Cosimo scomparve, ma lo sostituivo io, ragazzino dalle notevoli capacità imitative, e ripetevo le ridicole movenze e il testo integrale del discorso con grande successo e mia soddisfazione.

Quel modesto numero del teatrino di famiglia mi ritorna in mente a distanza di lustri con ben altra valenza.
Allora non potevo capire, ma oggi la riflessione mi suggerisce altri significati.

Lo smarrito Cosimo non si imbarcava in una ritualità senza senso per compiacere i suoi padroni, seguiva invece un suo preciso intento nel quale si mescolavano protesta, sberleffo, orgoglio e riscatto.

Blandiva i presenti e la loro presunzione portandoli al livello del nobile principe Varapodio, si prendeva gioco di loro costringendoli ad assistere ad una assurda pantomima che riteneva degna della loro stupidità e, infine solidale coi poveri come lui, celebrava le virtù della pazienza e della buona volontà e terminava in una inattesa celebrazione della bellezza della vita ad onta d’ogni spietatezza della sorte.

Uno della mia terra

Non faccio un esercizio di mal digerita sociologia.
Non estraggo dal bagaglio della cultura il mito inattendibile del buon selvaggio, né la retorica della genialità della follia, né indulgo alla pietà generosa.

Dico soltanto che dinnanzi alla mia ingenua adolescenza e alla mediocrità d’un certo ceto e d’una certa subcultura si era palesata la grandezza impensabile d’uno degli ultimi, il suo silenzioso eroismo.
E sono orgoglioso che fosse uno della mia terra.

Foto di ivabalk da Pixabay

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