Azienda Italia, il boom della crescita e dell’export non si coniuga con una maggior efficienza

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Azienda Italia. Abbiamo evidenziato nell’ultimo articolo di economia che nell’ultimo trimestre, l’Italia è cresciuta più della Germania, della Francia, della Spagna e addirittura della Cina. Mai ci era accaduto nell’ultimo quarantennio. La crescita annua è stata infatti del 3,7%, smentendo tutte le previsioni.

Nell’ultimo triennio il nostro export ha avuto un boom: + 8,8. Anche in questo caso superiore a quello dei nostri partners europei e della Cina. Abbiamo però anche evidenziato che a fine 2021 si contavano 2,3 milioni di disoccupati. A questo dato si aggiungeva un numero di “inattivi” che, secondo l’ISTAT, sfiora i 3 milioni. In totale, un esercito di oltre 5 milioni di senza lavoro.

Azienda Italia, aumentano i senza lavoro ma anche i posti vacanti

Sembrerebbe quindi che le imprese italiane abbiano attraversato una specie di selezione darwiniana. Sono sopravvissute le più forti, quelle meglio gestite, le più capaci ad adattarsi alla tempesta. Ma licenziando o sotto pagando i lavoratori. Gli espulsi sembrano essere diventati sempre più sfiduciati e demotivati. Tanto da non risultare nemmeno “in cerca di occupazione” nei dati ISTAT. Sono diventati “inattivi”.

Non è nemmeno detto che riorganizzandosi con meno addetti il sistema sia diventato oggettivamente efficiente. La società Randstad Research ha infatti analizzato l’incontro tra domanda e offerta di lavoro nei diversi settori e territori ottenendo gli spostamenti della cosiddetta ‘curva di Beveridge‘. Misurando la variazione percentuale del tasso dei posti vacanti al variare della disoccupazione. È questo lo strumento che indica l’efficienza del mercato del lavoro.

La ricerca ha evidenziato come in Italia, nella doppia crisi vissuta tra il 2005-2009 e il 2015-2019, si sia verificato un forte aumento sia del tasso di disoccupazione che dei posti vacanti.

Disoccupazione di lunga durata e scoraggiamento le cause della ‘deprofessionalizzazione’ dei profili professionali

La ripresa del lavoro 2022 sconta l’eredità del blocco del periodo Covid. Il tasso di disoccupazione, che resta comunque alto, ha avuto una ripresa. Ma il numero di offerte di lavoro scoperte è continuato a crescere. Oggi, ogni 100 disoccupati in meno si contano mediamente 24 posti vacanti in più.

Una delle motivazioni emerse dallo studio della curva di Beveridge italiana sarebbe il crescere della disoccupazione di lunga durata. Ciò ha causato una deprofessionalizzazione dei profili. Nella classifica dei disoccupati tra 6 mesi e un anno, l’Italia è allineata alla media Ocse. Ma è al primo posto per i disoccupati da più di 6 mesi. Questo bacino, infatti, comprende quasi il 70% del totale delle persone senza lavoro contro il 33% della media europea.

Alla fine del 2021, il 51% dei disoccupati italiani non lavorava da più di 12 mesi. Il 20,4% del totale non lavorava da più di 3 anni. Sono dati che fanno accapponare la pelle. A ciò si aggiunge il problema dei 3 mln di “inattivi”. Tra costoro prevalgono i giovani e le donne in età lavorativa. Ma anche gli uomini vicini all’età della pensione. Anche questo è uno dei motivi dell’elevata difficoltà di reperimento delle figure professionali necessarie da parte dei datori di lavoro.

Azienda Italia, il divario occupazionale tra nord e sud è ancora elevatissimo

Il modello econometrico evidenzia ancora una volta il divario regionale. I disoccupati da più di 30 mesi sono infatti concentrati in alcune regioni del sud. Con Calabria e Sicilia in coda alla classifica del rapporto disoccupazione/posti vacanti. Inoltre in tutto il meridione gli scoraggiati predominano sui disoccupati. In Basilicata e Molise la percentuale raggiunge il 70,9% e il 65,9%. La maggiore efficienza nel rapporto domanda-offerta di lavoro si riscontra invece in Trentino-Alto Adige, Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia.

Sempre tenendo conto del rapporto domanda-offerta di lavoro, ci sono anche profonde differenze tra i settori. Tra i comparti meno efficienti, troviamo le industrie manifatturiere, le costruzioni, il commercio, la ristorazione e la riparazione di autoveicoli. Quest’ultimi sono settori che fanno ampio ricorso alla manodopera immigrata, spesso in nero che sfugge perciò ai dati statistici.

Paradossale inoltre la situazione di due settori. Quello dell’informatica, dove troviamo scarsissima disoccupazione ma grande difficoltà di reperimento. E quello della ristorazione, dove insieme a una difficoltà di reperimento si associa un’elevata disoccupazione.

Azienda Italia, serve maggior formazione e capacità di incrociare domanda e offerta lavoro

Il mercato del lavoro italiano diventa sempre meno efficiente per l’incapacità dei servizi per l’impiego di incrociare domanda e offerta di lavoro. Le cause strutturali sono gli aspetti retributivi, demografici e sociali del sistema Italia. Soprattutto l’inadeguatezza di percorsi formativi, poco orientati alle professioni richieste dal mercato. E non al passo con l’innovazione tecnologica. A ciò si aggiunge quanto già si è detto circa il fenomeno della disoccupazione di lunga durata.

Sembra che esista un circolo vizioso che lega le basse competenze dei giovani al contesto occupazionale di appartenenza. I dati indicano una correlazione tra i tassi di disoccupazione regionali e i risultati dei test Invalsi. Dove la disoccupazione è più alta, i test Invalsi evidenziano i risultati peggiori.

Sarebbe fondamentale che i lavoratori acquisiscano le competenze che servono alla domanda. Le leve da cui ripartire sono principalmente il rilancio delle politiche contro l’abbandono scolastico e la formazione dei disoccupati e degli inattivi. Ciò consentirebbe di migliorare l’occupabilità dei lavoratori e facilitare le transizioni occupazionali.

Foto di joffi da Pixabay

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