Che Primo Maggio è senza fave e pecorino?

fave pecorino

Le fave devono essere crude, giovani e freschissime, il pecorino quello romano, con la buccia nera: è il Primo Maggio romano.

Per un romano, di nascita o d’adozione, è un rito interclassista immancabile e state pur certi che un pezzetto di pecorino ed un mucchietto di fave fresche crude, magari impiattati in modo originale ed elegante, lo troverete anche nei menù del Primo Maggio dei ristoranti stellati e vi toccherà assaggiarne almeno un boccone: se no che Primo Maggio è?

Quella delle fave crude e del pecorino è una tradizione che a Roma, e non solo, si ripete da tempo immemorabile e come spesso accade ne sono andati smarriti l’origine ed il significato: si fa perché è usanza.

Ripercorriamone brevemente le origini.

Le fave

La «Vicia faba», uno dei legumi più antichi, è risalente all’età del bronzo e del ferro e da noi è arrivata, passando per il Nordafrica e la Grecia, dalla Persia.

A decretarne la diffusione ed il consumo, oltre ad una buona resa per ettaro, sono state sia le proprietà nutrizionali, sia per la specie umana sia come foraggio (fresche hanno una buona quantità di proteine e sono ricche di ferro, potassio, magnesio, rame, selenio e vitamine, soprattutto A e C) sia quelle agricole, risultando, grazie alla loro capacità di fissare l’azoto, una tipica coltura miglioratrice specie laddove si utilizzi il «sovescio», cioè il suo interramento.

Nelle tecniche arcaiche, recuperate oggi in funzione ambientale, la loro coltivazione era quindi associata a quella del frumento.

La farina di fave, mescolata a quella farina di frumento ne aumenta (senza il ricorso alla farina di ortotteri) il contenuto proteico e tale tecnica è conosciuta sin dall’antichità.

Ne parlò infatti anche Plinio il Vecchio nella sua «Naturalis Historia» dove affermava: «Sequitur leguminum natura, inter quae maxime honos fabae, quippe ex qua temptatus sit etiam panis lomentum appellatur farina ex ea, adgravaturque pondus illa et omni legumine, iam vero et pabulo, in pane venali» (Segue la natura dei legumi, fra questi soprattutto della fava, poiché da essa si è tentato anche il pane. La farina (ottenuta) da essa è detta lomento, e con quella e con ogni legume viene aumentato il peso, invero anche col foraggio, nel pane che si vende).

Accanto ai significati religiosi legati al culto dei morti su cui ci siamo intrattenuti tempo fa e malgrado la diffidenza della scienza medica arcaica dovuta all’influsso della Scuola Pitagorica che ne vietava il consumo (probabilmente perché Pitagora era inconsapevolmente affetto da favismo) le fave, grazie alla forma del loro baccello, sono state da sempre associate alla fertilità e alla sessualità.

L’ultimo verso della popolare canzone tardo ottocentesca «Fiori trasteverini», resa celebre dalle interpretazioni di Gabriella Ferri e Lando Fiorini, recita infatti: «Qui se vonno comprà tutto, pure er sole e l’aria fresca, ma la fava romanesca la potemo arigalà» con una chiara allusione sessuale.

Il pecorino romano

Le origini del «Caseus» romano, il nome del prodotto del latte che nel linguaggio comune verrà sostituito nel medioevo da formaggio (da «formaticum» derivato a sua volta da «caseus formatus»), sono assai probabilmente antecedenti alla stessa fondazione di Roma visto che gli Etruschi, come attestano i rinvenimenti archeologici, padroneggiavano la tecnica casearia e lo stesso si può dire di Sabini, Osci e Latini: i popoli che, con solide tradizioni pastorali, si contendevano la zona in cui è poi sorta Roma.

Un legame, quello dei Romani con la proprie origini agro-pastorali, che non s’interruppe neppure con quell’espansione civile e militare che fece di Roma il centro di una potenza che per quasi un millennio dominò tutto l’Occidente.

La Roma antica infatti era punteggiata dagli Horti (solo per citare i più famosi ne ebbero di sontuosi Cesare, Antonio, Clodia, Tito, Agrippina, i Flavi, Domizia, Lucullo, e Sallustio) e da ville urbane e suburbane i quali, oltre che una funzione residenziale, che nel tempo li trasformò in ville sontuose arricchite di giardini ornamentali, ninfei, fontane e padiglioni per lo svago, mantennero la loro originaria finalità produttiva garantendone la relativa autosufficienza dal punto di vista alimentare.

Le greggi a Roma erano ben tollerate al punto da potersi parlare di pastorizia urbana ed il formaggio di pecora, prodotto quasi esclusivamente da casari sabini, etruschi e vestini, entrava a buon diritto nella dieta quotidiana dei Romani che lo consumavano prevalentemente durante lo «jentaculum», la prima colazione.

Scriveva Marziale nei suoi epigrammi: «Si sine carne voles ientacula sumere frugi, Haec tibi Vestino de grege massa venit» (Se vorrai fare una colazione leggera senza carne ecco il formaggio che viene dalle pecore vestine).

I Floralia

La dea Flora, venerata dai Sabini e dai Vestini, era la divinità osco-sabina della fioritura dei cereali e degli altri vegetali commestibili che entrò nel culto romano sin dal tempo dei Tarquini divenendo la Dea della Primavera.

Le celebrazioni a lei dedicate, inizialmente chiamate «Floralia» poi «Ludi Florales», si svolgevano ogni anno, dal 28 aprile al 3 maggio, in un circo eretto nella valle antistante il tempio dedicato alla Dea.

Controversa è la collocazione sia del tempio sia del circo visto che Ovidio collocava il tempio sull’Aventino ed il collegamento con i ludi ha fatto presumere che essi avvenissero nell’ampia Valle Murcia (compresa tra Palatino e Aventino) che veniva adibita temporaneamente a circo, mediante installazioni mobili, già dall’epoca dei Tarquini e che, con le installazioni murarie, divenne il Circo Massimo.

Altre fonti collocano invece il tempio sul Quirinale mentre il circo in cui avvenivano le celebrazioni dei Floralia dovrebbe trovarsi nell’area corrispondente all’attuale Piazza Barberini così che Palazzo Barberini sorgerebbe sopra una parte muraria del circo.

Il culto di Flora era di stampo prettamente plebeo e le celebrazioni si caratterizzavano per la loro lascivia correlata ai riti propiziatori arcaici della Primavera.

Durante le celebrazioni vi era l’uso lanciare le fave fresche che solo in questa occasione perdevano il loro collegamento col culto funebre per privilegiare la simbologia sessuale dei loro baccelli.

Considerato che i Vestini erano tra i popoli italici quelli più devoti alla Dea Flora e che i loro casari producevano un rinomato pecorino citato anche da Marziale si può allora presumere che durante i Floralia si facesse un discreto consumo di formaggio pecorino il quale in questa occasione veniva associato alle fave fresche dovendo ritenersi che esse, lanciate o meno che fossero, non venissero sprecate.

Se tre indizi fanno una prova

«Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova» (Agatha Christie).

Ricapitolando: abbiamo una festa popolare antico romana, i «Floralia» in onore della Dea Flora, che si celebrava all’aria aperta a cavallo tra la fine di Aprile ed i primi di Maggio; un legume antichissimo e con solide radici romane, le fave, che veniva lanciato durante la festa a scopo benaugurante ed un popolo italico, i Vestini, che era stato tra i primi cultori della Dea Flora e che produceva un rinomato formaggio pecorino.

Non vedete anche voi una folla chiassosa che si abbandona alla Primavera gustando fave, pecorino e ovviamente un buon vino?

Della Dea Flora, dei suoi riti e persino del suo tempio si sono perdute le tracce, ma quella festa, in forma e significato diversi, è giunta sino ai giorni nostri conservata, come in una capsula temporale, dal rito delle fave col pecorino il Primo Maggio.

Potere del cibo: la macchina del tempo.

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