UE: nuovo patto sulla migrazione e l’asilo

La Commissione europea ha presentato un nuovo patto per la migrazione e l’asilo; migliorare le procedure di ricollocamento e ristabilire la fiducia tra gli stati membri sembrano essere i punti cardine del piano.

La proposta, sui tavoli da mesi, arriva sulla scia dei devastanti incendi che hanno recentemente distrutto il più grande campo profughi d’Europa a Lesbo. Le fiamme e la disperazione di chi da troppo tempo non ha più nulla hanno messo sotto i riflettori la ripugnante politica migratoria dell’UE. “Dobbiamo trovare soluzioni sostenibili sulla migrazione – ha affermato Von der Leyen – Moria è un duro promemoria.”

Il nuovo documento programmatico è già motivo di incertezze e scetticismo. Pietro Bartolo, medico italiano che per 30 anni ha vissuto in prima linea l’accoglienza migranti a Lampedusa e deputato in Parlamento europeo, prende le distanze dalle scelte della Commissione, definendo inaccettabile quanto previsto. Intervistato da Il Manifesto, egli preferisce parlare di una solidarietà europea che tiene conto esclusivamente degli stati membri, piuttosto che dei migranti.

Cosa prevede?

Il patto, particolarmente sostenuto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, propone un’equa condivisione di responsabilità e solidarietà tra gli Stati membri. L’impegno più grande sarà volto ad ottenere una maggiore protezione delle frontiere e un rafforzamento delle procedure per il rimpatrio.

Le nuove misure prevedono uno screening obbligatorio e più rapido per tutti i migranti all’arrivo, della durata massima di 5 giorni, che comprende controlli sanitari, di identità e di sicurezza.

L’elemento più controverso del piano imporrebbe l’obbligo legale a ciascuno Stato membro di dare un supporto alla gestione dei flussi, in forme diverse e tenendo conto della realtà interna di ciascuna nazione.

In via generale, gli stati potranno scegliere se accogliere i richiedenti asilo – in cambio di € 10 mila per ogni migrante accolto – oppure farsi carico dei migranti da rimpatriare (la cui decisione deve essere presa entro 12 settimane), attivando per esempio canali diplomatici con i paesi di origine. Allo scopo di una crescente collaborazione, sono infatti previste nuove partnership con paesi di origine e di transito.

Alla luce delle esigenze di molti stati membri di accogliere i migranti economici da includere nel mercato del lavoro, inoltre, la Commissione prevede l’adozione di un nuovo piano di azione sull’integrazione e l’inclusione per il quadriennio 2021 – 2024.

Nel frattempo

Nel centro profughi di Samos, in Grecia, sono stati accertati 31 casi di COVID-19 – informa Still I Rise, organizzazione che da due anni opera sull’isola greca – tuttavia non è previsto l’allestimento di un luogo in grado di garantire l’isolamento e quindi il contenimento del contagio.

Tre giorni fa un altro incendio è divampato nell’hotspot: tre container su sei sono andati distrutti; per la prima volta i minori non accompagnati sono stati trasferiti in un luogo sicuro. Non era mai accaduto prima; negli scorsi incendi, infatti, i minori erano stati evacuati per poi essere nuovamente introdotti all’interno del campo. Qualcosa perciò si sta muovendo; segno di una pressione che la disastrosa situazione in Grecia sta esercitando.  

Ma dove sono tutti?

Da un lato vi sono gli isolani di piccole realtà come quelle di Lesbo, Samos, Chios, Lampedusa, stanchi di essere lo scaricabile dell’Europa. Il governo greco ha persino menzionato la possibilità di costruire campi chiusi, così da arginare “per sempre” il problema migranti. Occhio non vede, cuore non duole, finché un altro incendio non scoppierà. Dall’altro vi è chi fugge, chi insegue una seconda possibilità, un’alternativa alla guerra e alla fame, lasciando paesi come la Siria, l’Afghanistan, l’Iraq. Una perdita sotto tutti gli aspetti che trova vittime tanto tra i primi quanto tra i secondi attori.

E poi ci siamo noi. L’Unione Europea. Le Nazioni Unite. E un nuovo campo allestito a Lesbo, dove nuove tende UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), volte ad ospitare circa 12.000 rifugiati, sono arrivate sull’isola in tempi record: in meno di 48 ore le risorse internazionali si sono mosse per ricollocare gli sfollati di Moria, donne, bambini, uomini, anziani ed infermi. Quando si vuole, si può, verrebbe da concludere. Eppure non basta, non può funzionare così, non è sufficiente bruciare, evacuare, ricollocare in “un altro Moria”.

Forse reduci di una lettera scarlatta che non vogliono ricucire al taschino di nessun tessuto, spaventati dalla loro stessa storia, i tedeschi sono stati i primi a scendere in strada, subito dopo gli incendi divampati a Lesbo; “abbiamo spazio” era il motto dei cortei. Migliaia di persone hanno manifestato nelle città di tutta la Germania – tra cui Berlino, Francoforte, Amburgo – per mostrare la loro solidarietà e per chiedere al governo tedesco e all’UE di accogliere più di 12.000 migranti lasciati senza casa nonché di  evacuare tutti i campi sulle isole greche.

Molte sono le voci che in questi giorni si stanno alzando in solidarietà con i rifugiati. Molte realtà, tra cui associazioni ed europarlamentari, hanno manifestato il loro sdegno e preso una netta posizione, chiedendo “mai più Moria”.  Che ci piaccia o no, non si tratta di politica, né di partiti. I leader europei dovrebbero agire esclusivamente a tutela dei diritti umani.

Fonte foto: askanews.it

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