Teatro. Copenaghen – Il giallo della fisica nucleare

umberto orsiniSono finite da poco le repliche di Copenaghen al teatro Argentina di Roma, che hanno visto protagonisti Umberto Orsini nel ruolo di Niels Bohr, Massimo Popolizio nel ruolo di Werner Heisenberg e Giuliana Lojodice nel ruolo di Margrethe Bohr, con la regia di Mauro Avogadro. Fino a maggio 2018 la Compagnia Orsini porterà lo spettacolo in un prestigioso tour italiano che prevede anche una lunga tappa milanese al Piccolo teatro Grassi dal 3 al 22 aprile ed una napoletana al teatro Diana dal 25 aprile al 6 maggio.

Sono passati diciotto anni dalla prima rappresentazione di quest’opera e la sua attualità è vibrante. Condivisibile, dunque, la scelta di Umberto Orsini, che ha tenacemente voluto metterla in scena.

Il dramma di Michael Frayn, talentuoso drammaturgo contemporaneo londinese, ruota attorno al misterioso incontro, realmente avvenuto nel 1941, tra Niels Bohr e Werner Heisenberg nella Copenaghen occupata dai nazisti. Entrambi luminari di Fisica teorica, erano legati da profonda, lunghissima amicizia. L’avvento del nazismo, tuttavia, li aveva visti schierati su diversi fronti: Bohr era danese e per metà ebreo, Heisenberg tedesco.

La storia di Frayn parte da qui; dall’incontro che segue anni di lontananza. Heisenberg va a trovare Bohr. Il luogo è la casa che quest’ultimo divide con sua moglie Margrethe; l’argomento è la Fisica nucleare, sebbene con le inevitabili contaminazioni politiche del momento. La verità su cosa si siano realmente detti i due scienziati, invece, resta ancora oggi un mistero, che viene magistralmente manipolato da Frayn in una raffinata “argomentazione della memoria”, in una concretizzazione del dubbio, in un trionfo del “forse” che dà accesso a soluzioni pluri-ipotetiche. Un moderno dramma shakespeariano. “Non v’è nulla di buono o di cattivo che il pensiero non renda tale” dice Amleto.

copenaghenL’escamotage letterario che l’Autore usa è quello di una rievocazione mnesica ambientata nell’Aldilà: Niels, Margrethe e Werner, ormai deceduti da decenni, si incontrano in un limbo pregno di ricordi imprecisi, un’aula di fisica, a giudicare dalle grandi lavagne sul fondo, fittamente istoriate con formule, numeri e simboli. Domina il grigio. Grigi sono gli abiti dei protagonisti; grigio è il pavimento, grigio il colore che emerge dalla combinazione tra il nero della lavagna ed il bianco del gesso. La scena è volutamente disadorna. Tre sole sedie. Si ha la sensazione del freddo mortale. Non c’è desolazione, però. E’ un angolo di vita nell’assenza di vita. Sotto questo profilo, Copenaghen è un fulgido esempio di Teatro minimalista, dove, cancellando la scena evocativa tradizionale, quasi fotografica, il regista focalizza l’attenzione del pubblico sull’attore e sulle sue parole. I protagonisti, pur apparentemente reificati nell’eguale colore dominante, immobilizzati nella morte che li accomuna, possiedono una dinamicità intensa che esplode grazie al racconto ed alla rappresentazione. Le parole dei protagonisti, infatti, aprono isole di calore e di colore da cui sembra emergere il mondo in cui sono vissuti. Attraverso la bellezza del testo e la bravura degli artisti, il pubblico riesce a vedere il loro passato anche senza vederlo. Vede il giardino di casa Bohr, ad esempio; vede i lampioni; respira l’aria dei boschi quando vengono rievocate le passeggiate dei due fisici, ai tempi di Gottinga; vive con trepidazione la notte buia ed assassina in cui Heisenberg sta fuggendo e viene fermato da un soldato nazista.

E’ Margrethe ad aprire il dialogo. E’ lei che, in qualche modo, dà inizio a quell’incontro a quel chiarimento, a quel processo autogestito, dove il tema della verità, soggettiva ed oggettiva, parcellizzata in un puzzle di ragioni e controragioni, diviene essenza del dramma, storia esso stesso.

“Ma perché?” ella chiede. Una domanda che spalanca le porte del possibile e dell’impossibile.

copenaghen - 2La scelta non è casuale, secondo me. La donna, generatrice di vita e, dunque, portale tra diversi mondi, è dea e, come tale, ha il compito di mettere ordine nel Caos primigenio, quello della memoria, in questo caso; forse persino nel caos della fisica dei quanti, dominata dall’Indeterminazione di Heisenberg e dalla Complementarità di Bohr. Margrethe è Iside, che scende nel regno dei Morti per ricomporre il corpo di Osiride, suo marito, fatto a pezzi dal fratello. Il rapporto fortemente familiare tra Bohr e Heisenberg, l’improvvisa fine della loro amicizia, il dubbio che sostituisce l’affetto, la ferita reciproca ricordano la fraterna lotta, al centro della quale è lei, la donna, in un vortice di sentimenti contrastanti. Margrethe è Giuliana Lojodice. Non avrei visto altre in quel ruolo. La potenza, la lucidità, l’incisività di quel personaggio fuoriescono dalle sue parole come dai suoi silenzi, dall’universo espressivo di cui è maestra.

Da sempre appassionata di Teatro, ho avuto il privilegio di veder recitare molte volte i più grandi attori contemporanei, tra i quali, ovviamente, Giuliana Lojodice anche accanto all’indimenticabile Aroldo Tieri. E’ un’attrice che riesce sempre ad emozionarmi con quel suo padroneggiare la scena persino nel silenzio, nell’immobilità di quando ascolta i suoi compagni di palcoscenico; con quel suo comunicare muovendo anche solo una mano, nella migliore tradizione del meta-linguaggio teatrale.

Non da meno, ovviamente, Umberto Orsini, anche lui protagonista, negli anni, di performance teatrali eccelse, toccanti e creative, che ho avuto la fortuna di vedere. La sua interpretazione è magnifica. Vive e fa vivere al suo pubblico i contrastanti sentimenti che legano Bohr all’amico e collega Heisenberg. L’incedere di questi sentimenti è come un’onda, come una delle particelle invisibili studiate dai due fisici. Il Bohr di Orsini, che prende vita da una gestualità perfettamente equilibrata, da una modulazione di voce che riesce a donare alle parole una profondità ed un’intensità incredibili, è felice e triste al contempo; è inquieto, è allegro, è saggio, è deluso, è imprudente, è addolorato, è pater e magister di un Heisenberg che in Massimo Popolizio trova un vero e proprio alter ego, grazie alla raffinata arte dell’interpretazione, che non è solo “recitare”. Popolizio dà al personaggio una carica del pari ondivaga, tra sferzate di energia e parole di piombo, sotto le quali abbassa il collo, si piega su se stesso, si chiude nel proprio dolore.

Dolore per cosa? Heisenberg era andato da Bohr per chiedergli delucidazioni sulla bomba atomica, al fine di favorire Hitler? Oppure era andato dal maestro per esortarlo a non aiutare gli alleati con quella stessa arma? Ha sbagliato volutamente i calcoli? Ha fallito?

Affido la risposta a Frayn, ovviamente. Ed a voi, lettori, consiglio di andare a vedere questo capolavoro e di farlo avendo letto il copione, edito da Sironi con la prefazione di Gianni Zanarini, il post scriptum dello stesso Frayn e la postfazione di Martha Fabbri, poiché, se si ama il Teatro, non si può prescindere dalla connessione emozionale esistente tra la lettura del testo e la rappresentazione. E’ anche questo un gioco di verità nascoste che si muove sul confine tra capire e sentire.

di Raffaella Bonsignori

 LOCANDINA-COPENAGHEN

Copenaghen

di Micahel Frayn

Regia di Mauro Avogadro

Con Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice

Produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro di Roma – Teatro Nazionale in coproduzione con CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia.

Per le tappe del tour si può consultare il sito web della Compagnia Orsini: www.compagniaorsini.it

1 risposta

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    Raffaella Bonsignori

    Doppia emozione, per me, scrivere questa recensione. Da un lato la gioia di aver visto e “vissuto” un Teatro meraviglioso, dall’altro l’emozione di ricevere i complimenti della signora Giuliana Lojodice, che, il 23 novembre, ha condiviso il mio articolo sulla sua pagina FB: “Voglio ringraziare pubblicamente Raffaella Bonsignori per questa recensione, perché è ricca di cuore e attenzione”. Sono io a ringraziare lei, signora Lojodice per l’inarrivabile sua arte, che arricchisce chiunque abbia il privilegio di applaudirla.

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