L’Arte del Camminare – Il Cammino di Santiago

Il Cammino di Santiago con Andrea Pons, ovvero come affrontare 900 chilometri al fianco di un trainer olistico

Camminare non è una passeggiata. È la storia della nostra vita. Un passo dopo l’altro i nostri piedi raccontano tutto di noi: dove siamo andati, dove siamo adesso, e probabilmente ci rivelano – in base alla nostra attitudine ad appoggiarli in un modo invece che in un altro – anche dove andremo. Ovunque noi siamo finiti nelle infinite strade dei nostri percorsi, in qualsiasi punto ci siamo andati a cacciare nel dedalo dell’immaginaria mappa satellitare delle nostre scelte lì, sotto di noi, stavano i nostri piedi. Ma spesso non ci rendiamo conto di quanto siano strumenti stupendi e preziosissimi in ogni istante del nostro essere qui: così non li muoviamo quasi mai con piena consapevolezza e con rispettosa gratitudine.

2017-11-02-PHOTO-00000146Questo almeno è quanto ho imparato camminando accanto ad Andrea Pons (foto sotto). Dividendo con lui il percorso che ci ha fatto incontrare a pochi giorni dalla partenza e ci ha portati a ridosso dei Pirenei francesi, a Saint-Jean-Pied-de-Port, accompagnandoci sino a Santiago, in Galizia. E poi a Finisterre: la fine del mondo che fu creduta tale, e che svetta leggendaria sull’Oceano Atlantico.

2017-11-02-PHOTO-00000159D’altronde per Andrea camminare è una questione di vita, per lui che è cresciuto ai piedi del Monviso, ma anche una questione di nascita, con papà Claudio e mamma Luciana che lo hanno portato sin da piccolo a camminare per i boschi e i sentieri del Piemonte. Per Andrea, ancor più che camminare, la cosa essenziale è stare nei piedi, cogliere costantemente il loro sentire, la loro intelligenza propiocettiva, la meravigliosa tecnologia di cui sono abitati. Come atleta capace di risultati importanti in tante discipline sportive (mountain bike, snowboard, capoeira, moto enduro, tra le tante) e come terapeuta che da anni si dedica a guidare le persone verso l’autoascolto (attraverso strumenti come lo Yoga Sensibile, la riflessologia, i trattamenti craniosacrali o dei trigger point), Andrea Pons conduce prima di tutto le persone a sentirsi nel corpo, a vivere radicati a terra, ovvero a percepire le radici che ci tengono qui e non appesi, che dimorano nei nostri piedi, appunto.

“Camminiamo da così tanto tempo che nemmeno ci ricordiamo come abbiamo imparato”, mi racconta. ”Ma quando ti trovi a camminare come unico scopo della tua vita, come stiamo facendo qui nel Cammino di Santiago, hai l’opportunità di ricominciare daccapo”.

2017-11-02-PHOTO-00000152Così, sin dal primo giorno di Camino verso e oltre Santiago, colgo l’opportunità di compiere questa impresa accanto a un trainer del camminare, e chiedo ad Andrea di insegnarmi a mettere le orecchie nei piedi. A sentire quello che accade tra le dita e al loro centro, nel tallone e tra le diagonali che sorreggono il nostro peso costantemente quando sostiamo su di loro. Perché questo celebre percorso che da secoli vede incolonnati milioni di pellegrini lungo una strada che in sequenza attraversa la Navarra, la Rioja, la Castiglia e la Galizia, lo puoi interpretare in mille modi diversi: come sfida atletica o ascesa spirituale, come viaggio culturale o immersione naturalistica. Per me la scelta è stata invece questa: imparare a camminare daccapo, compiere il gesto di ogni passo dopo l’altro come la metafora di una vita nuova, più presente, consapevole e semplice. Alla radice del mio essere.

E così sul Cammino Andrea mi insegna a imparare dai pellegrini. Lui li guarda sfilare accanto a noi, inclina il viso impercettibilmente mentre ci passano davanti, quasi ad accompagnare il movimento delle loro anche con la direzione del suo sguardo. Da dietro, con lo zaino in spalla, ogni singolo camminante appare nel suo campo visivo come una macchina perfetta o perfettibile, con tutto il suo bagaglio di abitudini e sedimenti, di vizi e di virtù.

“Ecco, vedi?”, mi spiega indicandomi una ragazza canadese che si arrampica sulla strada che porta a Roncisvalle come una gazzella. “Siamo appena partiti e non si rende conto che quest’andatura la stancherà presto. È competitiva e rigida con se stessa”, sottolinea riferendosi al suo fisico asciutto, al volto scavato, a quei passi portati avanti in modo meccanico, non fluido, segmentato. “Il suo è un procedere nella vita senza un ascolto profondo, senza sentire” mi dice, augurandole che il Cammino appena intrapreso possa ispirarle la giusta armonia.

2017-11-02-PHOTO-00000155“Camminare è un’arte che va sentita in ogni passo”, mi mostra svolgendo la sua andatura di fronte a me. “È un’armonia di movimenti in sequenza, che vanno a disegnare un gesto unico”. Una danza: con il ginocchio che si slancia verso l’alto e che porta dietro di sé il piede, che radica il tallone nell’affondo e quindi spalma l’avampiede in tutta la sua larghezza, attivando una sopita capacità prensile sul terreno. “Devi percepire il piede nudo dentro la scarpa in presa sul suolo, le dita che si estendono, si aggrappano a ogni passo come se sotto avessero delle ventose. Ogni passo conferma la tua stabilità su questa terra, la tua presenza consapevole. Ogni passo racconta come sei, come vuoi essere”.

Ogni passo può essere un “ci sono”, o un “non-ci sono”: può rappresentare la tua autoaffermazione su cui si allargano le spalle e lo sguardo è dritto all’orizzonte; oppure può negarla, con passetti smozzicati e asimmetrici, la schiena ricurva e il collo piegato, con un andamento zigzagante lungo la direttrice del tuo percorso di vita. “Se la spalla sinistra è anteroposta può rivelare una chiusura sul lato emotivo; se è la destra, la chiusura è sul lato decisionale”, mi illustra lungo l’ascesa al Cebreiro, mentre incrociamo una coppia che presenta esattamente queste due diverse caratteristiche. “Al tempo stesso anche lo sguardo racconta molto di noi: chi guarda in basso ha la tendenza a rimuginare nel passato, chi è rivolto sempre in alto probabilmente si perde in mille fantasie e progetti per il futuro”.

2017-11-02-PHOTO-00000150Giorno dopo giorno sfila davanti a noi l’umanità più varia. Sulle Mesetas, nelle lunghe ore di cammino desertico, incontriamo a più riprese una ragazza giapponese: “Ha una postura che denota una forte rigidità”. Ginocchia valghe, procede in modo esitante con uno zaino sfatto e pendente sulla spalla sinistra; dalla destra ciondola un’altra sacca, annodata alla buona sullo spallaccio, che rimbalza a ogni passo sul suo polpaccio. “Il suo modo di essere in marcia ci fa comprendere che non ha cura di sé e il suo essere sciatta sicuramente corrisponde a un disordine che si riflette a più livelli nella sua vita”. Anche l’accuratezza nel preparare ogni mattina il tuo zaino riveste grande importanza: “Stringilo il giusto perché non batta, riempilo con il peso in basso facendo attenzione che mantenga la sua forma sino alla chiusura in alto. Non lasciarci nulla di appeso a penzoloni: l’equilibrio del carico su entrambe le spalle è fondamentale se vuoi assicurarti il miglior comfort ogni giorno, per settimane”.

Andrea mi racconta della gente anche solo guardandone le scarpe. Quando sono consumate all’esterno questo potrebbe denotare uno scarso radicamento della pianta del piede a terra, che spesso si riscontra in soggetti che denotano un’instabilità emotiva. Quando cedono internamente, invece, il piede ha perso completamente il suo tono, la camminata è condotta in modo poco sensibile e molto casuale: i piedi sbatacchiati uno dietro l’altro, le scarpe non allacciate come si deve, esprimono un lasciarsi andare, che può corrispondere a una bassa considerazione del proprio diritto di esistere.

2017-11-02-PHOTO-00000161Così imparo che anche avere rispetto delle proprie scarpe è un gesto importante nei confronti dei nostri piedi: “Queste scarpe sono preziose, devono custodire i nostri piedi per 30 chilometri al giorno di lavoro ininterrotto”, mi fa notare. E subito penso a quanto spesso le sfiliamo senza slacciarle, o le lanciamo persino là dove capita, non appena entrati in casa dopo una lunga giornata a piedi chiusi.

Giorno dopo giorno comprendo che camminare però non è una questione che si ferma soltanto alle estremità. “Il tutt’uno del movimento riguarda anche il bacino, che deve essere libero di ondeggiare e che invece troppo spesso è costretto a un’educata rigidità, per un’abitudine culturale che in realtà diseduca la naturalezza del nostro andamento, dell’espressione della nostra creatività e della nostra sessualità”. Di bacini bloccati ne incontriamo tantissimi lungo il Cammino, “ un irrigidimento che spesso dà vita a vere e proprie patologie posturali”. E poi sono fondamentali le braccia, che siano fluide e coordinate con il movimento delle gambe: “Solo così puoi celebrare il tuo essere un tutt’uno armonioso, con la tua parte radice consonante con i tuoi lati proiettati all’azione e al pensiero”.

2017-11-02-PHOTO-00000153Dopo ventisette giorni di marcia fino a Santiago e quattro in più fino all’Atlantico, i miei piedi possono raccontare davvero che El Camino non è una passeggiata. È una storia di lividi e di vesciche, “che puoi evitare usando calzini sottili e aderenti, da maratona”, di pelle cotta dal sole della Castiglia e sferzata dalle piogge galiziane, “dove fondamentali sono la scelta del cappello e di un poncho serio, realmente impermeabile”. È una storia di letti arrangiati in camerate da centoventi persone, di docce mezze calde mezze fredde, di menu tutti uguali in cui ti dimentichi del palato in abbondanti tazze di vino. Una storia di zaini che devono pesare il meno possibile, dove niente serve davvero al di fuori dell’indispensabile. Una storia fatta di pochi numeri (“3 magliette, 2 pantaloni, 2 mutande, 2 calzini, un sacco a pelo, un pile, scarpe da trekking e un paio di ciabatte”), di piccole cifre (“se vuoi camminare da vero pellegrino riesci a vivere con 20 euro al giorno”) e di grandi soddisfazioni. Una di quelle che non potremo dimenticare è stato rincontrare Renata, la ragazza canadese, dopo tanti giorni da quella prima salita e a pochi chilometri ormai da Santiago. Il suo viso si era ammorbidito in uno sguardo molto dolce, la sua andatura appariva trasformata: più calma, moderata, in pace. “Ho capito che correre non faceva per me”, ci ha risposto rivelando in una sola frase il perché di quella luce negli occhi e dei suoi capelli, improvvisamente fioriti in riccioli setosi. Abbiamo proseguito per qualche chilometro insieme, poi ci ha salutati: “Non sono certa che starò al vostro ritmo, probabilmente non farò in tempo ad arrivare a Finisterre”, sono state le ultime parole che ci ha rivolto la ragazza canadese, finalmente riatterrata nei suoi piedi. Che nella prima salita verso Roncisvalle si era staccata da loro e da noi, senza voltarsi indietro.

Per trattamenti individuali, per sessioni di gruppo ed esperienze in natura:
Andrea Pons: ndrpons@gmail.com

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