Jannuzzo in Recital: il meraviglioso gioco del teatro

jannuzzoDa buon avvocato non posso non amare il teatro: il verbo recitare origina, infatti, dall’appello dei citati in tribunale. Re-citare. Chi sale sul palcoscenico, dunque, diviene parte di una vicenda umana da esporre ad altri, sebbene fuori dagli angusti limiti probatori che il tribunale impone. Nel teatro gli “altri” sono seduti in platea ed il fluire di quella vicenda verso di loro trascende la narrazione per toccare i sentimenti, i dubbi, le certezze, le fragilità umane, l’ironia, il dramma, le tante verità, come insegna Pirandello.

Non è facile; soprattutto quando il fulcro della vicenda è il narrarsi dell’attore, pur nel distacco inevitabile plasmato dalla finzione, dalla maschera.

In gioventù mi capitò di incontrare Alberto Moravia ad un Convegno e gli chiesi quanto di lui ci fosse nei suoi personaggi. “Tutto e niente”, mi rispose sorridendo. E’, dunque, questo il segreto della comunicazione con il pubblico: scoprire l’anima, ma proteggerla in un gioco di specchi. Ed è ciò che fa Gianfranco Jannuzzo nel suo Recital, in scena, fino al 5 novembre, al teatro Ghione di Roma. Il recital è una delle più impegnative prove attoriali, secondo me: un monologo che deve trasformarsi in dialogo e catturare il pubblico, gli “altri”, in un viaggio comune attraverso ironia e dramma, parole e silenzi. Mentre sto scrivendo questa mia breve recensione, di ritorno dalla prima soirée, ho ancora gli applausi nelle mani, il sorriso sulle labbra ed, al contempo, un morbido velo di riflessione accomodato proprio lì, dietro il sorriso, perché Jannuzzo affronta con sagacia ed ironia anche temi importanti.

Innanzi tutto l’attaccamento alla sua terra, la splendida Sicilia. La “sicilianità” di Jannuzzo è prepotente e contagiosa nel suo Recital: tratteggia caricature, bonariamente ridendo su pregi e difetti; condivide ricordi; commuove in quel suo farsi uno con il mare.

La sua recitazione segue una metrica incalzante; sembra viaggiare allo stesso ritmo delle parole del Cyrano de Bergerac quando dialoga in segreto con la sua amata Rossana, facendola passare “senza schianto dal sorriso al sospiro e dal sospiro al pianto”. E’ ciò che fa Jannuzzo: porta il suo pubblico – da lui amato, si sente, quanto amata è la Rossana di Rostanda volare tra il sorriso ed il sospiro, fino alla commozione. Una commozione che giunge, in una delle tante cuspidi che, in questo Recital, dividono un sorriso dall’altro, sulle belle parole di una poesia siciliana scritta dal padre, Giuseppe, un uomo che traspare con eleganza dal suo stesso componimento, così come dalle pennellate verbali che il figlio dona al pubblico: integro, autentico, profondo conoscitore dei valori familiari e culturali. In questa poesia, un padre spiega al suo bambino cosa sia l’Allammicu, quel sentimento che, ovunque andiamo, richiama l’anima verso la terra natia. Il bambino è “nico, nico”, piccolo, piccolo, e non può capire, ma, da qualche parte, dentro di lui, c’è un piacere che è così piacere da farsi dolore nella lontananza, sebbene venga cancellato, in ultimo, dalla speranza di chi gli augura di “sempri felicissimu campari”. Ecco, al termine di quella poesia, di fronte alla grandezza di quei sentimenti, alla semplicità di quelle parole, alla capacità di Gianfranco Jannuzzo di farle arrivare al cuore, tanto da renderle comprensibili anche ai non siciliani, e ciò a prescindere dalla versione tradotta in romanesco dal grande Luigi Magni, gli spettatori si sentono “nichi, nichi” ed è una sensazione bellissima.

Ma non c’è solo la Sicilia, per Jannuzzo. C’è l’Italia tutta. Ci sono il Sud, il Nord, i dialetti, nella migliore tradizione teatrale novecentesca, che nel dialetto scova radici, genuinità, valore. La sua versatilità linguistica è prodigiosa e divertente. Sul pubblico scende una lieve spolverata di Viviani, di De Filippo, di Pirandello, di Goldoni, di Petrolini.

Gianfranco Jannuzzo 7E’ un attore completo: sa fare tutto, senza distinzioni e categorie. Si percepisce la sua estraneità a vivere il teatro come fosse una commode ricca di cassetti tra i quali scegliere quello da aprire, lasciando chiusi gli altri: il cassetto del Dramma, quello della Commedia; il cassetto del Varietà. No. Lui li apre tutti e lo sa fare bene. Del resto lo ha sempre dimostrato. Gianfranco Jannuzzo, agli esordi, frequenta il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Gigi Proietti, al quale, da quel momento, lo legherà sempre uno splendido rapporto di amicizia e di intesa artistica. Poi l’incontro con Garinei, con Bramieri ed il decollo verso un teatro dalle mille sfaccettature: Shakespeare, Pirandello, De Filippo, Ludwig, Coward, Cooney, Chesnot … ed, al contempo, il gioco del teatro con il One-Man-Show di Renzino Barbera, o con C’è un uomo in mezzo al mare, scritto dallo stesso Jannuzzo, naufrago approdato sull’isolotto della vita.

Ecco, la vita. La vita, nel Recital di Jannuzzo, è innanzi tutto ironia; è gag; è caricatura dell’essere umano; ma è anche attenzione al particolare, al filo d’eccezione che ci rende quello che siamo, nel bene e nel male. E’ persino musica. Musica vera. Le sue mani si muovono molto bene, sul pianoforte. Il pubblico ha appena il tempo di abbandonarsi a quelle note, però, che l’ironia torna a regnare e la musica diventa un suo esilarante dialogo con strumenti invisibili, strizzando l’occhio al Varietà.

Si ride. Si ride tanto in questo Recital.

Recital - JannuzzoEppure si esce con la sensazione d’avere dentro molto più di una semplice risata. Forse sarà l’amore per le proprie radici, o, forse, l’idea della vera integrazione di cui la Sicilia è sede sin dall’antichità, incrocio di differenti culture e tradizioni; forse è il senso della famiglia e della vita che Jannuzzo si porta dentro e dona al suo pubblico, con generosità; forse è il bellissimo quadro della Donna, che, in poche parole, egli riesce a dipingere, definendola dea, portale di vita, di grazia, di bellezza.

Io so solo che tra qualche giorno tornerò a vederlo e non aspetto altro, perché con lui noi spettatori voliamo nel buonumore e nelle emozioni; voliamo in alto, come se fossimo a bordo del “pirecchio” di una magnifica gag di Renzino Barbera, magistralmente interpretata da Jannuzzo; e lo facciamo per due ore. Due ore che sembrano cinque minuti e che vorremmo durassero per sempre.

Una sola parola può racchiudere tutto questo: “Bravo!”

di Raffaella Bonsignori

1 risposta

  1. Avatar
    Raffaella Bonsignori

    Ringrazio il grandissimo Gianfranco Jannuzzo per le belle parole con cui ha accolto questa mia recensione, per averla condivisa sulla sua pagina FB, ma soprattutto per l’arte che sa donare al pubblico. Ci rendi migliori, Gianfranco!
    Un grazie anche al teatro Ghione che ha così descritto il mio articolo, condividendolo: “Bellissima recensione dello spettacolo”

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