Arte e Cinema al Circolo Canottieri Roma

Nella splendida cornice romana del Circolo Canottieri Roma, per iniziativa del Presidente Massimo Veneziano e del Consiglio, in particolare di Lello Mingione, consigliere preposto all’organizzazione degli eventi, si è svolto, ieri sera, un incontro d’arte e di cinema: Caccia al Quadro. Quando l’arte fa capolino nel cinema. Protagonisti Fulvia Strano, storica dell’arte, e Masolino D’Amico, critico teatrale e cinematografico.

La raffinatissima lectio, presentata nella forma di una lieve conversazione, si è trasformata in un viaggio all’interno di due diverse manifestazioni d’arte, cinema ed arte figurativa; un percorso che ha visto film abbelliti da quadri famosi, o scene girate citando un’opera d’arte, od ancora messaggi artistici recepiti ed interpretati dai grandi registi.

Moltissimi gli accostamenti. Impossibile citarli tutti. Sono costretta a selezionarne solo alcuni.

Il quadro di Picasso che appare nel film Titanic è stato giustamente ritenuto, da Fulvia Strano, un simbolo di quella cesura con il passato che, come il quadro stesso, anche il Titanic rappresenta nel suo genere. Una scelta non casuale, dunque. Caustico ed estremamente divertente l’intervento di D’Amico su questo film, il quale si è chiesto come una donna tanto amante dell’arte da acquistare un Picasso e portarlo con sé in nave, possa, poi, rimanere folgorata dai disegni da “madonnaro” di Di Caprio. Forse dobbiamo pensare che gli occhi azzurri hanno potuto più del senso artistico, professore, sebbene anche quelli non siano, poi, così fuori dalla norma!

Per gli appassionati, come me, di James Bond, ha brillato il riferimento a Dr No. Bond, ospite del Dottor No, passa davanti ad un quadro, il Duca di Wellington di Goya. A quanto ricordo dai miei passati studi di cinema, lo volle lì lo scenografo Ken Adam, grande amico di Connery ed autore, nei successivi film della serie, di altre celebri trovate, dal laser di Goldfinger alla mitica Aston-Martin truccata. Adam era un grande estimatore di Goya. Quella tela, ci dice D’Amico, era stata rubata nel 1961, un anno prima della realizzazione del film. La citazione, dunque, assume un sapore davvero particolare, rappresentando quasi un attraversamento di mondi paralleli: è come se, rubato nel mondo reale, il quadro abbia trovato collocazione nella casa di un malvivente all’interno di una pellicola. Mi affascinano sempre i viaggi in altre dimensioni. Questa squisita rarità cinematografica regalataci dai due relatori, mi fa tornare alla mente un recente, geniale film di Woody Allen, A Midnight in Paris, premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale, dove il protagonista, viaggiando nel tempo, si ritrova a contatto con la cerchia di artisti che ruota attorno a Gertrude Stein, tra i quali Picasso e Dalì.

Un altro degli accostamenti d’arte e cinema di cui si è parlato ieri sera e che ha colpito la mia attenzione è legato all’episodio La Ricotta, del film RoGoPaG di Pier Paolo Pasolini, il quale riprese da Pontormo l’immagine della crocifissione e, per sottolineare ancor più la riproduzione cinematografica del quadro, girò a colori solo quella scena. Un film spettacolare. Un pover’uomo, tal Stracci, ingaggiato per interpretare il ladrone buono in un film sulla Passione di Cristo, cede alla propria famiglia il cestino del pranzo a lui destinato, nonostante sia indebolito da una fame a lungo patita. Riesce ad averne un altro, che, però, finisce in bocca ad un cane. Viene, infine, in possesso, in modo rocambolesco, di una forma di ricotta e la mangia avidamente. La sua povertà, la sua disperazione sono oggetto di dileggio, sul set. L’indigestione, la posizione in cui si trova sulla croce e la lunga attesa gli sono fatali. Quando il regista, un magnifico Orson Welles, si aspetta la sua battuta, egli non può più pronunciarla. In questa pellicola ritrovo una magnifica parabola contemporanea, che, tuttavia, non furono in molti a vedere così, all’uscita del film. Pasolini, infatti, fu condannato per vilipendio della religione. Il Tribunale, pur riconoscendo, nel film, tratti di una religiosità intensa affatto personale, motivò la condanna ponendo l’accento sulla difesa del sentimento religioso inteso come espressione della maggioranza dei cittadini. Interessante notare come vent’anni dopo fu proprio un altro film, L’Ultima Tentazione di Cristo, di Martin Scorsese, a segnare l’inizio della fine per il reato di vilipendio della religione, poiché il Tribunale di Venezia assolse Scorsese, sottolineando l’eccessiva vaghezza del concetto espresso dalla norma, anche in relazione agli altri culti. Ma questa è tutta un’altra storia, che parla di “cinema e diritto”.

Continuando la carrellata di film in rapporto osmotico con l’arte, inevitabilmente si giunge ai quadri di Edward Hopper, uno dei pittori più “saccheggiati” dal cinema, anche perché, come ha osservato Masolino D’Amico, ha una visione molto cinematografica della realtà. Nel film The End of Violence (Crimini invisibili), di Wim Wenders, viene riprodotto il bar di uno dei quadri più famosi di Hopper, Nighthawks (Nottambuli), evidenziando in esso quel senso di solitudine che Wenders voleva rappresentare. Devo aver letto da qualche parte che Hopper dichiarò di aver preso spunto, per quel quadro, da un ristorante del Greenwich Village e di aver voluto dipingere una scena notturna senza alcuna implicazione psicologica, rendendosi conto solo in seguito di aver creato un’icona della solitudine, nella quale io, peraltro, continuo a vedere anche i personaggi di Kerouac, oltre a quelli del film di Wenders. Ed è sempre Hopper ad aver ispirato il disegno dell’inquietante casa di Norman Bates, nel film Psyco di Hitchcock attraverso due suoi dipinti: Casa vicino alla Ferrovia e, per alcuni particolari, il successivo Casa nel Crepuscolo.

Ancora un’opera d’arte; ancora un film, anzi due. Quasi perfetta la sovrapposizione tra il quadro L’Aria dei Carcerati di Vincent Van Gogh e due note, inquietanti scene cinematografiche. La prima è la passeggiata dei carcerati in Fuga di Mezzanotte, costretti a girare attorno ad un monolite, sempre nella stessa direzione, tanto che l’atto di ribellione per eccellenza del protagonista è cambiare senso, camminare controcorrente. La seconda è una scena di Arancia Meccanica, dove il gruppo cammina in senso opposto a quello del quadro, ma si trova in un luogo che da Van Gogh prende addirittura forma e colori.

E’ stato un gioco dialettico davvero sottile e raffinato, quello di Fulvia Strano e Masolino D’Amico; un dialogo allegro, vivace, ricco di “impressioni” in senso pittorico e ricco di “primi piani” in senso cinematografico: focalizzazioni su particolari che narrano una storia, rappresentano un suggerimento nascosto nel film, un messaggio a sé stante in un più ampio contesto narrativo.

Come entrambi hanno giustamente detto, nel finale, sono talmente tante le commistioni tra arte e cinema che ognuno di noi ne avrà in mente almeno una che non è stata citata. È vero; ce l’ho. E’ un film che amo moltissimo e per questo voglio parlarne. Io Ti Salverò (Spellbound), del 1945, sempre di Hitchcok, il maestro assoluto di un cinema caratterizzato da regole costitutive affatto originali, dall’umanità descritta, alle situazioni squallide, dall’ambiguità dei temi, all’ingresso nell’inconscio. E’ una complessa storia psicanalitica, in cui si intrecciano la fobia del dott. Ballantine (Gregory Peck) per le linee parallele, che, in sede d’ipnosi, si rivela copertura di un ricordo doloroso d’infanza; la lucida perfidia del prof. Murchison (Leo G. Carroll) che sfrutta la fobia del collega per coprire un proprio misfatto; l’amore della dottoressa Peterson (Ingrid Bergman) per il bello e confuso Ballantine. A parte la bravura di Peck, offuscata, in questo caso, da una recitazione volutamente ma eccessivamente lagnosa, e l’algida perfezione del personaggio della Bergman, è degno di nota il fatto che, per le scene oniriche, scene che il cinema di allora, tradizionalmente, risolveva con effetti flou, Hitchcock abbia usato disegni di Salvador Dalì, sfruttando il delirio di grandezza e la visione irreale del mondo che hanno sempre caratterizzato il lavoro di quell’Artsita. Le immagini legate ai sogni, pertanto, anticipando di molto una concezione assolutamente moderna, sono geometriche, surreali, quasi allucinatorie, assolutamente in linea con l’arte di Dalì: “Io disantropocentrizzo. Penetro sempre di più nella matematica contraddittoria dell’universo” scrive l’Artista nella sua biografia.

È stata una serata davvero interessante e ricca di charme. Arte pittorica e cinematografica hanno preso vita e hanno consentito al pubblico di entrare nel mondo parallelo dell’immagine, statica ed in movimento, assorbendo da essa il senso della bellezza e del simbolo, il senso dell’arte tout court, tra estasi e riflessione, ed uscendone trasformati: un po’ uomini ed un po’ replicanti, per citare il Rutger Hauer di Blade Runner, mostrato dalla Strano come trasposizione del Galata Morente, perché abbiamo visto cose che prima non avevamo visto, o, almeno, non avevamo visto in questo modo.

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