“Alla Faccia Vostra” con Jannuzzo-Caprioglio: l’arte della commedia e del sorriso

B8CF0A9F-C0DF-4C96-96A5-393D8BD7AE78In scena al teatro Quirino di Roma, dal 13 al 25 marzo, l’esilarante commedia di Pierre Chesnot Alla Faccia Vostra, un’importante produzione di Rosario Coppolino, con Gianfranco Jannuzzo e Debora Caprioglio per la regia di Patrick Rossi Gastaldi.

Aveva ragione Dario Fo quando diceva che soltanto nel divertimento, nel ridere si ottiene una vera crescita culturale. Ridere è una cura a tutti i mali che la società impone ed il ridere di Chesnot è anche un modo per guardare in quella società come in un abisso specchiato, vedendovi riflessa l’immagine degli altri ma anche di noi stessi: una piccola parte di noi, forse, quella meno generosa, meno affabile, meno ammirevole che, tuttavia, nessuno può negare di avere, quand’anche dormiente nell’angolo più remoto dell’inconsapevolezza.

Alla Faccia Vostra è una commedia brillante che si innesta in una realtà problematica, meschina, affetta dalle albagie e dalle ipocrisie dell’uomo, che il Destino, grande vecchio dal raffinato sense of humor, si diverte a vanificare. Ed è proprio il Destino uno dei grandi protagonisti di questa pièce. E’ il “puparo” per dirla con i siciliani, colui che manovra le brame ed i sentimenti dei personaggi; bassi sentimenti marchiati dall’avidità. E’ una commedia che si equilibra tra bieca cupidigia ed aspirazioni irrealizzate. La storia è semplice: un eterogeneo gruppo di persone si riunisce in casa di un famoso scrittore per piangerne la morte, una morte che serba sorprese. Ogni personaggio ha lo sguardo fisso all’eredità, al proprio interesse, e si comporta in modo gretto e disumano, come fanno i Parenti Serpenti di Monicelli, ma dovrà fare i conti con l’imprevisto che rende la storia mai scontata, fino all’ultimo.

Gianfranco Jannuzzo

Gianfranco Jannuzzo

Pierre Chesnot, noto commediografo francese contemporaneo, scrive quest’opera seguendo la migliore tradizione della commedia francese degli equivoci, dei sotterfugi; lavora sulla meschinità e sulla giocondità, che rappresentano facce diverse dello stesso universo comico. E’ un’opera mirabilmente in bilico tra la commedia d’intreccio e quella di carattere, per il prevalere ora dello stretto dipanarsi degli episodi scenici, ora del delineamento di difetti e viltà; tra il vaudeville, di cui cattura la malizia, e la pochade, per il ritmo serrato ed il gusto dell’equivoco consapevole, che imprigiona il personaggio nelle sue stesse menzogne. Ma è anche farsa, secondo me; una farsa d’arte che evoca Moliere. Ha una struttura perfetta per ridere e riflettere sulle bassezze umane. Ha malintesi e parentesi lazzistiche, ambiguità, gioco di confusione e di interferenza, nonché un equilibrio caratteriale precario dei personaggi, sottolineato dal movimento dei corpi, che segue un crescendo costante. La comicità di Alla faccia vostra non nasce solo dalle battute e dalla mimica attoriale, ma dal contesto in cui si svolge la vicenda, che diventa esso stesso protagonista attraverso il movimento: porte che si aprono e che si chiudono ritmicamente, alla Faydeau; cadenzati ingressi in scena ed altrettante uscite, il tutto segnato da un’intrinseca musicalità delle movenze, da un serrato ritmo della gestualità. Una sorta di gioco verbale e non verbale, in cui, ovviamente, riveste un ruolo importante la struttura delle scene, la disposizione delle porte e dei mobili, che parlano quanto gli attori, seguendo le armonie del testo. In questo non semplice ruolo recitativo delle scene, lo scenografo Andrea Bianchi ha fatto, secondo me, un capolavoro: giusta la scelta di disporre le tre porte vicine, ad anfiteatro, quasi a tracciare, nel percorso delle entrate e delle uscite, un invisibile doppia ellisse intrecciata, una lemniscata, simbolo dell’infinito. Una soluzione, questa, ben diversa, ad esempio, da quella adottata in Francia, nel 2016, nello stesso spettacolo, che ha visto protagonista Bernard Mendez. Le due porte laterali, in quell’allestimento scenico, erano state poste ad angolo retto rispetto all’apertura centrale, generando un gioco di entrate ed uscite forse meno fluido e morbido, meno “musicale”.

Inoltre, la scenografia di Bianchi ben cristallizza il contesto surreale di quel trionfo di meschinità. Mi spiego meglio. Le pareti della stanza in cui si svolge la vicenda sono per gran parte coperte da una boiserie che incornicia anche le porte, la più grande delle quali, quella centrale, si apre su un tendaggio bianco drappeggiato e, dall’inizo del secondo atto, su una corona di fiori. Legno, tessuto drappeggiato e corona di fiori: è come se quel salotto fosse una bara aperta in cui recitano i cinici parenti dello scrittore defunto, i suoi falsi amici; una bara in cui la sete di denaro anima una danse macabre, trasformando ogni personaggio in un morto a sua volta, morto nell’anima, nel pensiero, nell’assenza di umanità; un morto inconsapevole d’essere tale perché intento ad esorcizzare la morte con l’esultanza che origina dall’aspettativa di ricchezza.

L’opera di Chesnot ha anche un altro carattere, che la pone da regina nella tradizione comica francese; carattere definito dal filosofo Henri Bergson inversione. Lo ritroviamo in tanti fulgidi esempi teatrali d’ogni epoca, da Plauto a Shakespeare, da Pirandello a Eduardo De Filippo: l’antieroe, sia esso codardo, ignavo, meschino, o fedifrago, diventa simpatico, cattura il favore del pubblico. E, nel catturare il pubblico, Gianfranco Jannuzzo, si sa, è maestro. Il palcoscenico lo ama e lui ama il pubblico, rendendolo sempre entusiasta qualunque sia il ruolo che interpreta, dal teatro di Garinei e di Proietti al One Man Show, da Shakespeare a Pirandello, da Coward a Ludwig, da Ritchie a Chesnot. E’ così anche in questo caso, infatti: il pubblico ama con lui il piccolo uomo che interpreta, Lucio Sesto, genero del defunto, invischiato nell’avidità, nel cinismo, nei suoi problemi economici, nelle sue speranze di miglioramento che palesano gioia laddove dovrebbe regnare solo tristezza; l’uomo che non riesce a piangere la morte del suocero, poiché quella morte rappresenta la sua prospettiva di riscatto. E’ un povero diavolo simpatico ed arguto che diventa l’antieroe applaudito di cuore.

Anche Debora Caprioglio è un’antieroina amata dal pubblico. In E’ ricca, la sposo e poi l’ammazzo, che ha portato in scena qualche tempo fa, sempre con Jannuzzo, interpretava una donna bruttina, dimessa, un’entomologa ricca ma priva d’attrattive fisiche. La sua prorompente bellezza, che l’aveva resa famosa al cinema, era stata occultata per lasciare spazio solo a buona recitazione e vena comica. Qui, invece, la fisicità torna, ma con una deliziosa autoironia. E’ la seconda moglie dello scrittore defunto, una toy-girl interessata solo alla cospicua eredità dell’anziano marito in modo da potersela godere con l’amante. Ben definita anche dall’abbigliamento provocante, assume esilaranti pose da sciantosa anaffettiva, chiamate ad evidenziare gli inesistenti sentimenti per il marito ed usa un linguaggio perfettamente in linea con questo suo atteggiamento, arrivando ad esprimersi con fonemi volutamente incomprensibili ed irresistibilmente comici che dovrebbero celare un singulto, un pianto sommesso: “E’ diffi-ci-ci-ci-ci-le”.

Bravissimi anche gli altri attori, ognuno capace di rendere brillante il proprio ruolo. Antonio Rampino, che ci regala un eccezionale professor Garrone, uomo in bilico tra l’etica di medico e la brama d’acquistare a poco l’appartamento del defunto; Antonella Piccolo, che interpreta Luisa Denari, la governante, l’unica apparentemente sincera nel dolore; Paola Lavini, che tratteggia con grande bravura i sentimenti che legano Vanessa, il suo personaggio, sia al padre, lo scrittore della cui eredità tutti sono bramosi, sia al marito, Lucio Sesto; Antonio Fulfaro, il signor Corona, il becchino, anch’egli dedito ad un linguaggio a volte imprigionato in un dialetto stretto, incomprensibile e, proprio per questo, spassoso, esilarante;  Roberto D’Alessandro, il signor Marmotta, il banchiere raggirato.

Ovviamente, tutti questi personaggi, ancor più perché legati da un cronometrico gioco di movimenti, è necessario che si incastrino perfettamente l’uno con l’altro. A creare la magia c’è l’affiatamento del gruppo, che appare evidente, ma soprattutto la bravura del regista, Patrick Rossi Gastaldi, il quale dirige magistralmente l’orchestra degli attori in questa difficile partitura fatta di battute e di movenze, di plasticità, di velocità, rapidità e ritmo, di voci e di corpi, che lui stesso giustamente definisce come un continuo cambio di trama che aumenta la curiosità del pubblico. E’esattamente così.

0B581639-7AC1-45B9-BF66-CB5823A0BE27Il risultato finale, inutile dirlo, affascina ed irretisce; ci fa salire sul palcoscenico, ci rende tutti un po’ cinici ed un po’ comici. Divertiti. Soddisfatti. Invigoriti da quella travolgente carica che solo una sana risata sa donare, ma anche un po’ più cauti nel nostro rapporto col denaro. Seguendo la tradizione della prosa francese alla Moliere, infatti, c’è anche una morale in tutta questa storia. La riassume Gianfranco Jannuzzo, abbandonando, alla fine, i panni del personaggio e parlando per tutti gli attori. Il denaro è un infido compagno. Ad averne tanto si rischia di farci qualcosa di molto sbagliato, a non averne si rischia di diventare meschini o disonesti pur di sopravvivere. E’ un’utilità che va apprezzata, ma non amata; che va impiegata al meglio, mai dimenticando, però, che essere vale senza dubbio più di avere.

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