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Arte

L’Annunciata di Antonello da Messina sublima la santità e la bellezza di Smeralda Eustochia Calafato

Smeralda Nunnari
20 Gennaio 2024
Arte, HomePage, L'Almanacco, Religioni & Dialogo
L'Annunciata

«Tu ascolta il tuo maestro… aspetta sempre prima di metterti al pennello perchè di Madonne senza cuore ce ne son già assai. Quando qualcuno ti dirà Antonello ce la pingi una bella Madonna? Tu… aspetta, pensa… cercala la tua Madonna sennò farai la cosa pessima che fan molti pittori di arte sacra: pingono belle statue!» (Colantonio) 

Antonello da Messina (Messina, 1425 / 1430 – ivi, 1479) nel suo celebre dipinto a olio su tavola l’Annunciata, realizzato nel 1475, non rappresenta una Madonna qualunque, ma un volto in particolare di una sua coeva, Smeralda Calafato, all’epoca clarissa con il nome Eustochia. Una donna da lui stimata e ammirata tanto da sceglierla come modella per il volto di Maria, della Vergine piena di Grazia. Antonello fa così tesoro delle parole del suo maestro Niccolò Antonio, detto Colantonio.

Chi meglio di una giovane fanciulla innamorata di Cristo, ammiratrice dell’ordine francescano e della Regola di Santa Chiara con i dettami di castità, povertà e rinuncia gelosamente custodita nel suo libriccino, può rappresentare il volto della Vergine alla quale un angelo annuncia che diventerà la madre del Messia? 

La sua incommensurabile bellezza da sola riempie la scena. Per la prima volta nell’iconografia dell’Annunciazione l’angelo non è presente, ma lo sguardo pensoso e rivolto verso il basso lascia spazio alla nostra capacità interpretativa. Il pittore ha voluto rappresentare la sua Annunciata proprio con quel libriccino della Regola di S. Chiara, per rivelare che la figura del dipinto ritrae Eustochia Smeralda Calafato. A rendere inconfutabile la tesi che il libro sia quello e non il Vangelo è la P maiuscola visibile tanto nella copia originale, quanto nel dipinto, messa in evidenza dall’artista nel foglio sollevato. E, ancora, un particolare di non poco conto: l’abito che s’intravede sotto il velo è quello francescano di colore marrone. 

Tra Antonello ed Eustochia c’è stata, sicuramente, una conoscenza diretta, perché il pittore trascorre gli ultimi anni della sua vita in un’abitazione vicino al monastero di Montevergine da lei fondato. Alla clarissa, inoltre, è attribuito il Libro della Passione, pubblicato a Messina in quei decenni, in cui sono contenute due raccomandazioni che Antonello ha raccolto alla lettera. La prima riguarda la rappresentazione di Gerusalemme che deve essere fatta imitando luoghi noti, in modo da rendere credibile all’occhio del fedele il fatto rappresentato. Da qui, discende la scelta di Antonello di produrre la sua Messina sullo sfondo di tante scene sacre. La seconda è, invece, riferita a un passo trascurato dalla tradizione iconografica del Vangelo di Giovanni: «Data la sententia viene menato il nostro Salvatore Jesus, legato con le corde al collo», scrive il Libro della Passione. Il particolare delle corde domina uno dei soggetti più celebri di Antonello: l’Ecce Homo. In quasi tutte le versioni, l’artista rappresenta il volto del Signore con la corda legata al collo, come emblema della Passione.  

Smeralda, quarta di sei figli di Bernardo Cofino, detto Calafato e Mascalda Romano nasce il 25 marzo 1434, proprio nel giorno dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria, umilmente in una grotta come Cristo, poiché al momento della sua nascita, la famiglia, a causa della peste infierente a Messina, si rifugia in un villaggio vicino chiamato Annunziata. La madre, fervente cristiana inculca e trasferisce alla piccola Smeralda i valori della religione, iniziandola fin da bambina alla preghiera e all’esercizio delle virtù. All’età di quattordici anni Smeralda decide di consacrarsi a Dio, nonostante i familiari e specialmente il padre non fossero disposti ad assecondare le sue aspirazioni monastiche. Dopo la morte improvvisa del padre, avvenuta in Sardegna nel 1448, nessuno riesce più a ostacolare Smeralda nel suo proposito di entrare in convento, desiderio che appaga l’anno successivo. Sulle vicende dell’opposizione della famiglia alla vocazione religiosa di Smeralda, per la quale i familiari avrebbero voluto il matrimonio, è stato incentrato il dramma Smeralda in tre atti, messo in scena in prima assoluta, il 30 giugno 1988, al tetro Vittorio Emanuele di Messina. 

Sin dal noviziato nel monastero delle clarisse di Santa Maria di Basicò la giovane suora si distingue per la pietà, le sue spiccate virtù e lo slancio con cui vive la sua vocazione. Ella riesce ad attirare su di sé l’ammirazione, la stima e la venerazione delle consorelle. In quegli anni, però, la badessa suor Flos Milloso si allontana dalla regola delle clarisse francescane, mitiga l’austera vita monacale con dispense rendendo il suo convento, allora asilo di nobili fanciulle messinesi, oggetto di privilegi dei re. Questo crea disappunto nelle suore più ferventi e lige alla regola. Fallito ogni tentativo di riportare il convento alla più severa disciplina, matura, nella fedele interprete dello spirito di Santa Chiara, il proposito di fondare un monastero, nel rispetto di tale regola. 

Ottenuta la necessaria autorizzazione pontificia da parte di Papa Callisto III, col decreto del 18 ottobre 1457, suor Eustochia riesce a realizzare la sua sacra idea superando ostacoli e avversità. Una difficile impresa attuata con l’ausilio della madre, della sorella, del nobile messinese Bartolomeo Ansalone e del sostegno morale di una consorella di Basicò, Suor Jacopa Pollicino che le rimane accanto.

Secondo Smeralda i monasteri fondati sulla povertà sarebbero durati in perpetuo, poiché il vero tesoro si trova in cielo. E nel suo monastero di Montevergine la divina provvidenza, da secoli, soccorre bisognosi e suore. La clarissa muore il 20 gennaio 1485 lasciando una fervente comunità religiosa, insieme al profumo delle sue virtù e la fama della sua santità. Molti sono gli episodi prodigiosi, i fatti di miracolose guarigioni che la fanno protagonista in vita e dopo la sua morte, per cui può definirsi l’Eletta del Signore.

La clarissa di Montevergine arriva agli onori degli altari, dopo molto tempo, per le travagliate congiunture storiche, terremoti, guerre che hanno turbato la vita politica, sociale ed ecclesiastica della Sicilia e, quindi, di Messina. Infatti, è stata dichiarata Beata nel 1782, dopo tre secoli dalla morte e Santa nel 1988, dopo due secoli dalla Beatificazione. 

antonello da messinaartereligioni & dialogosmeralda eustochia calafato

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