Intervista allo scrittore Eduardo Savarese

Eduardo Savarese, napoletano, è magistrato e professore di diritto internazionale.

Autore di racconti in diverse raccolte, è stato segnalato al Premio Arturo Loria nel 2007 con il racconto “Il rumore dei tacchi”. È stato poi segnalato al premio Italo Calvino, nel 2010, con il romanzo “L’amore assente”, pubblicato per la collezione Sabot/age delle edizioni e/o con il titolo Non passare per il sangue nel 2012.

Sempre per le edizioni e/o ha pubblicato il romanzo Le inutili vergogne (2014), e il saggio-racconto Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma (2015).

Tiene un corso di scrittura creativa per diversamente abili presso l’associazione ONLUS “A Ruota Libera”. La frequentazione del mondo della disabilità è confluita nel romanzo di prossima uscita Le cose di prima (Minimum Fax, agosto 2018) e nell’approfondimento dei temi del fine vita.

Collabora con Il Corriere del Mezzogiorno, curando la rassegna sul teatro lirico “Prima della prima” e con Il Foglio.

Eduardo, come e perché un magistrato diventa uno scrittore?

Penso che non ci sia una specifica ragione, può accadere a chiunque. Io ho sempre amato la letteratura e la scrittura, fin da quando ero uno studente liceale. Non ho mai considerato la scrittura una terapia ed ho sempre avuto ben chiaro il desiderio di fare lo scrittore. Scrivere rappresenta la parte creativa che è assente nel mio lavoro di giudice, è un’attività che aumenta l’empatia, dunque risulta utile anche nella professione che svolgo.

Nei tuoi libri ti sei dedicato alla riflessione sul tema dell’identità personale e sessuale. A che punto siamo, in tal senso, secondo te?

Banalmente parlando, credo si possa parlare del classico bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto: indubbiamente sono stati compiuti visibili e grandi passi in avanti, basti pensare ai giovani nei quali noto una maggiore naturalezza nell’osservare l’omosessualità, cosa ben rara quando ero io adolescente, venticinque anni fa. C’è oggi una maggiore capacità di vivere le esperienze e le emozioni, di dirsele. Si tratta di un processo ormai irreversibile ma esiste anche il mezzo vuoto, persiste ancora molta ignoranza a vari livelli riguardo al che cosa sia l’omosessualità, per non parlare della transessualità. C’è poi il grande ambito della genitorialità omosessuale, un tema ancora tutto da affrontare, studiare e discutere. Se ne sta cominciando a parlare da pochi anni, attraverso le sentenze di alcuni giudici, ma il dibattito pubblico su questo tema ancora non c’è.

Nel tuo ultimo romanzo Le cose di prima  racconti la storia di Simeone, un adolescente colpito dalla distrofia muscolare. La malattia è, ancora oggi, un segno di indelebile diversità?

Lo è. Io noto una grande paura nei confronti della malattia ed in particolare delle disabilità: viviamo in un’epoca segnata dalla fuga dalla malattia e dalla morte, due temi completamente oscurati, che è molto faticoso trattare, se non rattristandosi. Altrettanto difficile è scriverne, gli stessi editori hanno timore di non vendere se si raccontano storie di malattia e di morte. Peraltro la disabilità è ingombrante, dal punto di vista corporeo ed estetico, turba e spaventa, suscita il timore dell’inadeguatezza. Questa è una grande battaglia culturale e sociale da portare avanti con impegno e con forza.

Simeone, il protagonista, ha un rapporto difficoltoso con la madre Elide, mentre il padre lo ha abbandonato. Malgrado questo, Simeone combatte ostinato e forte, sempre. Quanta responsabilità hanno gli adulti nella vita dei giovani? E il dolore, secondo te, può avere un ruolo “provvidenziale” (manzonianamente parlando)?

Effettivamente questo libro mette in luce le difficoltà del ruolo genitoriale, anche se do voce a due modi molto diversi di fare il genitore: c’è una madre presente e protettiva e c’è un padre assente. Sono due personaggi che osservo con molta misericordia perché ritengo che il ruolo genitoriale sia molto difficile, nessuno lo insegna ed è molto difficile orientarsi. Per quanto riguarda il dolore, non so se sia provvido o improvvido. Mi pare che l’essere umano sembra dover esperire il dolore per raggiungere un maggiore grado di verità, questo è un mistero che mi sconvolge. Esemplificando, quando io sono completamente soddisfatto di me stesso perdo il contatto con la verità, viceversa quando soffro per qualcosa lo ritrovo.

Dopo aver scritto il romanzo Le inutili vergogne ed il pamphlet Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma, i tuoi libri continuano ad interrogarsi, senza inutili forzature, su grandi questioni civili. E’ questo oggi il ruolo della letteratura?

Da sempre la letteratura svolge questo ruolo, quando lo scrittore intercetta i movimenti dello spirito del suo tempo e lo imprime nelle proprie opere. Di conseguenza quello che producono è una lettura del loro tempo e non credo si tratti di un ragionamento fatto a tavolino da chi scrive. In quei libri che hai citato ho raccontato, con il massimo di verità, di coerenza e di rigore, esperienze che mi coinvolgevano totalmente ed in tal modo ho dato una lettura del mio tempo, mi sono messo in sintonia con alcuni temi del mio tempo.

Stai già pensando al tuo prossimo romanzo?

In realtà lo sto già scrivendo.

Qualche anticipazione?

E’ un libro abbastanza folle, per certi versi più divertente dei miei precedenti. I temi sono sempre quelli della ricerca della verità personale, ma non solo. Riprende alcune situazioni presenti ne Le inutili vergogne, lancia alcune provocazioni su eventi che stiamo vivendo a livello sociale. Comunque mi sto divertendo molto a scriverlo e spero che, se verrà pubblicato, ci si diverta anche a leggerlo.

Che cosa vuoi fare da grande?

Mi piacerebbe avere la possibilità di vivere in una comunità monastica laica, pregare e lavorare a contatto con la natura e non in solitudine, ma in gruppo. Un’idea che si ispira all’ora et labora di San Benedetto, una regola moderna e positiva, antidoto all’isolamento. Si potrebbe recuperare il valore del tempo e si potrebbero trovare spazi per la contemplazione, a contatto con la natura. Penso ad un moderno monachesimo, mi piacerebbe inventarlo e parteciparvi.

Foto di Daniela Zedda

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