Franco Cordero: l’uomo dei libri e il suo Olimpo di via Palermo

Non è facile, per me, scrivere un ricordo di Franco Cordero. Sono stata sua allieva, sua assistente e ho condiviso con lui molti anni di approfondimenti giuridici, di rispetto e di amicizia. Non siamo andati sempre d’accordo, ma ci siamo sempre perdonati. Credo sia questo il cardine su cui ruotano gli affetti veri.

È difficile pensare a cosa scrivere di un uomo intellettualmente tanto ricco e versatile. Un grande giurista, un bravissimo docente, un impareggiabile scrittore, sia nella saggistica, dal diritto alla storia, dalla filosofia alla teologia e persino alla psicologia, sia nella narrativa e nel giornalismo. È stato autore, infatti, anche di raffinati romanzi e infuocati editoriali politici sul quotidiano La Repubblica contro il sistema berlusconiano.

Ha sempre analizzato la vita con aristotelica precisione: la logica era il suo punto di forza, la sua leva per sollevare il mondo. Era capace di una satira pungente ma mai banale. C’era una geometrica precisione nei suoi ragionamenti, qualunque fosse la loro natura. Sarebbe vissuto comodamente nella Flatlandia di Abbott, ma non si pensi a lui come ad un adepto del semplicismo. Aveva il potere di chiudere in una frase diversi piani comunicativi. La sua prosa era una matrioska: concetti espressi e concetti inespressi disvelavano se stessi via via che si entrava nell’atto linguistico. Faceva un uso sapiente della metafora. Spesso attingeva ad inusuali fonti esplicative. Nella sua Procedura Penale scomoda persino Lewis Carroll con il Tè dal Cappellaio Matto: l’idea che se ne ricava è perfettamente calzante alla norma criticata generatrice di paradosso.

A voler raccontare una simile personalità si rischia sempre di dire troppo poco, di focalizzare l’attenzione su parti di un tutto impossibile da inquadrare nella sua interezza.

Per questa ragione, lasciando ad altre sedi il profilo dell’uomo accademico, voglio qui ricordarlo percorrendo i corridoi della quotidianità, disegnando il profilo di un Cordero inedito, serio e faceto, sempre acuto nelle sue osservazioni, nelle sue invettive, nell’uso affilato della dialettica, dedito alla cultura a tutto tondo e, soprattutto, al suo cosmo di libri.

Sin dai primi anni in cui mi aveva cooptata come assistente all’università, andavo a trovarlo nel suo studio di via Palermo, un grande appartamento-biblioteca in cui aveva pazientemente raccolto i libri della sua vita. Era un bibliofilo, oltre che uno studioso. Si circondava, dunque, di volumi preziosi, prime edizioni, libri antichi, addirittura meravigliosi incunaboli.

Spesso lo accompagnavo dagli antiquari a ritirare i nuovi acquisti e lo divertiva molto il modo “creativo” in cui guidavo e posteggiavo. Altre volte andavo da sola e gli consegnavo a fine giornata i piccoli tesori che attendeva con ansia.

Con lui ho imparato ad amare il libro anche come oggetto, oltre che come porta magica verso la dimensione del sapere. Erano sue creature, i libri. Le poche volte che affrontammo il tema della morte, mi colpì non solo l’originale e a tratti inquietante volto che le dava, ma il pensiero residuo, quello focalizzato sulla vita appena abbandonata: la sua era occupata, in parte, dai libri. Paventava l’idea che la sua biblioteca potesse essere smembrata, dopo la sua morte, anche se trovava comunque consolante la prospettiva che quei libri potessero tornare a nuova vita presso altri studiosi. Un atteggiamento quasi paterno.

Come sempre accade in contesti emotivi, i ricordi fluiscono anche sotto il profilo sensoriale. È la memoria olfattiva, in questo momento, a riportarmi indietro nel tempo. Ricordo una legatoria d’arte dove lo accompagnavo con i volumi da risistemare: l’odore del cuoio, le cuciture delle pagine, l’uso di colle naturali e artigianali che profumavano di farina bagnata; ricordo quando chiudemmo in grandi sacchi di plastica pieni di canfora gli incunaboli che erano stati aggrediti dagli insetti della carta.

Oggi anche io, nella mia biblioteca decisamente più modesta della sua, raccolgo qualche volume antico, benché, al momento, non mi sia spinta più in là dell’Ottocento, e, nel leggerlo, provo l’emozione della Biancamaria dannunziana quando mette tra i capelli il fermaglio appartenuto a Cassandra, poiché leggo le parole stampate, ma, contestualmente, sfioro le pieghe del tempo attraverso pagine che provengono da un lontano angolo di storia. La Biancamaria dannunziana …. Fu proprio Cordero che mi donò “La Città Morta”. Lo conservo gelosamente. Quando seppe che l’avevo letto al liceo, ma che l’avevo incautamente prestato senza mai averlo indietro, mi fece trovare una bellissima prima edizione del 1916. E sempre in prima edizione mi donò l’epistolario di Papini e Prezzolini, la storia di un’amicizia strettamente legata al rinnovamento culturale italiano, che approfondimmo in più occasioni, leggendo insieme una parte delle lettere. Gli piaceva sentirmi leggere e, al termine della lettura, scioglieva il nodo del silenzio, spiegava quello che aveva percepito, raccontava aneddoti, inquadrava quei brani nell’universo sconfinato del suo sapere.

Era sorprendente la sua sete di conoscenza, la memoria prodigiosa con cui assorbiva tutto quello che leggeva e la sua capacità elaborativa, specchio di un’intelligenza da uomo rinascimentale. Chiunque lo ascoltasse rimaneva incantato. Era un affabulatore prezioso, poiché alla raffinatezza della prosa, alla delicata musicalità del suo accento piemontese affiancava il valore dei contenuti.

In via Palermo, trascorrevamo pomeriggi interi a bere tè, ad ascoltare musica jazz, la sua preferita, e a parlare di diritto, ma soprattutto di letteratura, di filosofia, di storia. E di nuoto, sua grande passione. Sapeva che l’avevo praticato nella squadra nazionale juniores e gli piaceva condividere con me i piani dei suoi allenamenti. Era uno sportivo. Credeva fermamente nella mens sana in corpore sano.

Ho ancora davanti agli occhi le finestre con i vetri cattedrale, la sua grande scrivania ad elle, il divano di pelle bianco, le pareti allestite interamente a libreria con i globi di luce fissati sui divisori, la scaletta da biblioteca con i suoi libri poggiati sui gradini, il mappamondo seicentesco, il silenzio.

Tra i suoi assistenti eravamo davvero pochi a non aver discusso la tesi in Procedura Penale: io venivo dal Diritto Romano. Tuttavia, mi volle come sua assistente in quanto la mia tesi sulle fonti delle obligationes negli antichi popoli del Mediterraneo gli era piaciuta molto; era incuriosito dai miei approfondimenti sulla storia e sul diritto dell’antico Egitto e del Medio Oriente. Ne parlavamo spesso, ma parlavamo molto anche di teatro, l’altra grande passione della mia vita. Era un raffinato conoscitore dell’opera di Pirandello e un grande ammiratore di Shakespeare. Ci vuole poco, si potrebbe osservare. Chi non li ammira? Ma Cordero aveva letto la loro opera omnia e ne ricordava la gran parte.

Il suo era un ricchissimo mondo pieno di personaggi, alcuni realmente esistiti, altri frutto della fantasia degli scrittori o della propria. I quattro volumi che scrisse sulla vita del Savonarola lo legarono al frate in modo amicale e conflittuale al contempo; le vicende sulla pestilenza nella Milano seicentesca, narrate dal Manzoni nella “Storia della Colonna Infame” e da lui riprese ne “La Fabbrica della Peste”, lo misero a contatto con personaggi noti e meno noti, furbi, loschi, innocenti e colpevoli che lo avrebbero accompagnato in molti altri suoi scritti; persino il mostro ricorrente che disturbava i suoi sonni infantili divenne un personaggio di un suo romanzo. Era un uomo capace di attingere a fonti reali, irreali e soprannaturali, rielaborandole in modo affatto personale.

Un giorno andammo a trovarlo io ed un collega, Fabio Alonzi. Il professore era disperato, perché la tastiera del computer sembrava non rispondere bene ai suoi comandi. Mi chiese di mettermi a dattiloscrivere su sua dettatura, per vedere se anche con me si verificassero gli stessi problemi, ma niente: scrissi tutto perfettamente. Rimase in silenzio. Si rimise alla tastiera e iniziò a scrivere in modo ripetitivo la parola “poltergeist”. Poi ci sorrise e ci disse che probabilmente il computer era posseduto. Ecco, Cordero era anche questo. Un uomo che comunicava persino con gli oggetti, e non sempre in armonia; non escludeva nulla, neppure l’occulto, come qualunque intelligenza vera. Il suo era un mondo spesso abitato dalle creature di Bosch.

Il suo Credo era illeggibile, sebbene fosse un uomo spirituale. Aveva una visione affatto peculiare delle cose del corpo e di quelle dello spirito. Aveva approfondito il dogma cristiano come ho visto fare a pochi studiosi, anche ecclesiastici. Il suo saggio sull’Epistola ai Romani e quello su Erasmo contro Lutero sono eruditi e raffinati viaggi nell’antropologia del Cristianesimo e del pensiero teologico.

Era inevitabile, del resto. Il suo universo di libri non aveva confini. Come tutti i veri umanisti, egli conviveva quotidianamente con il sapere, il ragionamento, lo studio. Alla lettura sono legati i momenti più importanti della sua vita, quasi dei passaggi di rito. Ricordo che raccontava spesso della prima volta in cui si incuriosì degli affari giuridici. Era un bambino piccolo. Aveva letto l’albo Disney “Topolino e il tesoro di Clarabella”, dove si parlava dell’ipoteca e il fascino per il sistema normativo, meccanismo regolatore dei rapporti umani, non lo abbandonò più. Da ragazzo, poi, la letteratura gli entrò nel sangue: raccontava spesso di quando acquistò con i propri soldi una copia de “La figlia del capitano” di Pushkin. Impossibile menzionare in questo contesto il suo infinito percorso tra le strade di carta. Andrebbe scritto un libro sui libri della sua vita. E, forse, un libro non basterebbe.

Di sicuro, però, un altro rito di passaggio va menzionato. Questa volta si tratta di una sua opera, “Gli Osservanti”, un magnifico testo di filosofia del diritto che Cordero scrisse quando era docente all’Università Cattolica di Milano. Un libro in cui viene approfondita la fenomenologia delle norme, la figura dell’uomo legislatore e dell’uomo osservante, mossi da dinamiche complementari di repressione e soggezione. Un incredibile viaggio attraverso la teologia, la filosofia e il diritto. Questo libro segna un momento molto particolare nella vita di Cordero, poiché accende una controversia dogmatica che coincide con la fine del suo insegnamento in quell’ateneo, seguita da importanti strascichi processuali, e culmina con il suo nuovo incarico come docente di Procedura Penale all’Università di Roma La Sapienza. Anche la copia che ho di questo libro mi fu donata dal professore in un giorno particolare che ricordo con molto piacere. Ancora una volta ero con un mio collega e, in occasione del compleanno del professore, gli avevamo donato una moneta d’argento del 1928, il suo anno di nascita. Lui ci spiegò la sua complessa teoria del dono: va ricambiato perché altrimenti frammenta l’anima e, così, ci donò il suo libro più bello, più discusso, assolutamente introvabile, allora. L’ho letto molte volte e ogni volta che lo apro trovo qualche sfumatura che mi era sfuggita. È questo che rende immortali certi libri: non sono mai banali e hanno sempre qualcosa di nuovo da offrire a seconda del momento della vita in cui vengono letti.

Di sicuro, il monsignore che diede inizio alla querelle milanese, mettendo all’indice le idee di Cordero non uscì un gran che bene da quella vicenda, soprattutto dopo la replica che gli venne indirizzata. “Risposta a Monsignore”, infatti, è il pamphlet con cui Cordero ha contestato e ridicolizzato le accuse che gli erano state mosse e lo ha fatto con la sagacia e l’arguzia tipiche del suo stile. Uno stile inconfondibile.

Tutti i suoi libri hanno un’impronta originale, una musicalità assolutamente inedita. Qualcuno li considera criptici, troppo eruditi. Io li ho sempre visti come i sentieri e le ferrate che si inerpicano sulle pareti dolomitiche: se fissiamo lo sguardo solo sui nostri piedi, perdiamo la bellezza del cammino e rischiamo anche di cadere. Devo dire che sono molto curiosa di leggere la sua ultima fatica, La Tredicesima Cattedra, edito da La Nave di Teseo.

Non siamo in molti a poterci definire suoi allievi e, di sicuro, non abbiamo mai smesso di esserlo. Credo che da ragazzi, tutti noi in qualche modo abbiamo cercato di essere suoi cloni. Aspettativa inevitabilmente frustrata, è ovvio. Eravamo recipienti che si riempivano di lui, anche senza rendercene conto. Oggi, però, ne siamo consapevoli, poiché, nonostante siano trascorsi molti anni dal suo pensionamento, i suoi insegnamenti sono assolutamente vividi. Ci basta leggere una sentenza, una norma, affrontare un problema filosofico, addentrarci nel mondo delle arti, studiare un periodo storico per capire che, in noi, c’è sempre una chiave che apre porte di ragionamenti fuori dagli schemi, a volte scomodi, ma difficilmente imprecisi. E lo dobbiamo a lui; al nostro Professore, da cui siamo stati scelti, forgiati e uniti in una bellissima amicizia che non ha mai cessato di esistere. Ancora oggi ci definiamo corderiani e ci vogliamo un gran bene.

Mi accorgo solo ora che avrei dovuto scrivere della morte di Franco Cordero, ma che, in realtà, ho parlato della sua sopravvivenza in tutti coloro che hanno avuto il privilegio di averlo come Maestro. Forse è questo il segreto dell’eternità.

Fonte foto: agi.it

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