Dono o talento? La legge delle 10.000 ore

È ormai un luogo comune che per eccellere in qualsiasi campo di applicazione sia necessaria una pratica intensa.

Ma quanto conta l’applicazione e quanto il talento?

Negli anni ’30 alcuni psicologi affermarono che per riuscire a raggiungere l’apice delle nostre abilità dovremmo esercitarci tenacemente per 10.000 ore.

Questa tesi, ripresa dallo psicologo svedese Anders Ericsson, è stata ben descritta dal giornalista Malcom Gladwell, che nel libro “Fuoriclasse. Storia naturale del successo” ha elencato le storie di alcuni illustri personaggi arrivati al successo grazie appunto alla pratica costante ed ostinata che lui quantifica in circa “diecimila ore”.

Dono o talento?

Seppure apparentemente simili, c’è una bella differenza fra dono e talento.

Cosa significa talento

La parola talento proviene dal greco antico ed indicava il piatto della bilancia, ma anche il peso che ci si metteva sopra.

Sulla bilancia erano pesati i metalli preziosi, che venivano barattati, e così il termine talento cominciò a essere utilizzato per indicare la moneta.

In origine quindi il talento, che in greco antico è talanta – indicava qualcosa di materiale.

Una persona riceve dei talenti naturali grazie ad una combinazione genetica (c’è chi ha abilità musicali, artistiche o matematiche naturali), ma anche grazie all’influenza del suo ambiente e della formazione ricevuta.

L’ambiente dunque in qualche modo determina anche la genetica, per cui le caratteristiche individuali che riconosciamo come “talento” restano in parte insondabili e a volte sconosciute agli stessi soggetti, anche se il talento si può facilmente riconoscere per via di un’abilità sviluppata in determinate aree di interesse.

Utile precisare tuttavia che l’ambiente in cui nasciamo e cresciamo, ha effetti sulle nostre capacità nel corso del tempo, non necessariamente sin da bambini, per intenderci.

A volte infatti ci sorprendiamo nello scoprire talenti che non immaginavamo di possedere, perché misconosciuti, latenti, non coltivati o perché tenuti in sordina.

Magari sono minuscoli dettagli a fare emergere un talento nascosto, dettagli che da principi sono “deboli” anche se profondi.

Un dono è qualcosa che va oltre, qualcosa di superiore.

Mentre, nel caso dei talenti, è possibile svilupparli e dirigere i propri hobby o la propria professione in accordo con essi, i doni esistono a prescindere da qualsiasi condizionamento e non hanno bisogno di allenamento.

Mozart aveva meno di sei anni quando ha scritto la sua prima composizione. Lui aveva un dono!

Il talento è altra cosa!

In che modo si sviluppa il talento?

Come abbiamo accennato all’inizio dell’articolo, occorre applicazione costante, ma è altresì importante avere buoni maestri, capacità di resistenza e umiltà, predisposizione all’ascolto e pazienza, tutte virtù indispensabili.

Ovviamente, ognuno ha i suoi tempi di apprendimento e la sua propria dotazione di capacità auto-motivazionale.

Come riconoscere un talento?

Spesso non siamo in grado di riconoscere esattamente i nostri talenti e le nostre potenzialità o facciamo confusione su altre idee collegate ad essi come; genio, passione, vocazione, punti di forza, inclinazioni.

Il termine talento si utilizza spesso per gli artisti, sportivi, scienziati, imprenditori ecc, persone considerare al di sopra della media.

E così può succedere che ci si senta spiazzati scoprendo di non avere nessuna inclinazione fuori dalla norma.

Come possiamo scoprire le nostre vere passioni? Qual è la strada giusta per noi?

Iniziamo col precisare che talento e genio sono due cose diverse.

Dire che ogni persona ha i suoi talenti non vuol dire che in ognuno di noi si nasconde un genio. 

Però ognuno di noi ha i suoi punti di forza: attitudini, tendenze, inclinazioni, passioni, che possono essere messe in campo in diversi settori.

Non è importante cosa facciamo, ma come lo facciamo.

I talenti sono dunque la nostra ricchezza.

In un certo senso abbiamo il diritto, ma anche il dovere di metterli a frutto e di impegnarci.

La meditazione 

Nei talenti c’è forse scritto il nostro destino?

Probabilmente sì e possiamo sentirci in equilibrio solo quando riusciamo a farli fiorire.

La meditazione, grazie all’allenamento alla consapevolezza, può aiutarci a scoprire i nostri talenti.

Essa ci porta a interrogarci su chi siamo realmente, scoprendo in questo modo:

1) I punti di forza, che corrispondono molto probabilmente a qualcosa che ci appassiona, ci interessa e ci viene bene. Sono doti che utilizziamo nel lavoro e nella vita? Sono apprezzate da chi ci sta attorno? Se la risposta è negativa, dovremmo chiederci: come possiamo cambiare le cose?

2 ) I punti di debolezza, che corrispondono probabilmente ad abilità o attitudini che non abbiamo esercitato a sufficienza, perché non ci interessavano o perché non ci sono state utili. La domanda da fare a noi stessi è: c’è un obiettivo che non riusciamo a raggiungere in questo periodo? Perché non riusciamo? Non è che dipende proprio dal fatto che non abbiamo abbastanza sviluppato uno di questi punti? Possiamo trasformare un punto di debolezza in uno di forza? O quanto meno migliorare?

Nella foto, Chris Evans e Mckenna Grace in una scena del film “Gifted – Il dono del talento”

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Per inserire il commento devi rispondere a questa domanda: *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.