Jane Goodall e gli scimpanzé: la scienziata che cambiò l’etologia

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Scomparsa il 2 ottobre 2025 all’età di 91 anni, Jane Goodall ha trasformato il modo di guardare agli scimpanzé e, con essi, alla condizione umana. La sua ricerca ha reso la pazienza una forma di conoscenza e la conoscenza un dovere di responsabilità

L’infanzia e il desiderio d’Africa

Jane Goodall nacque a Londra nel 1934 e crebbe in un contesto familiare modesto ma capace di incoraggiare la curiosità. Fin da bambina non si accontentava di giocare con gli animali, ma li osservava con attenzione insolita: studiava i movimenti delle galline nel cortile, annotava i comportamenti del cane di casa, rimaneva immobile per ore a cogliere dettagli che sfuggivano agli adulti. Quella disposizione, che poteva sembrare un’infanzia eccentrica, si trasformò progressivamente in una vera disciplina dello sguardo, fondata sulla pazienza e sulla capacità di interpretare i gesti minimi.

Conclusi gli studi secondari, non poté accedere subito all’università. Per mantenersi svolse diversi lavori, (segretaria e cameriera, per citarne alcuni), continuando intanto a coltivare la passione per la lettura, in particolare libri di avventura e opere naturalistiche che alimentavano un sogno preciso: raggiungere l’Africa e dedicarsi agli animali nel loro ambiente. Ragion per cui, nel 1957, decise di partire per il Kenya, ospite di un’amica. Fu lì che incontrò l’antropologo Louis Leakey, destinato a cambiare il corso della sua vita.

Leakey comprese subito che quella giovane donna possedeva una dote rara: la pazienza come metodo, cioè la capacità di osservare senza fretta, di cogliere gli individui invece delle categorie. Per questo le affidò un incarico inusuale per l’epoca, ossia osservare da vicino una comunità di scimpanzé in un’area remota della Tanzania, lungo le rive settentrionali del lago Tanganica. La località prescelta era Gombe Stream, una riserva naturale di colline boscose e radure che scendono verso l’acqua. In quell’ambiente, dove convivevano condizioni favorevoli all’osservazione e gruppi stabili di scimpanzé, Goodall si insediò nel luglio del 1960, dando avvio alla ricerca che avrebbe rivoluzionato l’etologia.

Il legame con gli scimpanzé

La decisione di concentrarsi sugli scimpanzé non nacque da un impulso emotivo, ma da un’intuizione scientifica. Goodall comprese che questi primati, per la loro prossimità evolutiva e al tempo stesso per la loro alterità, costituivano un banco di prova unico: rendevano leggibili emozioni e legami, ma mettevano anche in crisi le categorie interpretative allora in uso. In questo spazio intermedio la ricerca non poteva ridursi a schemi quantitativi o a registrazioni impersonali, come accadeva nell’etologia dominante, che trattava gli animali come “esemplari numerati”, osservati in sessioni brevi e spesso in condizioni artificiali.

Goodall scelse invece di riconoscere gli individui. Non li identificò con codici, ma con nomi propri: David Greybeard, Flo, Fifi. Non si trattava di un cedimento all’antropomorfismo, come alcuni studiosi le rimproverarono, ma di un atto epistemico. Solo distinguendo singole storie era infatti possibile cogliere la complessità sociale di una comunità. La sua impostazione rompeva così con l’idea di oggettività come distanza assoluta, mostrando che la precisione scientifica consiste nel registrare le differenze senza cancellarle.

Neanche a dirlo, l’accademia accolse inizialmente questo approccio con diffidenza: la mancanza di titoli universitari e l’uso dei nomi personali furono giudicati indizi di dilettantismo. Eppure, proprio quel metodo ritenuto eterodosso si rivelò decisivo, perché permise di documentare genealogie, trasmissioni culturali e comportamenti inediti che avrebbero trasformato per sempre lo studio dei primati.

Metodo e scoperte

La scelta di riconoscere gli individui aprì la strada a risultati che altrimenti sarebbero rimasti invisibili. Distinguere storie e genealogie consentì a Goodall di osservare non solo comportamenti ripetuti, ma variazioni sottili, innovazioni tramandate e pratiche che passavano da un soggetto all’altro. La ricerca a Gombe si sviluppò così nel tempo lungo: immersioni quotidiane, mesi di attesa perché gli animali si abituassero alla sua presenza, appunti minuziosi che crescevano con la confidenza reciproca.

Grazie a questa tecnica emersero scoperte decisive. Gli scimpanzé non solo usavano strumenti, ma li modificavano e insegnavano ai più giovani il loro impiego, mostrando che la cultura materiale non è un’esclusiva umana. Condividevano il cibo, collaboravano nella caccia, costruivano alleanze di lungo periodo. Il gesto di David Greybeard che infilava un rametto in un termitaio incrinò ad esempio il concetto stesso di “homo faber”, obbligando la scienza a rivedere la linea di demarcazione tra l’uomo e gli altri primati.

Negli anni Settanta un’altra rivelazione fece vacillare le certezze: il conflitto tra due comunità, condotto con violenza sistematica, mostrò che anche gli scimpanzé possiedono forme di guerra organizzata. La foresta smise così di apparire come un eden innocente e si rivelò un teatro complesso, in cui convivevano cooperazione e conflitto, cura e aggressività, lutto e dominio.

Un ruolo determinante in questa ridefinizione lo ebbero le immagini. Grazie alla collaborazione con il National Geographic e al lavoro del fotografo Hugo van Lawick, fotografie e documentari diffusero in tutto il mondo ciò che Goodall registrava nei suoi taccuini. Quelle immagini non furono un semplice corredo divulgativo, ma prove che costrinsero l’opinione pubblica e, lentamente, anche l’accademia a riconoscere l’evidenza di una nuova etologia.

Dalla ricerca alla responsabilità

Per Goodall l’osservazione non fu mai un esercizio neutro: chi guarda con attenzione una comunità vivente finisce per sentirsi corresponsabile della sua sopravvivenza. Questa convinzione la spinse, nel 1977, a fondare il Jane Goodall Institute, con l’obiettivo di trasformare i risultati scientifici in azioni concrete di tutela ambientale e sviluppo comunitario. Pochi anni dopo, nel 1991, nacque anche il programma Roots & Shoots, che coinvolse migliaia di giovani in progetti di educazione ecologica e di cittadinanza attiva. In entrambi i casi il principio era chiaro: proteggere gli scimpanzé significava proteggere le foreste che li ospitano, le acque che le alimentano e le comunità umane che da quegli ecosistemi dipendono. La conservazione, così intesa, non appariva più come un lusso per specialisti, ma come parte integrante della vita sociale ed economica.

Una leadership diversa

Parallelamente, Goodall seppe affermarsi in un mondo accademico che riservava poco spazio alle donne e in cui l’autorità scientifica si esercitava quasi sempre attraverso la distanza impersonale e il linguaggio della durezza. Lei scelse invece una via alternativa, costruendo un modello di autorevolezza che teneva insieme empatia e rigore. La vicinanza agli animali, lungi dal compromettere l’oggettività, la arricchiva di dettagli; la delicatezza dell’approccio non indeboliva i dati, ma li rendeva più solidi.

Ne nacque uno stile di leadership atipico: non spettacolare ma coerente, non aggressivo ma saldo, capace di convincere senza imporsi. Proprio in questa combinazione molti studiosi, e soprattutto molte studiose, riconobbero un paradigma nuovo: la possibilità di una scienza che intreccia precisione ed etica senza sacrificare nessuna delle due.

Antropocene: la lezione di Jane

Negli ultimi decenni Goodall divenne una delle voci più autorevoli del dibattito ambientale. In un contesto oscillante fra catastrofismo e indifferenza, indicò un registro diverso: quello della responsabilità quotidiana. Parlava di progetti verificabili e di impegni concreti, mostrando che la conservazione richiede continuità, disciplina e durata, non gesti eccezionali.

Il suo contributo all’Antropocene non fu l’annuncio di scenari estremi, ma la dimostrazione che la scienza diventa credibile solo quando si traduce in relazioni stabili con il mondo che descrive. Gli scimpanzé, per lei, non erano un “oggetto di studio” ma interlocutori capaci di rivelare la condizione umana e la fragilità dei sistemi di cui facciamo parte.

In definitiva, l’eredità che ci ha lasciato non si riduce alle istituzioni fondate o ai libri pubblicati. Consiste in un metodo di lavoro basato sulla lentezza, nell’idea che ogni osservazione sia già una forma di custodia, e nella convinzione che la conoscenza comporti inevitabilmente una responsabilità etica.

Goodall non ha solo arricchito l’etologia: ha imposto un nuovo modo di pensare il rapporto fra sapere e cura. La sua scomparsa chiude una vita, ma consegna un compito ancora attuale: imparare a vedere con pazienza, e a custodire ciò che vediamo.

Foto di Marcel Langthim da Pixabay

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