Questioni referendarie (troppo) tecniche

Questioni

Le ragioni del NO

Premetto che il mio non è un giudizio da politologo ma il parere di un cittadino che ha vissuto in proprio il disagio, se non la confusione, di questo richiamo alle urne.

Nel titolo ho usato il plurale “ragioni”, e non ragione perché l’orientamento dei votanti ha seguito almeno tre motivazioni diverse.

La prima è quella prevista dalla normativa in materia, approvare o respingere la riforma e quindi valutarne sul piano giuridico la validità. Si è trattato del gruppo di coloro che hanno una certa cultura giuridica o che operano nel settore.

Propaganda ingannevole

Un’altra e più numerosa parte dei votanti si è sentita estranea al tema, troppo tecnico per consentire una piena comprensione e una scelta responsabile.

Né per uscire dall’impasse ha ricevuto aiuto dalle istituzioni che, lungi dallo spiegare, hanno preferito suggerire, indurre, sostituendo la propria decisione a quella del popolo.

Basti pensare al linguaggio dei rappresentanti del governo che ha condotto una vera e propria battaglia contro i giudici (definiti “plotoni di esecuzione”) o alla retorica ed illusoria giustificazione della riforma come un rimedio ai mali della Giustizia.

Le opposizioni a loro volta hanno qualificato le mire della riforma come un tentativo di portare i P.M. sotto il controllo dell’esecutivo.

Cosa forse verosimile negli intenti segreti e nelle speranze della Destra, ma di fatto impossibile nella vigenza degli artt.109 e 112 della Costituzione (n.d.r. il primo articolo pone la polizia giudiziaria a servizio dell’autorità giudiziaria, il secondo impone al pubblico ministero l’esercizio dell’azione penale.)

In questo quadro di propaganda politica i destinatari del referendum hanno subìto un duplice inganno al quale hanno reagito votando “No”.

Come se l’elettore avesse pensato “poiché non ho capito e non mi hanno chiarito le idee, voto No per lasciare le cose come stanno”. I critici che hanno visto in questo atteggiamento una valenza politica hanno formulato un giudizio ingiusto. Non è stato l’elettorato a “buttarla in politica” come volgarmente si dice, sono state le Istituzioni, sono stati i fronti del Si e del No.

Una reazione contro l’invadenza

Ma c’è una parte dei votanti che ha seguito un altro percorso.

È quella di coloro che hanno reagito contro l’invadenza del potere politico, contro la sua invasione di campo, contro l’attentato alla libertà di coscienza.

E questo forse è il più profondo significato d’una risposta referendaria costretta ad uscire dai limiti del tema proposto per ritrovare la propria dignità ed esprimere un duro monito ai politici. 

Riflettano sul fatto che una riforma della “Carta dei Principi “ va elaborata con la partecipazione di tutti: è il Parlamento, espressione della volontà popolare, che deve riuscire a licenziare un nuovo testo e se non si trova un accordo su questioni così tecniche come quella che riguardava l’ultimo referendum, allora si dovrebbe abbandonare il tentativo di cambiamento. Ai cittadini non dovrebbero essere demandate decisioni tanto tecniche da essere incomprensibili ai più; ed un governo che tenti di bypassare il Parlamento rischia di finire, come in questo caso, malamente sconfitto. Il ricorso al supplemento referendario deve essere l’ultima ratio in momenti critici della storia del Paese.

Image by Mohamed Hassan from Pixabay

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