
Immigrati e richiedenti asilo. La normativa applicabile in Italia è tuttora la Legge Bossi-Fini (2002). Essa lega l’ingresso in Italia all’esistenza di un contratto di lavoro, con la conseguenza di rendere – di fatto – irregolare ogni migrante che si presenta alla frontiera. Tale norma, peraltro, va coordinata con l’articolo 10 della Costituzione della Repubblica. Il quale recita: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Di conseguenza, la stragrande maggioranza dei migranti, appena giunto sul suolo italiano, si dichiara rifugiato politico. A quel punto rimane in stand by con lo ‘status’ di richiedente asilo, in attesa delle verifiche dello Stato italiano. Tali procedure mirano non solo ad accertare se nel Paese di origine siano generalmente represse le libertà fondamentali. Ma anche che il singolo richiedente abbia subito specifici atti di persecuzione. Nel frattempo, in alcuni casi il “richiedente asilo” riesce a ottenere il lavoro necessario per “sanare” l’irregolarità del suo ingresso. Ed in tal caso può richiedere il “ricongiungimento familiare” richiamando in Italia tutti i parenti stretti. Diversamente resta clandestino ma in mano alla malavita organizzata.
Immigrati e richiedenti asilo, la nuova disciplina
A razionalizzare questa “soluzione all’italiana” del – forse – principale problema italiano degli ultimi 30 anni è giunta in soccorso l’Unione Europea. Alcuni giorni fa, infatti, il Consiglio Ue ha approvato una modifica al regolamento Ue 2024/1348, che avrà effetti rivoluzionari per il nostro paese. I mass media ne hanno dato notizia in termini molto poco comprensivi per i lettori. Poi, dopo, qualche giorno – come sempre – la notizia è finita nel dimenticatoio. Cerchiamo allora noi di darne un’esatta informazione.
La modifica al regolamento UE consente agli Stati di respingere una domanda di asilo in quanto irricevibile. Senza cioè esaminarne il merito qualora il richiedente provenga da alcuni paesi definiti “sicuri”. Sono stati definiti “sicuri” dal Consiglio UE: Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. Ad essi si affiancano i paesi candidati all’adesione all’Ue (Serbia, Bosnia, Albania, Turchia, ecc.).
Gli immigrati provenienti dai ‘paesi sicuri’ non potranno richiedere asilo
Stiamo parlando del 2° (Albania), 3° (Marocco), 6° (Bangladesh) 7° (India) e 8° (Egitto), paese di provenienza degli immigrati in Italia. Inoltre, di uno dei due paesi (Tunisia) dal quale provengono la maggioranza dei “barconi” del Mediterraneo. Da oggi in poi, tutti i migranti che giungono in Italia da uno di questi paesi non potranno più beneficiare dello status di rifugiato politico. Ma c’è di più.
Anche l’iter delle richieste di asilo dei migranti non provenienti da un “paese sicuro”, subisce variazioni. Acquista rilevanza per il richiedente la possibilità di ottenere protezione da un Paese extra-UE considerato sicuro per loro. In tal caso potrà essere trasferito nel paese terzo, purché lo Stato UE abbia con esso accordi per garantire l’asilo. Ad esempio, per l’Italia: l’Albania. Ma la nuova norma UE consente ai Paesi membri di istituire hub in un qualsiasi paese terzo. Anche a migliaia di chilometri di distanza. Il richiedente che si oppone a tali decisioni perde comunque il diritto automatico di rimanere nell’UE per la durata del ricorso.
E il problema della carenza dei lavoratori, come si risolve?
Come si vede, la recentissima modifica al regolamento UE rivoluzionerà letteralmente le procedure di accoglienza dei migranti in Italia. Riducendo praticamente ai minimi termini le richieste di asilo. Tuttavia, la soluzione di parte del problema avrà come conseguenza il crescere a dismisura dell’altra parte del medesimo. Come abbiamo scritto più volte, infatti, i lavoratori stranieri sono una risorsa indispensabile per la nostra produzione. Un paese che punta al Made in Italy e che per questo si regge sull’export, non può arrendersi a una “decrescita sostenibile”. Eppure è ciò che – nella previsione più rosea – ci porterebbe l’invecchiamento della popolazione e la crisi demografica attuale.
Senza forza lavoro immigrata è diventato difficile crescere economicamente. Questo perché in molti settori i lavoratori italiani non se ne trovano. In agricoltura è addirittura impossibile. Romano Magrini, (Coldiretti) ha dichiarato la necessità di 100.000 lavoratori agricoli ogni anno all’arrivo della primavera. Ma anche l’Assoturismo prevede un “buco” annuale di 50.000 lavoratori ad ogni stagione estiva.
Una proposta per assumere e formare i lavoratori immigrati
Renzo Colucci, direttore di Seneca Impresa Sociale, ha proposto di trasformare l’accoglienza in un percorso lavorativo di attivazione immediata. Comprensivo di corsi di lingua, competenze, orientamento e accompagnamento al lavoro. Il tutto (a carico ma) in collaborazione con le imprese. Per valorizzare le competenze degli immigrati stranieri e offrire candidati realmente pronti all’inserimento.
A nostro, parere tuttavia, tali percorsi vanno attivati a monte. Deve essere il governo italiano a farsi carico dell’accoglienza della forza lavoro. Stipulando accordi per con gli Stati esteri che danno maggiori garanzie di integrazione e modificando in tal senso la “Bossi-Fini”. In tal caso il migrante potrà arrivare in Italia con già in tasca un contratto lavorativo e un percorso formativo.
Gli Stati di provenienza potrebbero essere, per lingua e cultura, quelli del Sudamerica. Oppure quei paesi UE dove è ancora forte la disoccupazione (est europeo o Grecia). Un percorso simile l’hanno già intrapreso la Germania e i Paesi Bassi all’inizio degli anni ‘960 e, attualmente, la Spagna. Anche se con provenienza da paesi diversi. Ma questa è un’altra storia.
Foto di Marco Pomella da Pixabay
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