Vaccinazione alla britannica

In tutto il mondo è iniziata la più grande campagna vaccinale che si ricordi: quella per il Covid-19.

Si tratta di un’impresa ciclopica non solo perché lo scopo è vaccinare tutti ma anche e soprattutto perché si sta cercando di vaccinare tutti quanti all’incirca nello stesso tempo. Uno sforzo titanico considerando, per di più, che la vaccinazione richiede due somministrazioni a distanza di un tempo prestabilito e piuttosto ravvicinato. 

La doppia somministrazione ancor di più mette sotto stress i piani vaccinali: serve una organizzazione molto articolata e, soprattutto, serve un numero di dosi doppie rispetto a coloro che devono essere vaccinati. E non è affatto facile acquistare la quantità di vaccino necessaria, non tanto per via dei costi quanto perché la domanda è di gran lunga superiore all’offerta. In pratica: non c’è abbastanza vaccino per vaccinare tutti quanti nello stesso momento.

E allora? Come si fa?

Ed ecco che le differenze tra mentalità e paesi si manifestano ancora una volta.

In Italia il piano vaccinale procede secondo regole di priorità calcolate sulla base del rischio: prima i lavoratori più esposti al contagio e gli anziani ricoverati nelle strutture di lungo-degenza; poi, a scendere, dagli over 80 fino ai più giovani. Chi ha meno di 50 anni sarà vaccinato chissà quando ma la strategia è questa in tutta Europa e si seguono i protocolli indicati dalle case farmaceutiche, due somministrazioni a distanza di tempo prestabilito.

E poi ci sono i britannici che, ancora una volta, danno prova di non aver brexato a caso: loro sono proprio diversi.

In UK si sta procedendo con incredibile rapidità alla prima somministrazione del vaccino: ad oggi (21 gennaio) sono state iniettate 5 milioni di dosi, quattro milioni e 400 delle quali nella sola Inghilterra. Per dare l’idea di quante siano: in tutta Europa ne sono state somministrate circa 6 milioni e settecentomila.

Boris Johnson ha più volte detto di voler arrivare a vaccinare due milioni di persone a settimana, impresa miracolosa, tanto miracolosa che viene il dubbio ci sia un trucco. In effetti, se non è un trucco, una importante differenza rispetto alla modalità di vaccinazione europea c’è.

Anzi tutto occorre essere precisi sulla terminologia: per “vaccinati” si devono intendere soggetti che abbiano ricevuto la doppia somministrazione nei tempi stabiliti (ad oggi non cono in commercio vaccini ad unica somministrazione). Chi abbia ricevuto la prima dose non si potrà considerare vaccinato, sarà solo a metà strada.

La strategia di Bojo è iniettare una prima dose a tutti in tempi super rapidi. La immunizzazione, che segue esclusivamente alla seconda somministrazione, è altra cosa e, seguendo il protocollo britannico, non è nemmeno detto verrà raggiunta.

L’Europa, sta seguendo il protocollo di Pfizer e Moderna (AstraZeneca è in via di approvazione), ossia due iniezioni a distanza di tre o quattro settimane, a seconda che si tratti del vaccino dell’una o dell’altra casa farmaceutica; i britannici, invece, hanno programmato la seconda somministrazione tra le 3 e le dodici (DODICI) settimane successive. 

Originali, eh?

Di certo non sono completamente folli e una valutazione la hanno fatta. 

Semplificando, sanno che non è possibile vaccinare tutti in 4 settimane; allora hanno ritenuto che iniettare una sola dose a tutti sia meglio rispetto a vaccinare (quindi iniettare due dosi) pochi e prolungare i tempi della vaccinazione collettiva. Secondo alcuni studi, infatti, anche a 12 settimane di distanza tra le due iniezioni, si produce una buona immunizzazione. Così hanno deciso di dilatare i tempi, confortati anche dal vaccino Astra-Zeneca, per ora in uso solo in UK, che consente la seconda iniezione fino, appunto, a dodici settimane dalla prima. Termine che viene adesso applicato anche al vaccino Pfizer, lo stesso che in Europa viene iniettato a distanza di 3 settimane.

Considerando che i britannici sono sempre quelli che avevano inizialmente affrontato la pandemia con la baldanzosa teoria dell’immunità di gregge, salvo poi correre ai ripari e seguire i medesimi protocolli utilizzati dal mondo intero, diciamo che un minimo di perplessità sulla bontà della loro scelta c’è.

Io, consapevole delle mie inesistenti competenze scientifiche, non mi esprimo ed attendo di essere chiamata per ricevere la prima dose.

Nel frattempo ho chiesto a Giovanna Tranfo, una che conosce bene la biochimica (Giovanna è un biochimico, direttrice del Laboratorio Rischio Agenti Chimici dell’INAIL) di aiutarmi a capire.

Leggetela anche voi, sopratutto se siete britannici così avrete modo di riflettere meglio sul da farsi. E, magari, avrete anche modo di cambiare strategia.

Foto di Myriams-Fotos da Pixabay 

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