
Un atto educativo radicale, che segna l’urgenza di un nuovo pensiero ambientale: la presenza di Telmo Pievani all’esame di maturità 2025 riaccende nella scuola il dovere di orientare le coscienze verso la cura di ogni essere vivente
Antropocene in aula: quando l’esame di maturità diventa coscienza del pianeta
Il brano proposto al primo scritto dell’Esame di Stato 2025 — tratto dall’articolo “Un quarto d’era (geologica) di celebrità” di Telmo Pievani, pubblicato nel 2022 sulla rivista Sotto il vulcano, edita da Feltrinelli — invita a riflettere sulla condizione della specie umana nell’epoca dell’Antropocene, quel tempo geologico in cui l’essere umano è divenuto, a tutti gli effetti, una forza tellurica, in grado di alterare il clima, ridisegnare il paesaggio, determinare l’estinzione di specie, modificare i cicli del carbonio, dell’acqua e della vita stessa.
La traccia della maturità— formulata come tipologia B di testo argomentativo — chiedeva agli studenti di confrontarsi con la tesi dell’autore: la nostra “celebrità” geologica, pur effimera nella scala temporale del pianeta, ha generato conseguenze irreversibili, e impone oggi una consapevolezza nuova, un pensiero che non sia più centrato sul dominio, ma sulla coabitazione.
Detrattori e fautori
L’inserimento di questa riflessione all’interno di una prova nazionale, ha destato non poche curiosità e persino qualche polemica. Un tema troppo “avanzato?” Troppo coraggioso? Perché scegliere proprio un testo del genere? Perché inserire, in un contesto tradizionalmente conservatore come quello della prova di italiano, un autore vivente, un saggista che scrive di crisi ecologica, di collasso della biodiversità, di responsabilità antropica nei confronti del pianeta? La risposta a queste domande non è banale, né priva di implicazioni politiche.
Beh, sicuramente non si tratta, come potrebbe apparire a uno sguardo frettoloso, di una scelta neutra o meramente accademica. È (ci auguriamo), una svolta nel modo in cui lo Stato stesso decide di educare.
Di fatto, l’inserimento di saggista ha rotto con una certa inerzia ideologica che ha per decenni marginalizzato le scienze ambientali nel dibattito scolastico, relegate a pochi paragrafi nei manuali di geografia o scienze della Terra. Agli Esami di Stato, invece, la questione ecologica è entrata per la porta principale, si è fatta letteratura, filosofia, riflessione pubblica. E lo ha fatto in un momento in cui la scienza viene regolarmente contestata, delegittimata, riscritta sui social con linguaggi falsificati e narrazioni tossiche.
Non si è dunque trattato di trasmettere un contenuto, ma di proporre una postura intellettuale e civile: la consapevolezza che l’educazione deve generare coscienze capaci di abitare la complessità del vivente. Ma conosciamo meglio l’autore e il testo.
“Un quarto d’era di celebrità”: la gloria effimera dell’uomo e il disincanto della Terra
Filosofo della scienza, saggista, divulgatore e docente ordinario all’Università di Padova, Telmo Pievani è una delle voci più lucide e autorevoli del pensiero evoluzionista contemporaneo.
La sua ricerca si articola con rigore tra epistemologia, biologia, storia naturale e antropologia, in un dialogo costante tra l’eredità darwiniana e le questioni più drammatiche dell’Antropocene.
Membro attivo della Comunità scientifica del WWF Italia, affianca altresì all’attività accademica un impegno formativo di rara coerenza: è infatti tra i protagonisti della piattaforma educativa One Planet School, progetto con cui il WWF promuove una cultura ambientale fondata su dati, consapevolezza e responsabilità.
Quanto al titolo scelto per il suo saggio — “Un quarto d’era (geologica) di celebrità” — non è un vezzo retorico né una provocazione letteraria.
È una formula potentemente simbolica, che fustiga con grazia filosofica l’illusione antropocentrica di una specie che, da passeggera della storia naturale, si è proclamata artefice e dominatrice del cosmo.
Il riferimento sotteso alla celebre massima — attribuita ad Andy Warhol, secondo cui “in futuro, ognuno avrà diritto a quindici minuti di celebrità” — viene qui traslato e dilatato fino a comprendere l’intera parabola della modernità occidentale, trasformando la fama individuale in una riflessione epocale sulla visibilità geologica della specie umana.
I danni dell’uomo
In effetti, ciò che l’autore svela, con l’acume del filosofo evoluzionista e la finezza del divulgatore colto, è l’abisso tra il tempo dell’umano e il tempo della Terra.
L’Homo sapiens, comparso appena 300mila anni fa — una frazione infinitesima rispetto ai 4,6 miliardi di anni del pianeta — è riuscito, in un battito di ciglia geologico, ad alterare i grandi equilibri del sistema terrestre. Il riscaldamento globale, l’acidificazione degli oceani, la deforestazione su scala planetaria, la sesta estinzione di massa: tutto ciò non è frutto del caso, ma dell’attività cieca, vorace e autoreferenziale di una specie che ha scambiato la tecnica per destino e la crescita economica per salvezza.
Nel suo testo tuttavia, Pievani non indulge mai alla retorica dell’apocalisse, né al moralismo. Il suo è piuttosto un appello alla lucidità, un invito a spostare lo sguardo: dall’autocelebrazione all’autocritica, dalla superficie del progresso alla profondità delle sue conseguenze. La “celebrità” dell’umanità non è qui che una metafora crudele, perché si tratta di una fama non richiesta e non consapevole: il nostro nome inciso negli strati sedimentari della crosta terrestre, sotto forma di plastica, radionuclidi, cemento, CO₂.
L’Antropocene — l’epoca in cui l’essere umano diventa fattore geologico — non è dunque soltanto una categoria scientifica, ma una diagnosi esistenziale, una ferita aperta nella coscienza contemporanea. E Pievani lo dice con chiarezza: non basta più conoscere, bisogna riconoscere. Riconoscere il proprio limite, la propria dipendenza radicale dai cicli del vivente, la propria responsabilità verso ciò che ci precede e ci eccede.
Un visionario?
La grandezza del suo discorso risiede proprio in questa capacità di tenere insieme il dato empirico e la visione filosofica, la gravità della crisi ambientale e la speranza di un pensiero nuovo. In fondo, ciò che ci viene chiesto non è di pentirci, ma di cambiare paradigma: non più conquistatori della Terra, ma suoi ospiti coscienti e partecipi. Una svolta che implica una nuova grammatica del vivere, una nuova ontologia, forse perfino una nuova spiritualità.
Di conseguenza, per rispondere ai dubbi degli scettici, portare un testo come questo all’interno di un esame di maturità non è stato solo un gesto culturale: è diventato un atto politico, pedagogico, e — in una parola — profetico. Un po’ come dire ai giovani: non siete qui per essere promossi, ma per imparare a leggere i segni del tempo, a capire in che epoca vivete, a prendere parte consapevolmente al destino del mondo.
Tra plauso e polemica: la reazione dell’opinione pubblica
Come accennato, non sono mancate reazioni contrastanti, relativamente alla proposta del tema. Da un lato, il WWF e la comunità scientifica hanno salutato questa scelta con entusiasmo, definendola «un segnale molto importante per la diffusione e concretizzazione di una vera sostenibilità del nostro sviluppo». Dall’altro, alcune voci critiche, provenienti soprattutto da ambienti politici o mediatici poco inclini a riconoscere la gravità della crisi climatica, hanno storto il naso.
Ma proprio queste reazioni dimostrano quanto sia necessario aprire, con urgenza e profondità, un dibattito pubblico serio e strutturato (sopratutto a scuola), sull’educazione ecologica. In poche parole, in un Paese in cui la formazione ambientale resta troppo spesso affidata alla buona volontà di singoli docenti, e in cui la cultura della sostenibilità fatica a farsi prassi pedagogica quotidiana, la comparsa di un autore come Telmo Pievani tra le tracce di maturità ha assunto la portata di un gesto fondativo.
È stata una presa di posizione netta, che in qualche modo ha voluto interrompere la neutralità apparente della scuola, chiamandola a un compito più alto: quello di formare coscienze capaci di comprendere e abitare criticamente il proprio tempo.
La “maturità” dei detrattori
Ed è proprio questa chiarezza che ha disturbato i detrattori, i quali, evidentemente infastiditi da ogni invito alla responsabilità ambientale, continuano a derubricare certe tematiche a esercizi retorici o, peggio, a “propaganda ideologica”. Eppure, basterebbe ricordare che l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, sottoscritta da 193 Paesi membri delle Nazioni Unite — Italia compresa — indica con assoluta chiarezza, in ben 17 obiettivi, la necessità non solo di affrontare le emergenze ambientali, ma di trasformare radicalmente il nostro modo di produrre, consumare, educare, abitare il mondo.
Snobbare o ridicolizzare una traccia che invita gli studenti a riflettere sulla crisi del sistema Terra, pertanto, non è solo una forma di miopia culturale, ma una contraddizione insanabile rispetto agli impegni internazionali che il nostro stesso Stato ha sottoscritto. Non si tratta di “fare ideologia”, ma di dare coerenza tra ciò che si afferma nei consessi diplomatici globali e ciò che si insegna in aula.
In fondo, chi teme che si parli di ambiente a scuola, teme che si parli di futuro. E questo timore, forse, è il sintomo più chiaro di un presente privo di visione.
Come ha scritto lo stesso Pievani, «l’intelligenza che ci ha resi dominanti sarà sufficiente a salvarci solo se si convertirà in saggezza». E questa saggezza, oggi, non può che cominciare dai banchi di scuola.
Allora, pollice giù o pollice su?
In barba ai polemici, la maturità, quest’anno, ha superato se stessa. Non solo perché ha interrogato gli studenti, ma perché ha insegnato loro a interrogare il mondo.
Foto di kp yamu Jayanath da Pixabay
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