Il lato nascosto di Mozart. Burla infantile e libertà linguistica nelle lettere a Bäsle

mozart


Un genio musicale celebrato nei teatri d’Europa custodisce, tra pieghe di carta privata, un teatro parallelo fatto di scherzi corporei, lazzi domestici e arguzia infantile. Le lettere a sua cugina rivelano un Mozart sorprendente, libero, irriverente, prodigiosamente umano e al tempo stesso alquanto teatrale

Oltre il ritratto ufficiale

Mozart non è mai stato un personaggio completamente disciplinato. Lo ricordava già il celebre film Amadeus di Milos Forman(1984), dove il compositore appare attraversato da una risata acuta, infantile, eccessiva, quasi insolente per il cerimoniale delle corti europee. Si sa inoltre che Wolfgang amava il gioco, la burla, l’improvvisazione, il gusto del gesto spiazzante. Eppure le lettere indirizzate alla cugina Maria Anna Thekla, la celebre Bäsle, aprono una scena ancora più sorprendente. Qui il grande architetto della musica europea si presenta infatti nella sua forma più disinvolta e sconcertante.

Le nove epistole superstiti del ciclo dei Bäsle-Briefe, composte tra il 1777 e il 1781, consegnano un Mozart giocoso, corporeo, buffonesco, velocissimo nell’invenzione. Insomma, un acrobata del linguaggio, che porta sulla carta la stessa elettricità che altrove porta nella musica.

Chi è Bäsle e perché queste lettere contano tanto

Maria Anna Thekla, figlia di Franz Alois Mozart, entra nella vita di Wolfgang durante il soggiorno di Augusta del 1777. La parentela, la vicinanza d’età, il tono della confidenza e una corrente di maliziosa complicità trasformano presto il rapporto in un carteggio di singolare intensità. La critica ha parlato di flirt, di civetteria, di affetto esuberante; comunque lo si voglia definire, questo dialogo epistolare vive di una familiarità assoluta.

Ed è proprio questa familiarità a renderlo prezioso. Mozart lascia cadere infatti ogni irrigidimento, ogni compostezza di facciata, e scrive come se la penna seguisse direttamente il movimento della voce. Risultato? La frase salta, si piega, si storpia, accelera, si accende in rima, si diverte del proprio stesso suono. Poi, entra nel discorso il lessico del corpo, assurdo, surreale, quasi un codice privato. Il compositore delle partiture più straordinarie della musica europea si mostra anche maestro di nonsense, di comicità corporea, di invenzione linguistica spinta fino alla buffoneria. A questo punto, facciamo una carrellata delle missive più divertenti.

La lettera del 5 novembre 1777: il corpo come commedia

La lettera da Mannheim del 5 novembre 1777 resta il documento più celebre dell’intero ciclo. Il tedesco di Mozart procede spesso per raddoppi, deformazioni, assonanze, piccole rime martellanti. Già l’attacco rivela questa energia: le parole sembrano inseguirsi da sole, come se l’autore stesse improvvisando. Un free style che anticipa di gran lunga i moderni rapper…

In mezzo al racconto compare l’episodio che continua a sorprendere ogni lettore. Mozart descrive un odore sospetto, la curiosità lo spinge a chiarirne l’origine, la madre allude al fatto che il giovane abbia emesso qualche flatulenza, la domestica fa una scommessa. Arriva poi il gesto risolutivo: “ich habe den ersten finger hinein gesteckt in den arsch, hernach hab ich an dem finger gerochen” (“ho infilato il primo dito nel sedere, poi ho annusato il dito”), esclama l’artista, con tutta la naturalezza di chi sta raccontando una scenetta buffa e perfettamente riuscita. 

Subito dopo la lettera prende la forma di una filastrocca oscena. Il saluto serale si trasforma in una cantilena sfrontata, dove il sonno, il letto e gli umori corporali si legano in una rima volutamente infantile. Mozart arriva perfino a formule come “schlaf wohl, scheiß ins bett daß es kracht” (“dormi bene, caga nel letto così che faccia fracasso”). 

Al netto della “materia bassa”, ciò che merita attenzione è tuttavia il senso ritmico che travolge ogni frase. Mozart organizza il triviale come un piccolo numero musicale, con ritorni, cadenze, colpi di coda. Di conseguenza, il risultato possiede qualcosa che sta a cavallo tra una gag teatrale e la variazione sonora tipica di un musicista.

Il seguito del testo porta avanti lo stesso slancio. Il sedere brucia, la pressione cresce, l’espulsione incombe e quel punto, il corpo diventa l’attore protagonista.

La lettera del 28 febbraio 1778: la parola bassa come materiale sonoro

Se la lettera del novembre 1777 mette in scena il gusto per la scenetta, quella del 28 febbraio 1778 mostra qualcosa di ancora più sottile: la trasformazione della materia corporea in puro gioco fonico. Qui Mozart prende parole volgarissime e le tratta come un tema musicale. Le espone, le ripete, le storpia, le accoppia, le rilancia con variazioni minime e insistite.

„Scheiße”, „Dreck”, „leck” — “merda”, “sterco”, “lecca” —: la catena sonora procede come una piccola percussione verbale. Il significato resta perfettamente presente, con tutta la sua carica buffonesca, però il vero piacere della pagina si concentra nel suono. Le sillabe battono, rimbalzano, si richiamano, producono un effetto quasi ipnotico. La parola sporca diventa un giocattolo acustico, una piccola ruota che gira, una fuga comica costruita sopra un tema infimo e insieme irresistibile.

Il testo prosegue poi con un racconto assurdo, lunghissimo, volutamente dilatorio, nel quale un pastore con undicimila pecore attraversa un ponte e trascina il lettore dentro un percorso di rinvii, deviazioni, allungamenti. Anche qui la comicità vive nella struttura. L’attesa cresce, il discorso prende slancio, poi devia, rilancia, si allarga ancora. A bene vedere, o meglio, leggere, si intuisce che Mozart si diverte con il tempo del racconto come si diverte con il tempo musicale. Sa creare attesa, sa prolungarla e trasformarla in piacere.

È proprio qui che il mio pensiero va al Marinetti, padre del Futurismo, per dinamismo del lessico, per gusto dello scoppio fonico, per quella parola che smette di valere soltanto come veicolo di senso e acquista corpo, urto, ritmo, gesto. Ma torniamo alle epistole.

Il Natale del 23 dicembre 1778: l’augurio festivo rovesciato in burla anatomica

La lettera del 23 dicembre 1778, scritta durante il viaggio verso Monaco, acquista un tono particolarmente vivace proprio perché inserisce questo lessico del corpo dentro il calendario natalizio. Mozart annuncia la partenza imminente, dice che gli piacerebbe vedere la cugina e perfino ospitarla, poi spezza all’improvviso il tono garbato con una delle sue uscite più buffe: “sonst scheiß ich schwer” (“altrimenti cago duro”). Insomma, l’attesa della visita si rovescia in un’immagine corporale volutamente grossolana. Da lì in avanti la lettera continua sullo stesso registro: baci, cerimonie e saluti galanti passano attraverso flatulenze, colpi del posteriore e immagini da farsa domestica. Argomenti discutibili a parte, il punto più straordinario di questo carteggio riguarda anche la forma concreta della scrittura.

Come sono scritte: non semplici lettere, ma piccole performance

Queste lettere sembrano piccole performance. I neologismi, le rime prive di necessità descrittiva, le formule strampalate, le ripetizioni improvvise, i salti di registro, la stessa disposizione del discorso danno l’impressione di una lingua in piena ebollizione. Mozart scrive come se stesse recitando, cantando, improvvisando davanti a un pubblico di un solo spettatore: la cugina.

Il foglio diventa spazio scenico. La prosa si mette in musica da sé. Le parole triviali portano con sé una funzione ritmica, quasi percussiva. Le sillabe si inseguono, si urtano, si deformano. Anche le sequenze più infantili, quelle che ruotano attorno a “cacca”, “pappa”, “lecca”, partecipano di questa logica sonora. Il significato resta vivo, vivacissimo, e insieme si accende il suono, che spesso prende il sopravvento e trascina il discorso in una festa fonica. Per questo le lettere affascinano tanto: sembrano pagine da leggere ad alta voce, quasi da eseguire. Alla fine della fiera, cosa dovremmo pensare del genio della musica?

Un Mozart più vicino, più vivo, più completo

Il Mozart delle lettere a Bäsle, almeno a mio avviso, completa il suo ritratto in modo decisivo. Il creatore della perfezione formale mostra anche una forte energia comica, un gusto per il rovesciamento, una piena familiarità con la dimensione corporea, in consonanza con il carnevale europeo, il teatro popolare, la comicità germanica e l’opera buffa. In lui il triviale convive con il sublime con una naturalezza quasi fisica.

Proprio questa compresenza rende la sua figura più viva. La musica più alta nasce dalla stessa mente che si diverte con rime sciocche, allitterazioni sporche, filastrocche licenziose, scherzi da cameretta. Il genio acquista così una prossimità nuova, più calore, più movimento, senza perdere nulla del suo splendore. Al contrario, la sua luce sembra crescere, perché animata da una vitalità piena.

Il vero scandalo: la libertà

Il lettore che si scandalizza davanti a queste pagine forse chiede a Mozart una compostezza che il genio non ha mai promesso. Le lettere a Bäsle invitano piuttosto a riconoscere, dentro il gioco più basso e più sfacciato, una libertà espressiva rarissima. Proprio in questo impasto si rivela un tratto essenziale del compositore: la capacità di far circolare energia, suono e invenzione attraverso ogni registro, senza irrigidirsi in una sola postura. Chi resta alla sola scorza licenziosa vede il gesto; chi guarda meglio coglie la vitalità della scrittura.

Foto di misterfarmer da Pixabay

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