Shanty, le canzoni del mare

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Cantare è una delle attività più diffuse per passare il tempo soprattutto durante esercizi ripetitivi e dinamici. Il canto diviene promotore ritmico del movimento stesso e non stupisce quanto in passato fosse comune cantare mentre veniva eseguito qualsiasi tipo di lavoro. In diversi mestieri venivano codificate pratiche di accompagnamento che sono poi diventate identificative di un gruppo sociale. In Italia uno degli esempi più noti è quello delle Mondine e dei loro canti, conosciuti a livello nazionale dopo l’uscita di Riso Amaro di Giuseppe de Santis del 1949. Abbiamo diversi esempi di questi repertori grazie all’interesse di etnomusicologi e musicisti che li hanno registrati durante il Novecento, fra cui Alan Lomax o Il Nuovo Canzoniere Italiano. Oggi questi brani fanno parte dei repertori Revival ma non si sviluppano più dato il cambiamento tecnologico che ha sostituito i braccianti, oppure ha imposto mezzi di diffusione musicale che ha reso cantanti e cori meno presenti.

Navi, lavoro e ritmo

Il mestiere del marinaio è per molti versi sovrapponibile a quello di un bracciante: una serie di compiti ripetitivi, fisici e usuranti, in uno spazio definito e immerso nel silenzio. Esattamente come un secolo fa cantavano sui campi e sulle fabbriche, all’epoca cantavano sulle navi. Il fine era non solo d’intrattenimento ma anche utile a scandire il tempo per alcuni dei lavori da eseguire regolarmente a bordo: alzare l’ancora, rammendare vele, pulire lo scafo. In questo contesto sono arrivate fino a noi alcune di queste canzoni che nel panorama anglosassone vengono chiamate Sea Shanty.

Musica in viaggio e viaggiatori

Ciò che rende i canti delle navi diversi dagli altri canti da lavoro è che sono creati ed eseguiti da persone in costante viaggio: un continuo contatto con spazi e gruppi di paesi lontani fra loro. In alcuni casi è lecito supporre anche un mescolarsi di culture capaci di dare vita a nuove idee e stili. Per esempio: i pirati che nel XVII secolo imperversavano sul mare dei Caraibi erano soliti racimolare avventurieri da varie parti d’Europa, nonché africani che liberavano dalle navi di schiavi. Queste ciurme erano quindi formate da gruppi altamente eterogenei che avevano difficoltà a capirsi fra loro, ciò può rendere molto complicata la gestione di un veliero. Si giunse a un vocabolario minimo di parole comuni, una specie di esperanto della marina, condiviso da ogni marinaio. Tale operazione linguistica potrebbe essere avvenuta anche fra i musicisti a bordo.

A inizio ‘800 i marinai che arrivavano sulle coste americane potevano scegliere di fare una stagione nelle piantagioni lungo la costa per raccogliere un po’ di denaro. Alcuni di loro notarono che gli schiavi cantavano durante il lavoro e probabilmente finirono per essere influenzati o influenzare certi stili e certi brani.

Non bisogna dimenticare che i viaggi in barca possono anche essere parecchio noiosi; fra momenti di bonaccia, assenza di vento, ancoraggio in un porto, suonare e cantare emergono fra le poche attività utili per passare il tempo. Si noti come la marina inglese vietava la musica durante il servizio ma non durante i momenti di svago, indispensabili per poter alleggerire il tempo in quelle lente scatole di legno in mezzo all’oceano.

Stile, contenuto, strumenti

Come la maggior parte della musica da lavoro, il fine principale di queste canzoni è scandire un ritmo. La tecnica ricorrente è quindi quella del verso e riposta: un solista recita una frase e un coro lo ripete, oppure ribatte con un ritornello fisso. La figura del solista non viene necessariamente eletta, in genere emerge in modo indipendente, disponendo di una voce particolarmente prestante capace di farsi sentire sopra rumori di ingranaggi, respiri affannosi ed eventi atmosferici. I testi sono vari, fra quelli che rimarcano l’impegno e le fatiche della vita in mezzo al mare, a quelli nostalgici verso la propria terra o i propri cari, a quelli diretti a ragazze e mogli (vere o immaginarie). A bordo erano presenti anche strumenti musicali, per lo più di piccola stazza ma capaci di farsi sentire nonostante il baccano costante, grazie a suoni acuti e l’indole solista che non di accompagnamento: violini, concertine, flauti e fischietti.

I shanty al giorno d’oggi

Non sono segnalati sviluppi recenti di repertori marinareschi in ambito navale. Ovviamente perché vengono meno una serie di presupposti: equipaggi più piccoli, ancora di provenienza culturale e linguistica diversa ma che non devono occuparsi di compiti di gruppo con scansioni ritmiche ripetute. Inoltre l’apporto tecnologico rende superflua qualsiasi abilità canora: si ascoltano musica e notizie tramite vari dispositivi, non è necessaria la presenza di un musicista a bordo per poter fruire di musica. Questa rimane un punto fermo per passare il tempo lungo le grandi rotte commerciali in tutti gli oceani, ma può essere alternata con altri mezzi di intrattenimento fruiti tramite computer, tv e smartphone.

Rimangono però gli shanty nelle loro sfere del Revival e della conservazione dei vecchi canti da lavoro. Non solo, hanno trovato posto in colonne sonore di film e videogiochi venendo scoperte da un pubblico giovane che viene affascinato da un mondo dinamico e ambiguo, fra il violento e il comico, fatto di marinai, schiavi, corsari e pirati. 

Foto di Bente Jønsson da Pixabay

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