
In Al di là del principio di piacere (1920), trattando di «fenomeni di traslazione» e «coazione a ripetere», lo psicanalista Sigmund Freud dice che ci sono «casi in cui pare che la persona subisca passivamente un’esperienza sulla quale non riesce a influire, incorrendo tuttavia immancabilmente nella ripetizione dello stesso destino». E aggiunge che «la più commovente descrizione poetica di questo destino è stata data da Tasso nell’epopea romantica della Gerusalemme liberata». Freud si riferisce soprattutto all’eroe cristiano Tancredi, il personaggio più dolente dell’opera.
Il duello con Clorinda e il destino crudele di Tancredi
Nel canto XII della Gerusalemme Liberata, Torquato Tasso mette in scena il duello tra Tancredi e la guerriera pagana di cui è innamorato, Clorinda. Lo scontro avviene subito dopo che Clorinda ha contribuito ad incendiare e distruggere la torre d’assedio dei cristiani fuori dalle mura di Gerusalemme. La guerriera non indossa la sua solita armatura e ha il volto coperto dall’elmo. Tancredi combatte aspramente, vince e solo quando toglie l’elmo al nemico si rende conto che il guerriero pagano che ha colpito a morte è proprio Clorinda.
La rivelazione è degna delle migliori tragedie greche e lascia il cavaliere «in sé mal vivo e morto in lei ch’è morta» (di per sé moribondo, ma già morto nell’anima per la morte di Clorinda). L’esito di questo destino crudele lascia nella psiche di Tancredi una ferita foriera di mostri interiori che non tarderanno a manifestarsi. Ne troviamo gli effetti già nel canto successivo, nell’episodio che nelle antologie appare sotto il titolo La selva incantata o Tancredi nella selva di Saron.
Le illusioni della selva di Saron
Dopo la distruzione della torre d’assedio, i crociati hanno bisogno di legna per costruirne una nuova. Possono procurarsela solo nell’oscura e intricata selva di Saron, su cui però il mago Ismeno ha gettato un incantesimo molto particolare: chiunque vi si addentri vede, sente o ha percezione delle cose di cui ha più paura. Questo rende molto difficile per i cristiani assolvere a una missione che altrimenti sarebbe elementare. In molti tentano senza successo e infine ci prova Tancredi.
Il cavaliere è ancora molto provato sia fisicamente che psicologicamente dal duello con Clorinda («in volto languido e smorto e mal atto a portar elmo o lorica»). Tuttavia si addentra nella selva e attraversa coraggiosamente un’illusoria e «improvisa città del foco». Infine si ritrova in una radura a forma di anfiteatro in cui c’è un solo albero: un cipresso. A dispetto della frase enigmatica incisa sul tronco — che invita a «non turbar questa secreta sede» — Tancredi cerca di abbatterlo. Ed ecco il colpo di scena: proprio come nella selva dei suicidi dell’Inferno dantesco, dal tronco escono sangue e lamenti. Dice il cipresso: «m’hai tu, Tancredi, offeso; or tanto basti. Tu dal corpo che meco e per me visse […] mi dicacciasti: perché il misero tronco, a cui m’affisse il mio duro destino, anco mi guasti?».
La vittoria dei fantasmi interiori
Nel cipresso è intrappolata l’anima di Clorinda ed è come se Tancredi la stesse uccidendo di nuovo. Ecco il destino crudele che si ripete, come dice Freud. Ed ecco soprattutto il senso di colpa che produce mostri. Naturalmente è tutta un’illusione. Dal punto di vista razionale Tancredi ne è consapevole («il timido amante a pien non crede a i falsi inganni»). Tuttavia la sua parte irrazionale, il rimorso atroce, l’orrore di rivivere il momento più terribile della sua vita finiscono per avere il sopravvento («e pur ne teme e geme»). Così anche Tancredi fallisce nell’impresa. Lui, che non ha avuto paura nemmeno del fuoco, si ritrova vinto da fantasmi interiori scaturiti da un inconscio che Tasso rappresenta ben prima che venga teorizzato.
Se Dante per incontrare un’anima intrappolata in una pianta aveva dovuto scendere nell’Inferno, Tancredi è dovuto scivolare nelle profondità della sua coscienza. Anche lì c’è l’inferno, un inferno ancora più terribile di quello dantesco perché radicato nel cuore di chi se lo trova davanti e destinato a rimanere intrappolato nel groviglio della sua psiche anche dopo che l’illusione è svanita. Nella selva infatti si concretizza un tormento già presente nell’anima di Tancredi. È lui che fa esistere quel cipresso, quella voce e quella radura circolare che così bene rappresenta l’isolamento psichico paralizzante che lo imprigiona e rende inutili le armi della ragione. L’incantesimo di Ismeno dunque è solo un mezzo, il tramite attraverso cui Tancredi si trova ad affrontare il suo nemico più feroce, se stesso.
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