Stele di Nora, un altro ‘falso’ archeologico?

Nora

Stele di Nora. In un precedente articolo abbiamo evidenziato come non tutto ciò che è in mostra nei musei sia “oro colato”. Secondo taluni esperti, spesso ci si trova di fronte a dei veri e propri falsi. Soprattutto per quanto riguarda i reperti venuti alla luce ai tempi della “preistoria” dell’archeologia. Cioè a partire da circa un secolo fa e andando all’indietro. Abbiamo allora individuato un metodo da adottare prima di attribuire con facilità eventuali “patenti di autenticità” dei reperti archeologici.

Il criterio è quello secondo cui tre indizi convergenti formano una prova. Il metodo è analogo a quello dei due giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, per verificare la fondatezza di un’informazione. Si tratta degli autori dell’inchiesta sul caso Watergate, che portò alle dimissioni del Presidente USA Richard Nixon. Già in precedenza, però, tale metodo era stato individuato da Agatha Christie. Stavolta abbiamo ritenuto opportuno applicarlo per verificare l’autenticità della cosiddetta Stele di Nora. Si tratta di un blocco di pietra arenaria esposto al Museo Nazionale di Cagliari, recante un’iscrizione eseguita in alfabeto fenicio.

La Stele di Nora, un reperto ‘fuori contesto’

Il primo indizio che potrebbe mettere in dubbio l’autenticità del reperto è quello al quale gli archeologi sono i più sensibili. La stele, infatti, non è emersa da uno scavo archeologico. Nel 1773 un abate domenicano della chiesa di San Raimondo di Pula (CA), Giacinto Hintz si sarebbe messo a sbirciare le pietre di un muretto a secco, posto a delimitare la vigna dei frati mercedari. Tra esse, un blocco di arenaria inciso come un’antica epigrafe. Essendo appassionato di lingue semitiche, Hintz proclamò senza alcun dubbio che la pietra fosse scritta in fenicio e provenisse da Nora. Era tale località un antico insediamento fenicio-punico, distante circa tre chilometri dal luogo del ritrovamento. La stele rimase in quel muro per una cinquantina d’anni, finché nel 1830 il generale Alfonso La Marmora, la fece rimuovere.

La Stele di Nora è però in reperto “fuori contesto”. Non è stata ritrovata sul luogo esatto del suo originale posizionamento. Tanto meno in uno strato archeologico che possa attestarne la datazione, oltre che l’autenticità. Il collega Fabio Isman, già giornalista del “Messaggero” e autore di “I predatori dell’arte perduta” è alquanto duro al riguardo. Anche reperti importantissimi, se sradicati dai propri contesti, sono ormai privati del loro passato e diventano “muti”. Potrebbero essere autentici ma anche dei clamorosi falsi. La mancanza di contestualità è quindi un primo indizio di falsità della stele. Prima di pronunciarci in tal senso dobbiamo però acquisire almeno altri due indizi correlati e concordanti.

Un reperto ‘intraducibile’

Il fenicio è una lingua conosciuta dalla fine del XVIII, proprio più o meno l’epoca del ritrovamento della stele incassata nel muretto. Andava quindi di moda, all’epoca, e il domenicano Hintz sembra che fosse un appassionato. Non poteva avere però le conoscenze dei glottologi del XX e del XXI secolo. Fatto sta che, a tutt’oggi, non è stata ancora data una traduzione completa del testo dell’epigrafe rinvenuta.

Sono infatti molto diverse le traduzioni fatte, che portano a interpretazioni diverse fra loro. Forse si trattava di una commemorazione a ricordo di una spedizione, forse era una celebrazione per una divinità, oppure ancora una stele a ricordo della costruzione di un edificio o della stessa città di Nora. Eppure il fenicio è una lingua conosciuta. Perché allora la stele è tuttora intraducibile? Taluni hanno ipotizzato che nasconda un’antica lingua sarda, sia pur scritta in fenicio. Ma è come se si dicesse che l’hanno scritta gli extraterrestri. Perché, al pari di quella dei marziani, nessuno conosce quale fosse la lingua sarda dell’età del ferro. Quindi, nemmeno tale ipotesi ha attualmente elementi certi a supporto.

In ogni caso, due parole spiccano: SRDN e TRS. La prima sembrerebbe indicare la Sardegna e la seconda Tarsis. È questa una mitica località citata dalla Bibbia, ove si sarebbe dovuto dirigere il profeta Giona, prima di essere inghiottito dalla balena. Chiaramente il domenicano Hirtz, che ha rinvenuto la stele, non poteva non conoscere la Bibbia. Peccato che in nessun’altra iscrizione fenicia appaia la parola SRDN. Così come in nessun’altra d’occidente appare la parola TRS. Insomma l’intraducibilità della stele – pur essendo il fenicio una lingua conosciuta – è per noi il secondo indizio della sua falsità.

Troppi i record della Stele di Nora

Anche la datazione della stele è stata oggetto di discussioni infinite. Alla fine, in base alla tipologia delle lettere, la maggior parte degli esperti sono giunti a una datazione abbastanza condivisa intorno alla metà del IX secolo (850) a.C. Peccato che la presenza fenicia a Nora – donde proverrebbe la stele – non va più indietro del 750 a.C. L’unico altro documento scritto in fenicio, ivi rinvenuto, è probabilmente anche più recente. È il terzo indizio che – a questo punto – attesta la falsità della stele.

Ad essere pignoli, altre considerazioni potrebbero costituire indizio di falsità della stessa. 1) La presunta datazione della sua scrittura ne farebbe la più antica testimonianza alfabetica del Mediterraneo centrale e occidentale. 2) Il fatto che – come già detto – sia l’unica iscrizione in cui appaia la parola SRDN. L’unica, in occidente, in cui appaia la parola TRS. 3) Di conseguenza è l’unica in cui la parola SRDN (Sardegna) è abbinata a TRS (Tarsis). Quasi a voler indicare che la città di Tarsis o Tartesso si trovasse in Sardegna. Non in Cilicia (Tarso) o in Spagna, come vorrebbe la maggioranza degli studiosi.  Troppi record e tutti troppo belli per essere veri. Almeno a parere di chi scrive. Che – tra l’altro – fa parte di quella minoranza che invece identifica Tartesso con la Sardegna e Tarsis con Tharros. Nel prossimo articolo i tre indizi convergenti rinvenuti in proposito.

Foto di veverkolog da Pixabay

4 Risposte

  1. Francesco Masia

    E anche questi, come pure altri reperti scritti trovati in contesti almeno compatibili col nuragico, stanno risultando assai difficilmente traducibili.
    È quindi come se si dicesse che li hanno scritti gli extraterrestri?
    E il falso della stele di Nora (quanta fretta) anticipava con chiaroveggenza il ritrovamento in sede di scavo a Pozzomaggiore (quanto poco discusso e pubblicato, anche lui…)

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  2. Steledinora

    Per la verità la parola SRDN appare in numerose epigrafi puniche da Cartagine, sarebbe il caso di fare perlomeno le più basilari ricerche prima di andare contro un reperto che è paficamente accettato dall’interà comunità accademia sin dalla sua scoperta, si legga il saggio Poenus Plane Est — But Who Were the ‘Punickes’? di Jonathan R. W. Prag.

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    • Federico Bardanzellu

      Gentile lettore
      Le garantisco di aver fatto ricerche molto più che basilari e Le posso assicurare che il reperto non è per nulla accettato come autentico “dall’intera comunità accademica sin dalla sua scoperta”. Il fatto che nella stessa comunità non ci siano identità di vedute sulla sua traduzione è un’indizio che ha un valore molto vicino a quello di “prova”. Il dott. Jonathan R. W. Prag è uno studioso come tanti altri che si occupano in particolare dei rapporti tra Romani e Cartaginesi in Sicilia e la Sardegna fenicio-punica rientra solo marginalmente tra i suoi studi. In ogni caso rispetto la Sua opinione e non mi ritengo affatto “disonorato” se non sono riuscito a convincerLa.

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