Falsi reperti archeologici, la ‘Maschera di Agamennone’ è un ritratto del suo scopritore?

Falsi reperti archeologici. Non tutto ciò che è in mostra nei musei di archeologia è “oro colato”. Secondo taluni esperti, spesso ci si trova di fronte a dei veri e propri falsi. Soprattutto per quanto riguarda i reperti venuti alla luce ai tempi della “preistoria” dell’archeologia. Cioè a partire da circa un secolo fa e andando all’indietro.

Ha fatto scalpore, alcuni giorni fa, la notizia secondo cui la maschera d’oro di Agamennone sarebbe un falso. Stiamo parlando del celeberrimo reperto venuto alla luce a Micene nel 1876, per opera di Heinrich Schliemann, lo scopritore dell’antica Troia. Ora il reperto è esposto in bella mostra al Museo archeologico di Atene.

Falsi reperti archeologici, la maschera di Agamennone

Secondo il professor Lorenzo Nigro dell’Università La Sapienza di Roma: «La maschera potrebbe essere, non solo un falso, ma anche una straordinaria burla». Il celebre reperto infatti è stilisticamente diverso da altre maschere, pur provenendo da tombe coeve. Molto insoliti sono i baffi del personaggio raffigurato: baffi all’insù, secondo la moda centroeuropea dell’800. Guarda caso, sono simili proprio a quelli dello stesso Schliemann. Che in alcune fotografie dell’epoca ostenta baffi decisamente simili a quelli della maschera.

Ma come si fa a dar credito ad una tale “sentenza di falso”? Con tutto il rispetto per il prof. Nigro e degli altri “scopritori di falsari”, ci vorrebbe un metodo. Il cronista – appassionato di letteratura poliziesca – ritiene affidabile quello di Agatha Christie. Il metodo è analogo a quello dei due giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, per verificare la fondatezza di un’informazione. Secondo gli autori dell’inchiesta sul caso Watergate, che portò alle dimissioni del Presidente USA Richard Nixon, tre indizi convergenti formano una prova.

Utilizzando questo metodo, l’autenticità della “Maschera di Agamennone” ha ancora una chance. Gli indizi convergenti citati dal prof. Nigro per dimostrare il contrario, infatti, sono soltanto due. Il primo: lo stile sostanzialmente differente dalle altre maschere auree funebri rinvenute nelle tombe micenee. Il secondo: il singolare e “ottocentesco” taglio dei baffetti del personaggio raffigurato, inconsueto nell’età del bronzo. Per sostenere la falsità della “Maschera di Agamennone” mancherebbe ancora almeno un terzo indizio.

Falsi reperti archeologici, il disco di Festo

Il metodo dei tre indizi convergenti, però, ci permette di ipotizzare la falsità di altri celebri reperti archeologici. Uno di questi è il cosiddetto “Disco di Festo”. Sarebbe stato ritrovato, il 3 luglio 1908 nell’omonimo “Palazzo” sull’isola di Creta, “estratto dal cilindro” dell’italiano Luigi Pernier. È un disco di terracotta, delle dimensioni di 16 centimetri di diametro e 16 millimetri di spessore. Attualmente è conservato al museo archeologico di Iraclio a Creta.

Il disco contiene 242 simboli di 45 tipi diversi, impressi quando l’argilla era fresca. I simboli seguono un andamento a spirale per ognuna delle facce del disco. Sono suddivisi in 61 gruppi (30 su una faccia e 31 sull’altra). L’opinione comune è che i 61 gruppi di simboli indichino altrettante parole di due frasi scritte in una sconosciuta lingua e scrittura. Peccato che, se si adotta il metodo di Agatha Christie, sembrino un clamoroso falso.

Tre indizi convergenti mettono in dubbio l’autenticità del disco di Festo

Il primo indizio che mette in dubbio l’autenticità del disco di Festo è quello al quale gli archeologi sono i più sensibili. Non fu Pernier a trovare di persona il reperto. Ma, come si evince dai suoi taccuini, gli fu consegnato dal sorvegliante dello scavo Zacharias Iliakis[1]. Questi l’avrebbe rinvenuto in un vano già oggetto di sondaggi nel 1900, senza che all’epoca fossero emersi reperti importanti. Quando il Pernier vi si recò, trovò invece una quantità notevole di reperti che andavano dal 2000 a.C. all’età ellenistica. Pernier, quindi, non fu in grado di datare esattamente il disco. Così come nessun altro dopo di lui.

Gli altri due indizi che attesterebbero la falsità sono proprio le caratteristiche che ne fanno un reperto straordinario e misterioso. Il primo dei due è l’unicità della scrittura che sarebbe stata impressa nel disco. Non è stata mai ritrovata una simile dal 1908 a oggi. Tranne un solo caso: un papiro anatolico ricopiato dal discusso archeologo James Mellaart e poi scomparso. Ma poi si è rivelato l’ennesimo “fake”.

L’ultimo decisivo indizio della falsità del disco è che i suoi simboli non sono disegnati. Bensì impressi con un sistema di “stampa a caratteri mobili”. I suoi compilatori, insomma sarebbero stati in anticipo di circa 3000 anni sulle moderne scoperte della scienza e della tecnica. Peccato che, anche in questo caso, non è mai stato trovato un analogo esempio contemporaneo. Non nelle scritture cretesi coeve o nei geroglifici egiziani. È come se qualcuno dicesse di aver trovato in cantina la spada laser di Starwars. Credereste che sia autentica?


[1] La Rosa, V. Il disco di Festòs: un centenario autentico!, in: Creta Antica, 2009, p. 14

Foto di Vojtěch Kučera da Pixabay

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