La Nausea, l’Esistenza e l’Assurdità

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«La Nausea non m’ha lasciato e non credo mi lascerà tanto presto; ma non la subisco più, non è più una malattia né un accesso passeggero: sono io stesso» afferma il protagonista del romanzo La nausea. L’opera porta la firma del filosofo Jean Paul Sartre, viene pubblicata nel 1938 e si configura come il diario di Antoine Roquentin, un intellettuale di circa trentatré anni che giunge nell’immaginaria Bouville per compiere delle ricerche sul marchese di Rollebon, vissuto nel Settecento. Lo studioso è affetto da una strana nausea che lo assale davanti agli oggetti più comuni. Inizialmente il malessere non trova una spiegazione. Un giorno, verso sera, in un giardino pubblico, ecco che la verità coglie Roquentin all’improvviso e gli lascia il «fiato mozzo».

L’Esistenza e la Necessità

«La radice di castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, e con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini han tracciato sulla loro superficie». La radice improvvisamente perde il suo nome e la sua definizione. Resta una «massa nera e nodosa, del tutto bruta» che si mostra non più come un insieme di caratteristiche che ne determina l’identità, ma solo come portatrice di Esistenza.

La parola «Esistenza» somiglia molto alla parola «essenza». Per Sartre infatti l’esistenza è «la materia stessa delle cose»; la sostanza nascosta in tutte le forme che non si vede ma si può “presentire”. La consapevolezza che tutte le cose sono pervase di esistenza provoca la nausea perché esistere significa solo esserci e non essere necessari. Inoltre non sussistono reali differenze tra una cosa e un’altra: «la diversità delle cose e la loro individualità» non sono che «apparenza, una vernice». Ma cosa resta della realtà se si sottrae la differenza e la necessità? Sartre dà una risposta molto chiara: l’Assurdità.

L’Assurdità, la nausea e l’esperienza dell’assoluto

«L’assurdità non era un’idea nella mia testa, né un soffio di voce, ma quel lungo serpente morto che avevo ai piedi, quel serpente di legno. Serpente o radice o artiglio d’avvoltoio, poco importa. E senza nulla formulare nettamente capivo che avevo trovato la chiave dell’Esistenza, la chiave delle mie Nausee, della mia vita stessa. Difatti, tutto ciò che ho potuto afferrare in seguito si riporta a questa assurdità fondamentale». Constatare l’Assurdità dell’esistenza per Roquentin significa scoprire la totale mancanza di senso della realtà. 

Il passato storico su cui indaga ormai gli appare come vano e inconsistente. La vita quotidiana delle persone “normali” (in particolare quella del “buon borghese”) lo disgusta nella sua banalità. Tuttavia Roquentin si rende anche conto che, in un mondo in cui tutto è relativo, penetrare l’Assurdità è l’unico modo per fare esperienza dell’assoluto. Scrive infatti: «I discorsi d’un pazzo […] sono assurdi in rapporto alla situazione in cui si trova, ma non in rapporto al suo delirio. Ma io, poco fa, ho fatto l’esperienza dell’assoluto: l’assoluto o l’assurdo». E se l’assurdo e l’assoluto coincidono, come fare a salvarsi? La risposta sta nell’immaginazione. Secondo Sartre infatti, solo l’immaginazione può dare un senso ad un’esistenza che non ne ha.

Foto di Mystic Art Design da Pixabay

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