La fine del quartiere, come Internet ha sostituito la piazza

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Un tempo la piazza era il punto d’incontro del quartiere, il luogo dove le persone si conoscevano davvero. Oggi, invece, la maggior parte delle relazioni avviene dietro uno schermo. La rete ha preso il posto delle strade e, con essa, anche la socialità si è fatta silenziosa e distante.

La vita nel quartiere

Ricordiamo quando il quartiere aveva un’anima, un respiro proprio, diverso da quello degli altri. Ogni mattina cominciava all’insegna di piccoli rituali. Alle sei in punto si sentiva il rumore delle saracinesche delle botteghe, poi l’arrotino invitava le donne a far affilare i coltelli, il pizzicagnolo si sbracciava per salutare chi passava, il profumo del pane appena sfornato si mescolava a quello del caffè, e nelle strade si intrecciavano voci, gesti e consuetudini. Bastava poco per sentirsi parte del microcosmo che gravitava attorno alla piazza di quartiere: due parole scambiate sul marciapiede, un sorriso, un saluto.
Bene o male, ci si conosceva tutti.
Quanto al bar, era il centro attorno al quale gravitava il nostro piccolo mondo. Guai a rinunciare a un caffè. Si discuteva di calcio e di politica, si commentavano le notizie del giornale, cartaceo e a disposizione dei clienti, o i fatti degli abitanti e poi la giornata poteva iniziare davvero. Le chiacchiere continuavano dal barbiere, che era più informato del sindaco, dal giornalaio o dal fornaio, che sapeva vita, morte e miracoli di tutti.
Insomma, nel bene o nel male, era una socialità semplice, quotidiana, fatta di presenza fisica, in cui le persone si incontravano davvero, senza appuntamento, senza pretesti o filtri di sorta. Tutto si svolgeva intorno a quattro strade, ma dentro c’era il mondo intero. C’era reale affetto, curiosità e, soprattutto, cosa non trascurabile, una forma di vigilanza e solidarietà reciproca, nel senso che ci si aiutava l’uno con l’altro.
Poi, lentamente, senza che ce ne accorgessimo, quella voce collettiva ha cominciato ad affievolirsi. Le botteghe di vicinato hanno iniziato ad abbassare le serrande. Il rumore della vita è diventato più debole e la gente ha iniziato a chiudersi nelle case.

Quando la fretta ha cambiato il ritmo

All’inizio è sembrato solo un cambio di passo. Poi, quasi senza avvisare, la fretta è diventata la regola. Le giornate si sono riempite di impegni, i minuti hanno sostituito le ore e la lentezza, che un tempo era una forma di saggezza, è diventata quasi un difetto da correggere.
Abbiamo imparato a correre anche quando non serve, a fare più cose insieme, a rispondere subito, a non lasciare mai spazi vuoti; e quando abbiamo un attimo di quiete, siamo inevitabilmente assaliti dal senso di colpa, convinti che ogni momento non produttivo sia un’occasione sprecata. Così abbiamo smarrito l’idea stessa di tempo condiviso.
Eppure, la fretta non ha solo cambiato il nostro modo di vivere, ma anche quello di comunicare. Le conversazioni si sono fatte brevi, i pensieri compressi e sintetici. Ci siamo abituati a scrivere in fretta, a rispondere d’istinto, a non ascoltare davvero.
In questa accelerazione continua, la piazza ha perso la sua funzione di centro e di misura. L’ha sostituita Internet, con la sua velocità e la sua onnipresenza.
Non sappiamo se sia stata la fretta a prepararci ai social o se siano stati i social a insegnarci la fretta. Ma da quel punto in poi, il tempo si è deformato e anche il modo di stare insieme è cambiato.

Le sere davanti alla televisione

La trasformazione è arrivata fino dentro le case. Fino agli anni Ottanta la tavola era un luogo sacro e la televisione restava spenta: questa era la regola! Si parlava, si raccontava la giornata, ci si confrontava. I bambini venivano sottoposti a “interrogatorio” sull’andamento scolastico, gli adulti si scambiavano notizie su come risolvere i piccoli o grandi problemi quotidiani, si rideva delle cose semplici e quei momenti conviviali cementavano la famiglia.

Ragion per cui, accendere la TV a mezzogiorno era quasi un sacrilegio. La sera, invece, la televisione diventava un rito che univa. Si cenava e poi tutti sul divano a guardare il “Carosello”, poi un film o un varietà.

Negli anni successivi il tabù si è allentato. Prima la TV accesa “solo per un attimo”, poi ogni giorno. Il telecomando ha cambiato tutto: ognuno ha cominciato a scegliere per sé, e quella condivisione domestica si è frantumata. Quando è arrivato il telefono cellulare il passo successivo è stato naturale.
Ben lontani dai tempi delle telefonate brevi (per ovvie ragioni legate ai costi salatissimi), dei gettoni e delle cabine pubbliche, abbiamo cominciato a vivere con lo smartphone in mano, come se staccarsene significasse perdersi qualcosa di vitale. Passiamo ore a controllarlo, anche mentre guardiamo un film, come se da quel piccolo schermo dipendesse la nostra presenza nel mondo.
E così, da quella distrazione continua, è nata una nuova forma di solitudine silenziosa, sottile e, per questo, ancora più profonda.

La nuova agorà

In realtà, la piazza non è scomparsa: ha semplicemente cambiato indirizzo. Si è spostata dentro la rete, prendendo altre forme. All’inizio sembrava un gioco, una novità che dava spazio a momenti di leggerezza. Si scriveva su Facebook per ritrovare vecchi amici di cui si era persa traccia, si pubblicava una foto su Instagram per immortalare un tramonto o condividere un evento importante, si commentava qualcosa che ci interessava. Via via, però, questa abitudine ha assunto i connotati di una vera e propria dipendenza.
Ormai sui social si racconta tutto: ogni gesto, ogni riflessione.
Probabilmente lo facciamo per sentirci presenti, per non sparire, per far sapere che “anche noi ci siamo”, anche se quel mondo è fatto solo di immagini e parole sospese.
Quanto alle chat di gruppo, familiari, condominiali o scolastiche, sono diventate il nuovo brusio di fondo delle nostre giornate. Poi, però, ci lamentiamo della mancanza di privacy e la sbandieriamo come un vessillo.
A questo punto una domanda, o meglio una riflessione, nasce spontanea: la piazza virtuale crea incontro o distrazione?
L’interrogativo, pur se retorico, svela una verità: siamo connessi h24 ma ci incontriamo sempre meno. Inoltre, abbiamo perso la capacità di ascoltare realmente.
Il telefono è il simbolo di questa trasformazione. Non è più un mezzo ma uno strumento che ha finito per occupare il centro della nostra vita. È sempre con noi, in tasca, sul tavolo, accanto al letto e ci accompagna persino in bagno. È la nostra cabina telefonica portatile, la piazza personale dove controlliamo tutto, ma viviamo poco. Ci tiene collegati, ma non ci lega. È un luogo che non ha odori, non ha sguardi, non ha mani che si sfiorano.
Del resto, se abbassiamo il volume di questa nuova piazza virtuale, resterebbe solo il rumore del silenzio. Ed è lì che si misura la distanza tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati.

Riprendersi il tempo

Come fare per recuperare il nostro spazio? Forse la soluzione è più semplice di quanto sembri. Non serve spegnere il mondo digitale, basta riaccendere quello reale. Parlare con chi vive accanto, sorseggiare di gusto un buon caffè senza il telefono sul tavolo, guardare un film fino alla fine senza distrarsi.
E se questa riflessione ha il suono della nostalgia, è altrettanto innegabile che regalare a noi stessi la possibilità di vivere nella realtà, senza dissociarci troppo, è una questione di sopravvivenza. Forse il quartiere di un tempo non tornerà, ma possiamo recuperarne lo spirito: quella curiosità gentile, quella presenza reciproca, quella fiducia semplice che ci legava, anche per pochi minuti, tra un’incombenza e un’altra.
Forse è diventato difficile recuperare un ritmo umano, fatto di pause e di ascolto, un modo di vivere che non ci renda schiavi della velocità. In realtà, basterebbe poco: rallentare e tornare a guardarci negli occhi.
Perché la rete, dopotutto, non l’ha inventata Internet. Esisteva già, fatta di persone e di voci. Solo che, un tempo, si chiamava umanità, piazza, quartiere.

Illustrazione di Maupal

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