Il «Caffè»: la cultura dei lumi in una rivista

Caffè

Nell’articolo di apertura del primo numero del periodico «Il Caffè» (1764), Pietro Verri scrive che lo scopo della rivista è: «far quel bene, che possiamo alla nostra patria, al fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini, divertendoli». Pietro Verri, così come gli altri fondatori e collaboratori della rivista, è un’intellettuale di alto profilo, tuttavia non mostra l’atteggiamento del maestro autorevole che pretende di tenere lezione. Al contrario, si esprime con il tono di chi vuole intavolare un dialogo aperto e amichevole con il lettore. Chi legge e chi scrive sono sullo stesso piano: due individui razionali dei quali uno osserva e riferisce, e l’altro recepisce e giudica. 

D’altronde il «Caffè» è la rivista simbolo dell’Illuminismo in Italia, e non può che incarnarne i valori fondamentali. Innanzi tutto l’uguaglianza, principio per il quale tutti gli esseri umani sono dotati di ragione e per questo la dignità di ognuno dev’essere rispettata. Oppure la libertà, intesa come diritto fondamentale dell’uomo e come possibilità di giudicare i fenomeni della realtà in maniera critica, senza l’azione di alcuna pratica di indottrinamento. Ma anche la visione cosmopolita della società, che a uomini dallo spirito municipalistico sostituisce individui che prima di tutto si riconoscono come europei. 

Il nome e i lumi della ragione

Questi valori sono ben rappresentati dal titolo «Caffè». Il perché ce lo spiega proprio Pietro Verri nel suo articolo. Lo fa narrando la storia di un greco di nome Demetrio il quale, fuggito dalla sua patria per non essere ridotto in schiavitù dagli ottomani e spostatosi di paese in paese, arriva a Milano e qui apre un’elegante bottega in cui si beve del caffè pregiatissimo. La storia narra che: «In essa bottega primieramente si beve un caffè che merita il nome veramente di caffè; caffè vero di Levante, e profumato col legno di aloe, che chiunque lo prova, quand’anche fosse l’uomo il più grave, l’uomo più plumbeo della terra bisogna che per necessità si risvegli, e almeno per una mezz’ora diventi  uomo ragionevole».

Il caffè di Demetrio, inteso sia come luogo che come bevanda, è portatore di razionalità. Come bevanda risveglia i sensi, al contrario dell’oppio che li assopisce («v’è nel caffè […] una virtù risvegliativa degli spiriti animati, come nell’oppio v’è la virtù assaporitiva e dormitiva»). Come luogo, il Caffè offre la possibilità agli avventori di respirare cultura autentica, dinamica, di respiro europeo. La luce e la chiarezza (simboli dei lumi della ragione) dominano gli arredi. I giornali, in varie lingue e presenti in gran quantità nella bottega, portano a Milano notizie da tutto il mondo. 

Letture e società

Scrive Verri: «in essa bottega, chi vuol leggere, trova sempre i fogli di novelle politiche, e quei di Colonia, e quei di Sciaffusa, e quei di Lugano, e vari altri; in essa bottega, chi vuol leggere, trova per suo uso e il Giornale Enciclopedico, e l’Estratto della Letteratura Europea, e simili buone raccolte di novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano romani, fiorentini, genovesi, o lombardi, ora sieno tutti presso a poco europei; in essa bottega v’è di più un buon atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove politiche…».

Ma soprattutto, in questa bottega ci sono persone che si radunano per discutere dei problemi della società contemporanea, che è sull’orlo di un cambiamento epocale. Anche Verri partecipa a tali scambi e dice: «ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere, e tutt’i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi; e siccome mi trovo d’averne già messi in ordine vari, così li do alle stampe col titolo Il Caffè, poiché appunto son nati in una bottega di Caffè». 

Image by David Schwarzenberg from Pixabay

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