
Ormai si trovano anche nei banchi dei Discount e nella stagione estiva, in cui aumenta esponenzialmente il consumo di cibi leggeri soprattutto vegetali, sono sempre più ricercati dai consumatori, anche dagli onnivori.
Sono i prodotti plant-based ormai assunti a vera e propria classe merceologica: il cosiddetto latte vegetale (ma la denominazione è vietata a livello europeo) cioè le bevande vegetali (soia, riso, avena, cocco, nocciole e mandorle), la panna vegetale, il tofu e gli altri prodotti vegetali che richiamano il sapore e la consistenza del formaggio, la carne vegetale, soprattutto nella forma e nella consistenza degli hamburger.
In Italia la spesa annua per i prodotti plant-based supera i 700 milioni di euro, ancora ben lontana dei numeri della Germania (oltre 2 milioni di euro) ma comunque in crescita costante.
La differenza con i prodotti vegani
La maggior parte dei consumatori di prodotti plant-based non è vegana, ma è piuttosto orientata al cosiddetto «flexitarianismo»: uno stile alimentare «flessibile» che non rifiuta di consumare saltuariamente prodotti di origine animale (carne, formaggi, uova e pesce) e ha una particolare attenzione per la sostenibilità ambientale e la salute.
Non solo «imitazioni» dei prodotti di origine animale
Ridurre i prodotti plant-based a pura imitazione di quelli di origine animale è una semplificazione che non aiuta la comprensione di un fenomeno complesso che ha radici lontane.
Nel corso dei secoli il rapporto del mondo occidentale con il cibo ha subito innumerevoli trasformazioni e l’unica cosa rimasta immutata è stato il dominio del cibo casalingo.
Nelle tavole degli Italiani, ma in generale degli Europei, le differenze generazionali si annullavano e, come nella scena iconica dei maccheroni di «Un americano a Roma», si finiva per mangiare quello che preparava «mamma».
Nel 1981 a Piazza San Babila a Milano «Burghy», sfidando i colossi statunitensi Mc Donald’s e Burger King, aprì il primo fast food italiano proponendosi come riferimento gastronomico giovanile e da allora per gli adolescenti il cibo non fu più quello di prima.
Di colpo, anche grazie ad una politica di prezzi contenuti, i giovanissimi scoprirono la possibilità di poter scegliere il cibo sfuggendo al ricatto familiare.
Il cibo del fast food non era quello di mamma o di nonna, ma neppure quello delle osterie e delle trattorie, e la sua velocità di preparazione, quel «fast» a cui i gourmet contrapposero lo «slow», sottendeva non solo una tecnica di trasformazione delle materie prime, ma un nuovo rapporto col cibo diventato prodotto di consumo.
Era l’anticipazione di un fenomeno che si sarebbe riprodotto anche per il cibo etnico (kebap, sushi e poke) e che si sta diffondendo anche per il cibo di qualità: quello dei prodotti pronti o pronti da cuocere.
La risposta ad una nuova domanda del mercato
I prodotti plant-based s’inseriscono in una dinamica sociale che in occidente appare ormai irreversibile.
Da un lato la cucina gode di un’attenzione a livello mediatico inimmaginabile sino al secolo scorso, dall’altro il suo spazio sociale è ormai relegato ad occasioni ludiche o comunque legate al piacere, mentre per l’alimentazione quotidiana ci si orienta sempre più verso prodotti pronti al consumo o che richiedono una brevissima trasformazione.
In questo contesto gli alimenti plant-based occupano un segmento commerciale che sino a pochi anni fa era scoperto.
Prima del loro avvento, infatti, chi aveva poco tempo per cucinare finiva col rivolgersi prevalentemente a prodotti pronti o a preparazioni di origine animale: gli hamburger, i würstel, la classica «fettina», il petto di pollo, la pasta col tonno o quella al burro (detta appunto a Roma «dei cornuti» perché la sua velocità di preparazione lascia molto tempo libero da impiegare piacevolmente).
Gli alimenti plant-based consentono, invece, la pratica di una sorta di dieta mediterranea, con la netta prevalenza degli alimenti di origine vegetale su quelli di origine animale, senza però la fatica della preparazione del cibo, ma anche senza il connotato culturale della dieta mediterranea.
Sono prodotti preconfezionati come e più di quelli dei fast food visto che la stragrande maggioranza di essi non può essere preparata in ambito casalingo ed il loro target è composto prevalentemente di giovani adulti, giovani e giovanissimi.
Si stima, infatti, che i prodotti plant-based siano consumati regolarmente da circa un terzo degli appartenenti alla «Gen Z» (nati tra il 1995 ed il 2010) e dei «millennials» (nati tra l’inizio degli anni ’80 e la metà degli anni ’90) e che siano tra i cibi preferiti anche della generazione Alpha, quella nata dopo il 2010.
Che siano il futuro del cibo italiano quotidiano?
Foto di hanul choi da Pixabay
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