
All’indomani della scomparsa di Francesco Guccini si sono moltiplicati i tributi, ufficiali e spontanei di semplici cittadini, i racconti dei ricordi di chi l’ha conosciuto di persona e le analisi più o meno sofisticate dei testi delle sue canzoni.
Questa rubrica tratta di cibo, ma vuole ugualmente omaggiare il Maestrone, come ormai si usava chiamarlo, rispondendo ad un interrogativo: Guccini sarebbe stato ancora «Guccini» se per avventura fosse stato astemio?
Viene da dubitarne perché nella poetica di Guccini il vino ha svolto un ruolo fondamentale: vuoi consolatore, vuoi ispiratore, vuoi sprone per superare timidezza o paura o semplicemente occasione per farsi compagnia.
Eppure Guccini, come ha più volte precisato, non era certo un gran bevitore, ma era indubbiamente affascinato, anche per le sue orgogliose origini contadine, dal valore culturale e soprattutto conviviale del vino e, conseguentemente, dai luoghi in cui il vino incontra le persone e le fa incontrare: le Osterie.
Nell’ottobre del 1970 Guccini fondò a Bologna, assieme al domenicano Fra Michele Casali, l’Osteria delle Dame, in cui, banditi i superalcolici, si beveva rigorosamente vino e che fu uno dei luoghi simbolo del cantautorato italiano in cui s’incontrarono e si esibirono, tra gli altri, Lucio Dalla, Paolo Conte, Roberto Vecchioni, Pierangelo Bertoli, Claudio Lolli, Bruno Lauzi e Stefano Rosso, mentre Fabrizio De Andrè vi fece una capatina che divenne l’occasione per una memorabile partita a carte con Guccini.
Non solo musica, dichiaramente folk e rock, ma anche cabaret con gli esordi di Gigi e Andrea, Alessandro Bergonzoni, Enzo Robutti, Giorgio Comaschi, Gino e Michele, I Giancattivi (Francesco Nuti, Athina Cenci e Alessandro Benvenuti) e David Riondino.
Un autentico simposio che poi si sarebbe trasferito, sempre a Bologna, all’Osteria da Vito e, con l’avanzare degli anni e degli acciacchi, nella casa di Guccini a Pavana, la stessa in cui aveva trascorso i suoi primi anni di vita, nell’appennino tosco-emiliano.
Vino e Poeti: un legame che attraversa la Storia
Ad un lettore così attento della Storia dell’Occidente, come Guccini si è dimostrato nella scrittura dei testi delle sue canzoni e nella sua ricca produzione letteraria, non sarà certo sfuggito il profondo legame, più che millenario, tra Vino e Poeti.
Se si volge lo sguardo alla storia della Poesia, e in generale della Letteratura, e del Vino non v’è infatti praticamente autore che non vi abbia dedicato almeno un verso o un pensiero.
Da Omero, Orazio, Lucrezio, Catullo e Ovidio, ai contemporanei Umberto Saba, Pier Paolo Pasolini, Pablo Neruda (che al vino ha dedicato un’ode) e Alda Merini, passando per Dante, Shakespeare, Moliére, Puškin, Belli, Carducci, De Amicis, Olindo Guerrini e, verrebbe da dire «ovviamente», Verlaine e Baudelaire, coinvolgendo persino il timido e tutt’altro che mondano Giacomo Leopardi.
Impossibile poi ricordare qui tutti i cantautori che hanno raccontato il vino e basti forse citare Giorgio Gaber e la sua «Barbera e Champagne» con quel surreale incontro tra un disoccupato ed un ricco borghese accomunati per una sera dalla contemporanea perdita dei loro amori.
Le Osterie e la convivialità del vino
Guccini ha spesso regalato squarci, talvolta melanconici, talaltra ironici, di quel microcosmo, ormai scomparso almeno nella sua accezione più autentica, rappresentato dalle Osterie che lui ha calato nella realtà bolognese, ma che per secoli hanno rappresentato i luoghi della convivialità laica e popolare tanto nelle città che nei piccoli borghi.
E per trovare un Poeta altrettanto attento e curioso della vita delle Osterie bisogna risalire a Giuseppe Gioachino Belli che, nella sonnacchiosa e timorosa Roma papalina, vedeva nelle Osterie un barlume di espressione della coscienza civile.
Come nel sonetto «L’editto de l’ostarie»: ribellione all’ennesimo giro di vite papalino contro le Osterie ritenute luoghi di sovversione.
E così, nei versi rabbiosi del Belli, la tipica passività del popolino romano, indifferente alle esecuzioni sommarie dei giacobini, si risvegliava dal suo millenario torpore minacciando Papa Gregorio XVI che «sto popolo tuo trasteverino/si pperde l’ostarie fa cquarch’orrore».
Restando all’ambito strettamente poetico-letterario non si può fare a meno di notare la naturale contrapposizione tra le Osterie ed i Caffè.
Questi ultimi, nati alla fine del ‘700, sostituirono al vino una bevanda, il caffè, dagli effetti altrettanto stimolanti, ma di stampo dichiaratamente classista, visto che persino a Napoli, che molti considerano non a torto la patria del caffè all’italiana, il caffè iniziò a diffondersi tra le classi meno agiate solo alla fine dell’800 peraltro in occasione di una temporanea scarsità di vino.
Preferire le une o gli altri come luoghi d’incontro è stata quindi una precisa scelta politica perché se i secondi potevano garantire un dialogo tra pari borghesi (e non casualmente i Caffè sono stati la culla dell’Illuminismo europeo) le prime consentivano, col loro interclassismo, quelle contaminazioni che hanno reso immortali i versi di alcuni dei nostri Poeti: da Belli a Carducci a, ovviamente, Guccini.
Un Paradiso su misura
«Se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un Paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male».
Così, nella sua struggente «Gli amici», Guccini, agnostico dichiarato, immaginava il suo approdo tra le sfere celesti.
Non Angeli alati, né aureole, ma la carnalità e l’allegria dell’Osteria di sempre.
C’è da essere certi che in quel Paradiso Francesco ci sia arrivato.
Anche se magari lo avrà trovato un po’ troppo affollato di Poeti, allegri buontemponi e «vecchi “imberiaghi”» della «sua» Bologna ormai scomparsa e non è difficile immaginarlo preso in accese discussioni ed interminabili partite a carte.
A quelli a cui il Maestrone manca già non resta che associarsi al bellissimo invito che gli ha dedicato Roberto Vecchioni, l’amico di una vita: «Comincia a versare vino. Non fare che ti raggiunga con il bicchiere vuoto».
Immagine creata con I.A.

