Stretti di Aden, quel gorgo dove si inabissa la pace

Stretti

Stretti di Aden. Si è aperto un altro fronte della cosiddetta “Guerra di Gaza”. E non è solo il secondo. È quello però che può avere ripercussioni incalcolabili. Si tratta del tratto di Mar Rosso davanti allo Yemen, tra Aden e Gibuti. Si parla di più di 100 attacchi portati dagli Houthi con droni e missili alle navi ivi transitate, a cominciare da quelle israeliane. Ma chi sono gli Houthi?

Sono sostanzialmente i vincitori di una delle tante guerre “dimenticate” che si svolgono nel pianeta. Una guerra attualmente in apparente stand-by. Dopo che gli Houthy hanno conseguito il controllo dell’80% dello Yemen del Nord. Cioè la parte principale del paese che si ricollega storicamente alla biblica Regina di Saba.

Gli Houthy sono musulmani sciiti in una penisola, quella arabica, quasi totalmente sunnita. Come tali sono alleati dell’Iran, degli Izbullah libanesi e di Hamas. Ecco spiegato il collegamento con la “Guerra di Gaza”. Da molti considerata una “guerra per procura”, con Hamas procuratore di Teheran. La lettura che anche dietro gli attacchi degli Houthy ci siano gli Ayatollah appare scontata.

Stretti di Aden, la giugulare dell’economia europea

Attraverso gli Stretti di Aden transitano ogni anno poco meno di 20.000 navi da trasporto. Stiamo parlando, su scala globale, del 30% delle navi container del pianeta e del 12% delle petroliere. Quest’ultime provenienti per la quasi totalità dal Golfo Persico o dall’India.

Se poi calcoliamo i dati su base europea, tali percentuali salgono in modo esponenziale. Infatti, ora che le forniture russe di gas e petrolio sono bloccate, l’Europa è costretta a rifornirsi dai pozzi medio-orientali. In particolare, per quanto riguarda la sola Italia, il 90% dei container che sbarcano nei nostri porti passa per il Mar Rosso.

Per non parlare, poi, delle importazioni provenienti dalla Cina. Anche se quest’ultima, per il momento, non sembra muoversi. Nonostante i costi che comporterebbe, per lei, un ulteriore caos nel commercio internazionale. Non è detto, infatti, che il suo interesse geopolitico a osteggiare l’Occidente non le si rivolti contro.

Le compagnie internazionali meditano un cambio di rotta

Insomma, l’attacco degli Houthy alle navi da trasporto transitanti negli Stretti di Aden rappresenta soprattutto un attacco alla “giugulare” dell’economia europea. Dell’Italia in particolare. Ed è sommamente strano che i mass media e i nostri politici facciano finta di niente.

Non stanno facendo finta di niente, al contrario, le maggiori compagnie di navi container. Per il momento, la maggior parte di esse attende a largo, prima di imboccare gli Stretti. Tra queste: Msc, Cma Cgm e Hapag Lloyd. Così come la compagnia petrolifera britannica Bp.

La danese Maersk, secondo trasportatore marittimo del mondo, aveva deciso di deviare per il Capo di Buona Speranza. Poi ci ha ripensato e resta anch’essa in attesa. Bypassare per il Capo di Buona Speranza significherebbe raddoppiare i tempi di arrivo nei porti europei. La conseguenza sarebbe la risalita incontrollata dei costi dell’energia e dei beni di consumo.  

Stretti di Aden, la reazione

Gli Stati Uniti hanno in quelle acque la portaerei USS Eisenhower e il cacciatorpediniere USS Gravely. Alcuni giorni fa, in risposta a una richiesta di aiuto della nave Hangzhou, della Maersk, hanno distrutto tre barchini pirata degli Houthy.  Contemporaneamente gli Usa stanno organizzando la forza navale multinazionale detta Operation Prosperity Guardian.

Ne fanno parte anche Regno Unito, Norvegia, Francia, Canada, Olanda, Bahrein, Spagna e Seychelles. Probabilmente anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi. L’Italia ha accettato di partecipare, precisando, però, che non intende intervenire in operazioni di fuoco.

Il cronista, nella logica delle “guerre per procura” dell’attuale nuovo clima da “guerra fredda”, ritiene che alla fine si muoverà Israele. D’altronde è questo il fine dell’attuale impegno bellico di Gerusalemme. Eliminare ogni minaccia proveniente dalle “formazioni terroristiche” filo iraniane. Non foss’altro che tutto ciò è proprio quello che chiede il suo “alleato in pectore” Arabia Saudita.

Foto di Simon Pozek da Pixabay

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