
C’è un gesto che sembra quasi invisibile eppure possiede una forza guaritrice sorprendente: scrivere per sé. Non per lavoro, non per pubblicarlo, non per essere letto. Ma per dare voce a ciò che dentro preme e chiede spazio.
James Pennebaker, psicologo dell’Università del Texas, ha condotto numerosi studi che mostrano come la scrittura espressiva (scrivere dei propri pensieri e sentimenti più profondi) riduca lo stress e migliori il benessere psicologico.
Viviamo sommersi da parole: chat, email, messaggi vocali, notifiche. Un mare ininterrotto di comunicazione. Ma quante di queste parole sono davvero rivolte a noi stessi? Quante sanno parlare alla nostra parte più vera, quella che spesso rimane nascosta sotto strati di doveri, abitudini e distrazioni?
In un mondo in cui siamo costantemente connessi agli altri, scrivere un diario è un gesto di riconnessione interiore, un ritorno a casa.
Dove non serve apparire, né dimostrare. Non si scrive per piacere a qualcuno, ma per ascoltarsi davvero. È un tempo che rallenta, che ci rimette al centro del nostro vissuto. Non più spettatori, ma protagonisti della nostra vita.
Scrivere aiuta il cervello a organizzare i pensieri caotici, permette di identificare blocchi emotivi, conflitti interiori o priorità confuse. La scrittura, allora, si fa bussola: ci orienta nel caos e ci riconduce a noi.
Quando si prende in mano una penna e si lascia che i pensieri fluiscano sulla carta, accade che le emozioni si sedimentano, i nodi si sciolgono, il pensiero si schiarisce.
È come spolverare una finestra per vedere meglio fuori, o dentro.
La scrittura diventa così un compagno silenzioso che non giudica, non interrompe, non pretende. Anche le parole più semplici, a volte buttate giù in fretta, acquistano con il tempo un valore. Sono piccoli semi che, nel silenzio, mettono radici.
Scrivere aiuta a dare forma e solidità alle proprie idee, rafforzando la personalità. È un atto quotidiano di costruzione dell’identità, un modo per definire sé stessi. In assenza di questo processo, si rischia di essere sopraffatti da visioni esterne, finendo per adottare atteggiamenti che non ci appartengono davvero, quelli imposti, magari, da un genitore, un partner o un amico. La scrittura, invece, è uno strumento di emancipazione: ci restituisce a noi stessi.
Scrivere un pensiero fugace, una lista di cose che fanno stare bene, un ricordo che raffiora. Non conta cosa si scrive, ma il fatto di farlo.
È un atto di resistenza alla velocità del mondo.
Perché scrivere non è tempo perso, è tempo ritrovato.
Foto di Mabel Amber da Pixabay
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