
«Quello che passa dalla mano entra nel cervello». Antonio Grande lo afferma con convinzione, mentre ci mostra il suo ultimo libro, Intavolature e loro trascrizione per chitarra, appena uscito per l’edizione Ricordi. A 65 anni, il chitarrista napoletano, docente da 28 anni al Conservatorio di Salerno, ha alle spalle un’intensa attività concertistica con oltre 500 esibizioni tra Europa e Sudamerica, che spaziano dalla musica da camera al repertorio contemporaneo. Nell’insegnamento, però, ha trovato la sua dimensione più autentica. Trent’anni di esperienza condensati in un volume che va controcorrente: niente soluzioni pronte, niente scorciatoie digitali. Solo carta, matita e gomma per trascrivere a mano le antiche notazioni musicali rinascimentali.
Questo libro nasce dopo La chitarra a Napoli nel ‘900. Cosa l’ha spinta a scrivere un nuovo volume?
Sono due testi molto diversi, il primo di natura storica, questo invece ha uno scopo didattico, ed è stato pensato in modo particolare per gli studenti dei conservatori. La trascrizione delle intavolature è una disciplina che ho sempre ritenuto importante valorizzare: in passato era parte integrante del diploma, oggi rappresenta uno dei moduli del corso di laurea triennale. Il mio obiettivo principale era creare un manuale rigoroso dal punto di vista musicologico e al tempo stesso comprensibile per gli studenti. La vera sfida è stata trovare il giusto equilibrio: fornire indicazioni metodologiche precise, segnalare i testi fondamentali per chi vuole approfondire, ed evitare di perdersi in discussioni teoriche troppo complesse. Attualmente il corso negli Istituti di Alta Formazione Musicale dura appena 25-30 ore, quindi ho voluto creare un lavoro adattabile a questa tempistica. Ogni scelta è stata fatta per permettere agli studenti di trascrivere correttamente le antiche notazioni per liuto e trasferirle alla chitarra, comprendendo al tempo stesso il significato storico e musicale di quello che stanno facendo.

Com’è strutturato il volume e in che modo si confronta, oggi, con l’intelligenza artificiale?
Il libro è diviso in tre parti. Nella prima affronto gli aspetti teorici e storici, illustrando il contesto in cui nacque questo repertorio e le sue caratteristiche principali. La seconda è invece una guida pratica per impostare in concreto la trascrizione, infine un vero e proprio quaderno di esercizi, in cui invito gli studenti a trascrivere a mano le notazioni originali. Ho scelto deliberatamente di non fornire versioni già trascritte perché credo che il vero apprendimento passi attraverso l’esperienza diretta, la lentezza e il gesto materiale della scrittura. Quando si scrive, si ascolta, si cancella e si corregge, si entra davvero nel cuore della musica. Oggi l’intelligenza artificiale può tradurre una notazione antica in minor tempo, ma non può restituire la consapevolezza che nasce dal processo. Se ti limiti al risultato, perdi il senso del cammino. È proprio nella fatica, nel tempo speso a cercare e a comprendere, che quell’opera diventa qualcosa che ti appartiene profondamente.
Che cosa vorrebbe dire ai giovani che si avvicinano al suo manuale e, più in generale, allo studio della chitarra?
Vorrei esortarli a non temere la fatica, a non cedere alla fretta del risultato immediato. La musica, come ogni arte, richiede tempo, dedizione e un contatto autentico con la materia. Capire non significa solo sapere, ma entrare dentro ciò che si studia, farlo proprio. E chi insegna deve saper trasmettere questo amore non attraverso nozioni o regole, ma con il proprio esempio: più che con le parole, con la passione e la verità di ciò che è.
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