Montale e l’irrazionalità della Storia

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Nel secondo libro del De Oratore, Cicerone presenta la «Historia» come «magistra vitae». Segna così una tappa fondamentale nella riflessione millenaria su come funzioni la Storia e su quanto possa effettivamente servire a indicare all’umanità la direzione giusta, evitandole di ripetere gli errori del passato. Dopo Plutarco, Machiavelli, Leopardi, Hegel e molti altri grandi pensatori, nel medesimo dibattito si inserisce anche Eugenio Montale. Il poeta ligure, con i versi scarni e incalzanti di un componimento in due parti intitolato La storia, propone una visione molto diversa da quella ciceroniana.

La Storia secondo Montale

«La storia non si snoda/come una catena/di anelli ininterrotta./In ogni caso/molti anelli non tengono» afferma nei primi versi. Con il linguaggio colloquiale e l’arguzia tipiche di Satura (opera del 1971 di cui La storia fa parte e che Giorgio Zampa ha definito «il romanzo di un lirico dei nostri giorni»), Montale ironizza sulla concezione della Storia come un susseguirsi di eventi basato su leggi razionali. 

Di contro, la propone come un’entità irrazionale e caotica che travalica i destini individuali ponendosi «fuori» da essi. Come nel caso dell’ «anello che non tiene» in Limoni (Ossi di seppia), i molti anelli che «non tengono» in La storia sono portatori di una verità fondamentale. Solo che stavolta non si tratta di quella lieta della vita autentica che si cela oltre un varco introvabile, ma di quella confondente per cui il percorso umano è incerto e imprevedibile. 

L’antistoricismo montaliano

I tempi sono cambiati, e anche i temi. In Ossi di seppia e nelle due raccolte successive dominavano una spiccata tensione metafisica e la speranza di uscire da una condizione esistenziale dolorosa. In Satura resta tutto ancorato a terra, disincantatamente legato al piano della storia, oggetto di un’ironia sottile che tradisce un atteggiamento di sfiducia e distacco. Ed è proprio con freddo distacco che Montale in La storia dimostra il suo antistoricismo.

Rifiuta l’idea hegeliana dello Spirito — pensiero, coscienza di sé del mondo — come guida del processo razionale e necessario che è la Storia («La storia non è prodotta/ da chi la pensa»). Non condivide nemmeno la posizione di Marx, che vede lo sviluppo storico come un processo determinato dalle relazioni economiche e dalla lotta di classe. Inoltre, Montale rifiuta l’idea della Storia tipica dei positivisti, che la concepiscono come un percorso lento e graduale necessariamente orientato al miglioramento. Scrive infatti: «La storia/non si fa strada, si ostina/detesta il poco a poco, non procede/né recede, si sposta di binario/e la sua direzione/non è nell’orario». 

D’altra parte, accoglie l’idea leopardiana della Natura matrigna. Per Montale, anche la Storia agisce con indifferenza rispetto agli individui, «gratta il fondo come una rete a strascico con qualche strappo» senza curarsi dei pesci che prende e di quelli che le scappano. E chi le resta nel sacco è solo preda della sua irrazionalità, non può correggerla, non è libero. 

Foto di Jakub Luksch da Pixabay

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