
Penelope disfa una tela, Circe prepara il talamo, Calipso promette l’eternità, Didone innalza una città. Fra queste donne, Odisseo ed Enea rivelano due modi opposti di vivere l’amore
Il letto come luogo politico
La guerra di Troia separa Odisseo ed Enea molto meno di quanto li separi il rapporto con le donne. Entrambi conoscono la rovina di una città, il naufragio, l’esilio e l’arbitrio degli dèi; entrambi ricevono da figure femminili riparo, piacere, conoscenza e perfino la possibilità di una patria. Quando potrebbero fermarsi, però, i loro destini prendono direzioni opposte.
Odisseo procede verso una casa che esiste ancora. A Itaca, Penelope custodisce il palazzo, protegge Telemaco e mantiene aperta la successione, impedendo che vent’anni di assenza cancellino il marito dalla vita politica dell’isola e consegnino il regno alla contesa dei Proci.
Enea avanza invece verso una patria ancora priva di mura e cittadini. Troia è bruciata; l’Italia appartiene alla profezia. Il primo deve riconquistare ciò che considera suo, il secondo deve consegnarsi a qualcosa che esisterà pienamente soltanto dopo di lui.
Da questa differenza nasce anche la loro condotta amorosa e la relativa concezione di fedeltà. Mettiamo a confronto i due personaggi a partire dall’eroe omerico.
Odisseo e la fedeltà concessa agli uomini
Innanzitutto, una certezza attraversa il poema: Odisseo ama davvero Penelope. La nostalgia lo riconduce a Itaca, ma proprio questa certezza fa risaltare la libertà con cui passa da un letto all’altro, come accade con Circe e Calipso. Quanto alla fedeltà coniugale, il mondo omerico — con buona pace della sensibilità contemporanea — distribuisce i ruoli secondo due misure: alla moglie la richiede anche e soprattutto nel corpo, al marito nell’intenzione ultima.
Dovremmo scandalizzarci o gridare al patriarcato? In realtà, questa fedeltà ideale convive serenamente con esperienze erotiche che il poema accoglie senza trasformarle in una colpa. Facciamone una ragione…
L’asimmetria appartiene infatti alla società omerica e va compresa dentro quella cultura. Il corpo della moglie garantisce la legittimità della discendenza; il marito può allontanarsi, combattere, navigare e condividere altri giacigli, purché ritorni a occupare il proprio posto. Tutto qui!
Anche l’eros entra in questa economia: l’eroe accetta ciò che le donne gli offrono, ne riceve protezione e conoscenza, quindi riprende il viaggio verso la sola identità che desidera conservare definitivamente.
A questo punto, esaminiamo una delle storie che mostra chiaramente con quanta abilità Odisseo sappia approfittare delle bellissime creature che incontra, a cominciare da Circe.
Circe e i vantaggi della seduzione
Nell’isola di Ea, la maga trasforma i compagni di Odisseo in porci dopo averli accolti e nutriti. Odisseo resiste grazie all’aiuto di Hermes. Quando il sortilegio fallisce, Circe gli propone il proprio talamo. L’eroe accetta dopo averle imposto un giuramento che garantisca la sua sicurezza. Anche nell’intimità tratta, verifica le condizioni e protegge il proprio interesse. La seduzione diventa così la prosecuzione della strategia con altri mezzi.
La formula è urtante, ma illumina il meccanismo: Odisseo assomiglia qui a una sorta di moderno “prostituto dell’intelligenza”. Offre la propria disponibilità quando essa garantisce salvezza, piacere e vantaggi. Naturalmente, il termine non serve a condannarlo sommariamente. L’eroe mette semplicemente a frutto la capacità di adattarsi, comprende ciò che la situazione richiede e trasforma una possibile minaccia in una sistemazione molto confortevole. Ma questa situazione era per lui una vera sofferenza?
Una piacevole parentesi
Nell’anno trascorso presso Circe, Odisseo vive fra banchetti, riposo e piacere finché i compagni gli ricordano Itaca. Il campione del nóstos, cioè del ritorno, ha bisogno che siano altri a interrompere la sua “vacanza”. La nostalgia per Penelope esiste, ma tutto sommato convive con una notevole disponibilità a godere di ciò che il viaggio gli procura.
Detto brutalmente: l’eroe rimane presso Circe perché quella condizione gli conviene e, con ogni evidenza, gli garba assai. Il testo lo mostra pienamente partecipe della sosta.
Circe, a sua volta, porta la relazione oltre il semplice piacere. Indica a Odisseo la via dell’Ade, gli spiega come affrontare le Sirene, Scilla e Cariddi, gli comunica ciò che nessuna forza guerriera potrebbe conquistare. L’eroe esce pertanto dalla sua casa con una conoscenza decisiva. Ha ricevuto riposo, eros, protezione e istruzioni per sopravvivere.
E questo è uno schema che accompagna Odisseo lungo il poema: le donne gli consegnano risorse differenti, mentre egli conserva il diritto di ripartire. Con Calipso, però, la capacità di trasformare ogni incontro in un vantaggio trova finalmente un limite.
Calipso e il momento in cui il vantaggio diventa prigionia
L’isola di Ogigia offre bellezza, protezione e immortalità, ma il soggiorno si prolunga per ben sette anni e assume la forma di una reclusione, seppur dolce. Quando il poema lo mostra sulla riva, Odisseo piange guardando il mare. La ninfa continua ad amarlo; lui desidera ormai partire. Certo, se n’è accorto tardi, ma come si dice in questi casi “meglio tardi che mai”.
Stavolta, a destarlo non sono gli amici ma la consapevolezza di aver esaurito il piacere della deviazione, cosa che gli fa viver l’eternità promessa come un esilio.
Così, se è vero che Calipso gli offre una vita immune dalla vecchiaia e dalla morte, accettarla significherebbe rinunciare al passato, al figlio, al regno e al nome. In parole povere, un uomo immortale su un’isola fuori dal tempo cesserebbe lentamente di essere Odisseo. Penelope rimane allora l’unica donna capace di restituirgli ciò che nessuna dea possiede: la continuità fra l’uomo partito per Troia e colui che, invecchiato e irriconoscibile, torna finalmente a casa.
Penelope, la donna che rende possibile l’eroe
Qui, il ricongiungimento avviene attraverso il segreto del letto ricavato da un ulivo ancora radicato nella terra. Penelope mette alla prova lo sconosciuto ordinando che quel talamo venga spostato. Odisseo reagisce perché sa che nessuno potrebbe muoverlo senza distruggerlo.
Penelope riconosce dunque il marito, malgrado tutti i suoi mutamenti; Odisseo si rende conto che nessuno, durante la sua assenza, è riuscito a violare l’intimità della sposa. A loro modo, entrambi sono stati fedeli.
Lo perdoniamo?
Odisseo merita comprensione, più che assoluzione. Le sue relazioni appartengono a un mondo che attribuisce al maschio una libertà erotica assai più ampia di quella delle donne.
È altrettanto vero che possiamo spiegare la sua condotta senza cancellarne l’opportunismo. L’eroe ama Penelope e insieme approfitta delle occasioni che il viaggio gli consegna. Il desiderio del ritorno è sincero; altrettanto sincera appare la sua capacità di divertirsi lungo la strada. So ragazzi…si direbbe a Roma.
A questo punto, cambiamo poema ed eroe, per parlare di Enea e del binomio viaggio- amore.
Enea e l’amore sottoposto al futuro
Enea si muove dentro una logica diversa. La sua patria è stata distrutta e nessuna donna può restituirgli Troia. Ogni legame affettivo viene pertanto giudicato alla luce di una missione che gli impone di trasformare la sconfitta in fondazione.
La prima donna sacrificata a questo compito è la moglie Creusa. Durante la fuga da Troia, Enea porta il padre Anchise sulle spalle e conduce il figlio Ascanio per mano; la moglie procede dietro di loro e scompare nel caos della città in fiamme. Quando l’eroe torna a cercarla, incontra la sua ombra.
Creusa gli annuncia l’esilio, l’approdo in Occidente e un nuovo matrimonio, dandogli persino il benestare. Virgilio affida insomma a una donna il compito di liberare Enea dal vincolo con la vita precedente, quasi che la missione possa cominciare soltanto dopo aver reciso la casa troiana.
Enea porta dunque a Cartagine un lutto già trasformato in dovere. Qui incontra Didone, anch’ella esule e vedova, ma capace di convertire la propria rovina in autorità. Ha fondato una città, distribuito compiti, costruito mura e dato ordine a un popolo in fuga. Enea vede davanti a sé ciò che sta ancora cercando, vale a dire una patria nata dal dolore e già capace di vivere.
Didone, la patria che esiste già
Didone rappresenta per Enea molto più di una relazione amorosa. Cartagine potrebbe accogliere i Troiani, unire due popoli di esuli e offrire all’eroe una funzione politica immediata. La regina gli consegna infatti una città concreta; il destino tuttavia gli promette una città futura.
L’abbandono assume perciò un significato diverso dalle partenze di Odisseo. Enea incontra una felicità capace di interrompere il viaggio ma deve respingerla per non sottrarsi alla sua missione. Ed è qua che entrano in scena le divinità di turno: Venere e Giunone.
Durante una tempesta, Didone ed Enea si rifugiano nella stessa grotta e si abbandonano al piacere. La regina interpreta quell’unione come matrimonio ma per Enea non è così. Anzi, ben presto le comunica che dovrà partire e che non ci sarà un ritorno. Qualcuno infatti gli ha assegnato una missione ben più importante: fondare una civiltà. E allora ci risiamo: siamo davanti a un altro infedele?
Come Odisseo, nemmeno Enea è innocente. Egli accetta l’amore, partecipa alla vita cartaginese e lascia che il legame cresca. Soltanto il richiamo di Mercurio gli restituisce l’urgenza dell’Italia.
Per un momento, i due eroi si assomigliano: entrambi hanno bisogno che qualcuno ricordi loro il viaggio. La risposta, tuttavia, li divide. Odisseo lascia Circe dopo un anno di piaceri e torna verso una casa che gli appartiene. Enea abbandona Didone per una patria che non ha mai visto, rinunciando a un regno, a una donna e a una sicurezza già conquistata.
Il prezzo della pietas
A nulla valgono le ragioni umane e politiche addotte da Didone; la giustificazione dell’eroe acquista senso soltanto quando il lettore pensa alla futura Roma.
Virgilio lo costruisce infatti come un Romano vissuto prima di Roma, mosso dalla pietas, il primato della comunità, il rispetto del volere divino e la disciplina degli affetti. Tutti valori che, a onor del vero, appartengono alla cultura del poeta e vengono proiettati all’indietro sul superstite troiano.
Qui si misura ulteriormente la distanza da Odisseo. Il Greco orienta le circostanze verso il proprio ritorno e sa ottenere dalle donne ciò che gli serve. Il Troiano viene orientato dalla missione e spesso ne subisce il comando.
Certo è che la sofferenza di Didone rimane irriducibile alle ragioni di Roma. Virgilio le concede una voce capace di incrinare la giustificazione imperiale. La città nascerà, ma il poema conserva il prezzo pagato da chi viene sacrificato al suo futuro.
La poveretta trasforma allora il letto condiviso in rogo. Dispone sulla pira gli oggetti di Enea, le sue armi e le tracce dell’intimità, quindi pronuncia la famosissima maledizione che proietta il dolore privato nella futura inimicizia fra Cartagine e Roma.
Quando poi Enea la incontra nell’Ade, tenta ancora di spiegare la necessità della partenza ma Didone gli nega la risposta e si allontana verso Sicheo, rifiutandosi di seguirlo anche con lo sguardo.
Alla fine, Lavinia, figlia del re Latino, diverrà la sposa di Enea, dandogli accesso alla terra laziale.
Tutto il resto è storia e il confronto fra i due eroi può ora essere ricondotto alla diversa libertà che i poemi concedono loro.
Il privilegio e il sacrificio
Odisseo ed Enea incontrano le donne da posizioni quasi inverse. Ulisse possiede una casa e può permettersi di deviare. Enea ha perduto la propria e deve diffidare di ogni dimora prematura. Il primo trae dalle relazioni piacere, protezione e sapere; il secondo scopre nell’amore una forza capace di trattenerlo lontano dal destino.
Odisseo è più libero e per questo moralmente più ambiguo. Ama Penelope, ma sfrutta con notevole talento le possibilità erotiche del viaggio. La sua fedeltà consiste dunque nel tornare, non nel rinunciare alle occasioni.
Enea appare più severo, anche verso se stesso. Creusa gli viene sottratta, abbandona Didone, sposa Lavinia quale strumento di una missione politica e fondativa. Egli procura sofferenza, ma il poema gli nega il piacere sovrano con cui Odisseo abita le proprie deviazioni.
Quanto a Penelope e Didone, illuminano meglio degli eroi la sostanza dei due poemi. La prima attende un uomo che soffre, mente, seduce, si diverte e infine ritorna; la seconda ama un uomo che rinuncia anche a se stesso pur di continuare.
Il letto ricavato nell’ulivo e il rogo cartaginese raccolgono infine le conseguenze delle due storie. Penelope preserva il luogo nel quale Odisseo potrà tornare a essere ciò che era. Didone distrugge il luogo nel quale Enea avrebbe potuto diventare qualcosa di diverso da ciò che il destino gli impone.
Resta allora una domanda più scomoda: quale prezzo devono pagare le donne perché ciascuno dei due possa diventare l’eroe che il proprio poema pretende?
Immagine realizzata con I.A.

