
Il mito greco vive di variazioni, deviazioni e ritorni. Ogni narrazione conserva la memoria degli altri racconti possibili e, proprio là dove le versioni divergono, lascia intravedere con maggiore precisione la figura profonda che le genera
La verità mobile del mito
Cercare la versione autentica di un mito greco significa applicare alla materia mitica un criterio che le appartiene solo in parte. Il mito nasce infatti dentro una civiltà della trasmissione orale, attraversa luoghi, culti e comunità differenti, viene accolto dai poeti, modificato dalla tragedia, reinterpretato dai mitografi, innestato nei rituali locali e infine consegnato a scrittori che ricevono già una materia plurale. La variazione costituisce dunque uno dei suoi modi di esistenza.
Roberto Calasso, nelle Nozze di Cadmo e Armonia, coglie con straordinaria acutezza questa natura mobile del racconto mitico. La variante permette al mito di mostrare ciò che una singola narrazione terrebbe nascosto, perché ciascun episodio ne richiama altri, ciascuna figura ne contiene altre e una morte può convivere con una morte differente, perfino con l’immortalità.
Arianna rappresenta forse uno dei casi più affascinanti. La tradizione la uccide, la seppellisce, la impicca, la pietrifica, la fa morire durante una gravidanza e, nello stesso tempo, la consegna a Dioniso e all’immortalità.
La domanda interessante diventa allora un’altra. Che cosa sta cercando di dire il mito, dal momento che sente il bisogno di far morire Arianna tante volte?
Una figlia del Sole dentro il cerchio del toro
Prima di raggiungere il labirinto occorre risalire la genealogia, perché nei miti la parentela funziona quasi come una memoria inconscia.
Arianna nasce da Minosse e Pasifae. Minosse è figlio di Europa e di Zeus, che raggiunge quest’ultima assumendo forma taurina e la conduce a Creta attraverso il mare. Pasifae appartiene invece alla stirpe solare, essendo figlia di Helios e Perseide.
Quando Minosse riceve da Poseidone il prodigioso toro emerso dal mare e decide di conservarlo, la vicenda devia verso la passione di Pasifae per l’animale, verso l’artificio della vacca costruita da Dedalo e quindi verso la nascita di Asterio, cioè il Minotauro.
Arianna e Fedra crescono così accanto a un fratellastro nel quale umano e animale restano congiunti in una forma ormai irrevocabile.
Arianna porta dunque nel proprio sangue due grandi potenze figurali, la luce e il toro. È nipote del Sole per parte materna e nipote della fanciulla rapita dal toro divino per parte paterna. Intorno a lei il bovino ritorna con una puntualità quasi ossessiva. Zeus è toro per Europa, il toro di Poseidone desidera Pasifae, dal toro nasce il Minotauro, Teseo uccide il Minotauro e affronta a sua volta il toro di Maratona, mentre nella storia di Fedra e Ippolito ancora una creatura taurina sorta dal mare precipiterà il giovane verso la morte.
La famiglia di Arianna sembra vivere dentro una logica che ruota attorno al bovino. Gli uomini e gli animali si affrontano, si sostituiscono, si uccidono, mentre le donne pagano sulla propria carne l’irruzione del desiderio.
Prima ancora di seguire Teseo, dunque, Arianna appartiene già a un racconto che la precede. Ma facciamo un salto indietro.
Prima del filo c’era la danza
La memoria letteraria più antica di Arianna custodisce un dettaglio sorprendente.
Nell’Iliade, quando Efesto incide sullo scudo di Achille la grande immagine del mondo, compare una pista di danza simile a quella che Dedalo aveva costruito a Cnosso per Arianna. I giovani vi danzano ora in cerchio, ora disponendosi in file.
Arianna entra dunque nella poesia occidentale associata anzitutto a un disegno di movimenti.
Il dettaglio acquista un altro significato quando lo si accosta al labirinto. Dedalo costruisce per Arianna uno spazio destinato alla danza e per il Minotauro lo spazio dell’intrico. Nel primo il percorso diviene rito, nel secondo diviene smarrimento.
Poi interviene il filo.
Arianna offre a Teseo ciò che trasforma una struttura incomprensibile in un percorso reversibile. Il filo conserva la memoria del cammino mentre il corpo procede, stabilisce una continuità attraverso la confusione, lega l’ingresso all’uscita e concede a chi avanza nell’oscurità la possibilità del ritorno.
Una tradizione molto più tarda, riferita da Plutarco, conserva ancora questa relazione fra danza e labirinto. Dopo l’impresa cretese, Teseo celebra a Delo una danza fatta di svolte e ritorni che imitano l’andamento del labirinto. Il movimento nello spazio chiuso viene così trasformato in coreografia rituale.
Arianna appare allora legata fin dall’inizio alla possibilità di dare un ordine al movimento. Prima la danza, poi il filo. Sa rendere cioè percorribile ciò che altrimenti inghiotte.
Ed è precisamente qui che comincia la sua tragedia. La giovane conosce la via d’uscita per l’altro, mentre il proprio destino la conduce verso un passaggio per il quale il filo perderà ogni efficacia.
La prima morte avviene uscendo da Creta
Prima ancora delle morti raccontate dalle diverse tradizioni, la fuga con Teseo contiene già una morte simbolica.
Arianna consegna all’eroe ateniese la possibilità di uccidere suo fratello, abbandona il padre, rompe l’ordine della casa, lascia l’isola e affida a uno straniero il segreto grazie al quale Creta esercitava il proprio terrore.
Salvare Teseo significa dunque recidere la propria appartenenza.
Il filo che permette all’eroe di uscire dal labirinto diventa per lei il filo che la trascina fuori dalla genealogia. Teseo conquista un futuro attraverso Arianna, quest’ultima perde il proprio passato attraverso il giovane.
Qui il mito raggiunge una precisione quasi crudele. Arianna sa trovare una soluzione quando il labirinto appartiene a qualcun altro. Davanti al proprio abbandono incontra invece una regione dell’esperienza nella quale nessuna tecnica del filo può soccorrerla.
È anche per questo che continua a parlare con tanta forza alla coscienza moderna. Guida infatti un altro attraverso il suo mostro e, subito dopo, è costretta a incontrare il proprio.
La morte per mano di Artemide
La più antica morte letteraria conservata di Arianna compare nell’Odissea.
Odisseo la incontra tra le donne dell’Ade. Omero ricorda che Teseo l’aveva condotta via da Creta verso Atene e racconta che Artemide la uccise nell’isola di Dia per una misteriosa attestazione di Dioniso. La formula resta oscura e proprio questa oscurità ha alimentato interpretazioni successive.
Qui Arianna muore dunque attraverso l’intervento di una dea.
Artemide custodisce confini delicatissimi, la verginità, il passaggio delle fanciulle verso l’età adulta, gli spazi selvatici che precedono l’integrazione nell’ordine civico. Dioniso appartiene invece all’ebbrezza, allo sconfinamento, alla dissoluzione delle identità stabili.
Arianna si trova fra queste due potenze proprio mentre passa dalla casa paterna alla promessa nuziale, da Creta ad Atene, dalla fanciulla alla sposa.
La morte omerica può allora essere letta come una morte di soglia. Arianna viene colpita durante una trasformazione incompiuta. Ha lasciato una condizione e deve ancora entrare nell’altra.
Il mito colloca la morte esattamente nel passaggio.
Dioniso e la morte revocata
Eppure già la poesia arcaica conserva un destino completamente diverso.
Esiodo racconta che Dioniso fece di Arianna la propria sposa e che Zeus le concesse una condizione immortale e sottratta alla vecchiaia.
Ed è proprio qui che la natura del mito si mostra in tutta la sua libertà. Arianna può trovarsi nell’Ade e, in un altro racconto, essere sottratta alla morte. Le due immagini convivono, perché ciascuna racconta una diversa possibilità del suo destino.
Dioniso stesso appartiene a una dimensione nella quale identità e confini diventano instabili. Arianna, dopo avere affidato la propria vita all’eroe che uccide il mostro, entra nell’orbita di un dio legato allo sconfinamento e alla trasformazione.
Teseo esce dal labirinto. Arianna, invece, continua ad abitarne simbolicamente la logica, perché il suo destino non procede più secondo una linea unica.
Da questo momento ogni sua morte sembra poter essere revocata da un’altra versione.
La morte della corda
Molti secoli dopo, Plutarco raccoglie tradizioni che mostrano quanto la storia di Arianna abbia continuato a moltiplicarsi.
Una di queste racconta che, abbandonata da Teseo, Arianna si impicca.
Quanto all’impiccagione, questo gesto estremo possiede nel mito greco una densità peculiare e ricorre più volte nei destini femminili. Fedra si impicca. Erigone, dopo avere ritrovato morto il padre Icario, si appende a un albero e il suo gesto viene collegato alla Aiora, il rito dell’altalena nel quale la sospensione viene trasformata in movimento rituale.
Calasso accosta queste immagini e vi comprende anche Pasifae e Arianna. La ripetizione produce qualcosa che supera la semplice somiglianza narrativa.
Nel caso di Arianna il particolare diventa ancora più inquietante.
Il filo aveva permesso di attraversare il labirinto mantenendo un legame con l’origine. La corda conserva materialmente l’idea del legame, ma ne rovescia il significato.
Risultato? Il filo salva Teseo, la corda uccide Arianna.
La donna che aveva trasformato un legame nella possibilità del ritorno incontra così la morte attraverso un altro legame, divenuto questa volta strumento di separazione.
La morte di parto e le due Arianne
Plutarco conserva anche un racconto proveniente da Amatunte, a Cipro, nel quale Teseo approda sull’isola durante una tempesta con Arianna incinta.
La lascia momentaneamente a terra per occuparsi della nave, ma il vento trascina nuovamente l’imbarcazione verso il mare. Le donne del luogo accolgono Arianna e la assistono, mentre ella muore prima di portare a compimento il parto.
Quando Teseo ritorna, istituisce offerte in suo onore e la tradizione locale associa il suo sepolcro ad Arianna Afrodite. Durante il rito un giovane imitava persino i dolori del travaglio.
Questa variante cambia completamente il significato della morte. La Arianna impiccata muore dopo l’abbandono, mentre quella cipriota muore nel momento in cui sta per generare.
Morte e nascita occupano lo stesso corpo
Il giovane che durante il rito mima il parto porta inoltre il racconto oltre la distribuzione ordinaria dei sessi, trasformando il dolore femminile in gesto cultuale assunto da un corpo maschile.
Ancora più sorprendente è un’altra testimonianza riferita da Plutarco. Alcuni abitanti di Nasso distinguevano due Minossi e due Arianne. Una Arianna apparteneva a Dioniso ed era celebrata nella gioia; l’altra apparteneva alla vicenda di Teseo, moriva sull’isola e riceveva onori segnati dal lutto.
La contraddizione viene risolta attraverso uno sdoppiamento della persona.
Il mito, invece di scegliere fra Arianna beata e Arianna dolente, concede un’esistenza a entrambe.
Nello stesso luogo possono così convivere l’Arianna delle nozze e quella del sepolcro.
Arianna sepolta e Arianna pietrificata
Un’altra tradizione conduce Arianna ad Argo.
Pausania riferisce che presso il tempio di Dioniso Cretese si mostrava un luogo collegato alla sua sepoltura e racconta perfino del ritrovamento di una cassa d’argilla identificata come il suo feretro.
Intanto Arianna continua a morire in luoghi diversi. Creta, Dia o Nasso, Cipro, Argo. Ogni terra conserva una parte della sua storia e sembra volerla trattenere.
Secoli dopo, nelle Dionisiache di Nonno di Panopoli, il racconto assume una tonalità completamente diversa. Durante il conflitto fra Dioniso e Perseo, quest’ultimo mostra la testa di Medusa e Arianna viene trasformata in pietra.
Questa volta il corpo non è sospeso né affidato al travaglio. Si arresta.
La pietra acquista un significato particolare proprio perché Arianna appartiene fin dall’inizio a una storia dominata dagli spazi costruiti. Dedalo costruisce, il palazzo racchiude, il labirinto nasconde, il filo attraversa.
Alla fine anche il suo corpo diventa materia immobile.
La donna capace di trovare il percorso dentro la pietra diventa pietra.
Arianna può essere chiamata eroina?
L’eroe greco vive spesso in rapporto con la propria morte, con una tomba, con un culto, con una potenza che continua ad agire dopo la conclusione della vita. Arianna possiede sepolcri, sacrifici, feste, rituali di lutto e rituali gioiosi. A Nasso la tradizione arriva a sdoppiarla proprio per distribuire fra due figure la sua natura luttuosa e quella dionisiaca.
Eppure Arianna è eroina in modo molto diverso da Teseo.
Teseo combatte il mostro e acquista fama attraverso un gesto visibile. Arianna rende quel gesto possibile attraverso un sapere discreto. L’eroe entra nel labirinto con una spada; Arianna vi entra simbolicamente attraverso il filo.
Teseo possiede la forza dell’azione.
Arianna conosce la strada del ritorno.
Forse proprio per questo la sua figura ha acquistato, con il passare dei secoli, una profondità che eccede quella del vincitore del Minotauro. Teseo compie l’impresa e prosegue verso altre imprese. Arianna rimane invece dentro la domanda che quell’impresa aveva aperto.
Che cosa accade a chi ha visto il mostro, conosce il segreto del labirinto e ha già reciso il legame con il proprio mondo?
Le sue molte morti sembrano ogni volta una risposta diversa alla stessa domanda.
Arianna può morire per mano di Artemide mentre attraversa il confine fra due condizioni. Può impiccarsi quando il legame si rovescia in separazione; morire durante una gravidanza, facendo coincidere nello stesso corpo la nascita e la fine. Può essere sepolta ad Argo o pietrificata da Perseo. E può, in un’altra tradizione ancora, diventare immortale.
Ed è qui che il titolo rivela il proprio paradosso.
Le morti di Arianna sono molte perché nessuna riesce a esaurire Arianna.
Ogni versione la conduce fino a un limite, ma il mito torna a raccontarla, la sposta altrove, le assegna un’altra morte o le restituisce una vita diversa.
Forse Arianna è eroina proprio per questo, perché a sua impresa consiste meno nell’uccidere il mostro che nell’attraversare, una dopo l’altra, le forme della propria fine, fino al punto in cui anche la morte diventa soltanto una delle possibilità del racconto.

