La topaia e altri miei obbrobri newyorkesi

New York City è piena di case bellissime: appartamenti scenografici, affacciati su Central Park o sui fiumi, basta sfogliare le pagine virtuali di un qualsiasi sito online per restare incantati. 

Data la facilità di vedere case meravigliose, ancor più dovreste apprezzare l’eccezionalità di ciò che sto, come promesso, per mostrarvi: le foto della topaia e di altre oscenità immobiliari.

Già in passato le mie scelte in fatto di appartamenti newyorkesi si sono dimostrate non propriamente felici, ma quest’anno ho battuto me stessa. 

A mia difesa devo rilevare che gli appartamenti scelti si sono rivelati di una fotogenia eccezionale. Per dire, andate a vedere le foto dell’AKA di Time Square, dove siamo stati lo scorso anno per dieci, lunghissimi, giorni: non vi sembra delizioso, ampio, pieno di luce? Pensate come ci sono rimasta quando la prima mattina, al risveglio, ho aperto le veneziane ed ho visto questo:

topaia

Ho pensato “ci saranno delle ante da aprire” ma il vetro era sigillato e non c’erano ante, c’era solo il muro del palazzo di fronte attaccato alla finestra: nessuna possibilità che la luce filtrasse. Le “aderenze” sono molto frequenti a NYC, dove i palazzi formano spesso facciate ininterrotte, distinguibili solo dal cambio di colore o dello stile.

Quest’anno, quindi, ormai esperta, ho controllato attentamente gli affacci e Artemisia (guardatela su Airbnb) mi sembrava perfetta: appartamento in un palazzo di 8 piani, costruzione recente, due stanze, due bagni, balconcino. Già mi vedevo seduta fuori, in un bel pomeriggio di fine aprile, a guardare il tramonto, fumando un sigaro.

Se siete andati a vedere sul sito, avrete visto un appartamento grande e luminoso, ordinato e pulito: potreste, da quelle foto, mai immaginare che si tratti della mia topaia, un posto intriso di sporcizia e fatiscente?

Tanto per cominciare, ammirate l’interno dei pensili della cucina, quelli che non erano rotti, era il design:

Chiaramente, tutte le cose che vedete all’interno non sono mie: erano già lì, abbandonate chissà da chi. Va da se che il corredo di piatti, bicchieri e pentole fosse all’altezza del luogo: non avevo mai visto una padella antiaderente ridotta in condizioni tanto pietose. Ho avuto pena di me e di chi sarebbe venuto dopo di me e la ho buttata.

Ma il pezzo forte erano gli armadi:

Non esageravo quando ho scritto che c’era di tutto, vero?  

“La testa!” mi ha scritto mia cugina Flavia quando le ho girato le foto.

“Quale testa?” le ho chiesto.

“Quella in alto, la testa!” mi ha risposto, evidenziando la testa che fa capolino tra gli scatoloni, “Probabilmente prima di voi c’era un invalido con la parrucca”, ha pensato.

E chi lo sa, tutto è possibile, in una città dove tutto è possibile.

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