La mutazione genetica del PD

La notizia è fresca di stampa. I fatti devono ancora essere accertati, ma su un funzionario del comune di Empoli pende l’accusa di falso in atto pubblico per la concessione di certificati di residenza e codici fiscali fasulli a stranieri in cambio di un voto alle primarie del PD.

E’ solo l’ultimo fatto acclarato che si aggiunge alla lunga lista di sospetti, indagini, candidati impresentabili alle regionali e getta un’ombra sinistra sul partito che, alle ultime elezioni europee, ha conquistato un consenso larghissimo, superando il quaranta percento.

Di brogli alle primarie del Partito Democratico non è la prima volta che si palra nella storia recente. A gennaio 2015, Antonio Polito scriveva un articolo sul Corriere della Sera dal titolo “Brogli e sospetti affondano le primarie del PD”, riferendosi a quelle liguri e ai ricorsi presentati da Cofferati, in lizza per la presidenza della regione. Sospetti di maneggi sono stati sollevati anche per le primarie calabresi e campane. Ma la questione, come ben noto, non è unicamente limitata alla scelta dei candidati alle elezioni. C’è molto di più. Ci sono indagati per mafia capitale, con l’autosospensione di due noti esponenti del partito, ci sono indagini in corso sulle spese pazze in Liguria, c’è la vicenda Sea Park, ci sono rapporti poco chiari tra politici e imprenditori borderline in Campania per fatti concernenti la gestione dei rifiuti.

Intanto, all’interno del partito, saldamente in mano a Renzi e al suo giglio magico, crescono i mal di pancia tra i rappresentanti di una variegata minoranza ormai emarginata. Nel contempo, calano gli iscritti al partito. In altri termini, il tesseramento sta crollando.

Il Partito Democratico sembra cambiare pelle. Se si guarda alle analisi dei flussi elettorali, si ha ragione di credere che gli elettori transfughi del centro destra vi si stiano riversando in massa. Molti ex elettori, al contrario, se ne vanno verso altri lidi o, forse meglio, entrano a far parte del crescente numero di astenuti che, di fatto, costituiscono il primo partito italiano.

La questione su cui riflettere, tuttavia, è un’altra. Mettendo insieme tutti i fatti controversi che la cronaca politica e giudiziaria ci ha presentato e continua a presentarci, sembra evincersi che si sia allentato il controllo sul territorio, su quelle periferie che oggi sembrano così lontane dai palazzi del potere istuzionale e dalla direzione del partito. E’ un copione già visto in passato e sempre in prossimità del massimo splendore raggiunto dai partiti ai quali, prima del PD, è stato affidato lo scettro del comando da un’ampia fascia di elettorato. E’ un classico: gli affaristi senza scrupoli si interessano a chi ha in mano il potere, non a chi ne resta ai margini, questo è un fatto ben noto. Nel contempo, gli affaristi di cui sopra sono in grado di muovere voti nella direzione giusta, quella, in altri termini, in grado di fornire loro solide garanzie sul futuro dei loro business.

Sui social, chi non appoggia questo governo, pungolato di continuo dalle vicende di corruzione, malagestione e legami equivoci, sembra propenso a credere che la direzione del partito abbia una qualche responsabilità diretta in questo desolante scenario. No, sicuramente non è così. Tuttavia, a questo riguardo alcune importanti osservazioni devono essere fatte.

In primo luogo va osservato come di fronte a fatti, anche gravi, o polemiche sulla presentabilità di certi candidati si abbiano risposte deboli e generiche da parte dei maggiorenti del partito. Si tratta di generiche prese di posizione, il minimo sindacale imposto dal protocollo, che, tuttavia, mai si concretizza in atti radicali ed efficaci. Pensare che la direzione non abbia, attraverso i tanti canali di comunicazione a disposizione, conoscenza di quanto avviene sul territorio sarebbe francamente un po’ ingenuo. In secondo luogo, va osservato come la presenza di alcuni candidati, integerrimi per carità, ma che con la storia e gli ideali del PD non c’entrano nulla sembra rafforzare l’idea che prima vengano i voti, il controllo del territorio, poi la questione morale. Il sospetto è che ci si giri dall’altra parte di fronte a certi legami e connivenze, un po’ come accaduto durante l’epopea berlusconiana e, prima ancora, quando a dominare sono stati i democristiani prima e i socialisti poi.

Non sarà un caso che quando si parla di certi personaggi di piccoli o grandi partiti si usi, con riguardo al loro territorio di riferimento, il termine feudo. Sì perché la politica in Italia non è d’opinione. E’ fondata sul feudalesimo e il feudalesimo, come ben noto, era scambio tra potere produttivo dei contadini e quello militare dei feudatari. Col passaggio alla seconda repubblica ci si era illusi di spazzare via questo modo di fare politica. Oggi molti sono inebriati dall’illusione di transitare a una terza repubblica più equa ed efficiente. Tuttavia, non dobbiamo mai dimenticare che questo è il paese del Gattopardo, dove tutto sembra cambiare senza che nulla muti nella sostanza.

di Joe Di Baggio

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