
L’estate che si è appena conclusa è stata una delle più torride del dopoguerra, con effetti significativi sulla produzione agricola, e non sarà un episodio vista la combinazione tra fenomeni naturali e cambiamento climatico generato dall’uomo.
Contestualmente la congiuntura internazionale, con i conflitti in atto, sta facendo lievitare il prezzo dei combustibili fossili con ricadute sui trasporti e sulla produzione agroalimentare.
Se in termini macroeconomici forse non si può parlare di recessione è indubbio che per molte famiglie italiane «c’è troppo mese alla fine dello stipendio».
Il risultato, che si percepisce girando semplicemente tra le corsie di un qualsiasi supermercato, è un netto ridimensionamento qualitativo della spesa alimentare.
Una situazione che, con le dovute proporzioni, riporta alla metà degli anni ’30, l’ultimo periodo, al netto delle nefaste conseguenze del secondo conflitto mondiale, in cui il Paese ha dovuto affrontare una crisi alimentare.
La «cucina autarchica», la «cucina della resistenza» e le ricette di Petronilla
Alla metà degli anni ’30 l’allora Società delle Nazioni, a seguito dell’attacco italiano all’Etiopia, deliberò una forma di embargo verso l’Italia fascista bloccando l’importazione anche di alcuni generi di prima necessità e per il regime fu l’occasione per inaugurare la cosiddetta «autarchia».
Il peso maggiore ricadde sulle «donne di famiglia» relegate, secondo lo stereotipo di «madre e moglie esemplare», ad un ruolo servile verso il marito ed i figli.
Proliferò allora un un particolare tipo di editoria culinaria che ebbe per protagoniste Elisabetta Randi, con la sua «Cucina autarchica», Emilia Zamara, con «La cucina della resistenza», e soprattutto Petronilla, pseudonimo di Amalia Moretti Foggia, che dalle colonne de «La Domenica del Corriere» dispensò consigli e ricette poi raccolti in volume da Sonzogno.
Non cucina popolare in senso stretto, visto che Elisabetta Randi insegnava alla Facoltà di Magistero di Firenze e Amalia Moretti Foggia era una delle primissime pediatre italiane, e neppure cucina di regime: Amalia Moretti Foggia era amica intima della socialista Anna Kulishoff, medico anche lei, seppure non mancavano qua e là i riferimenti, soprattutto della Zamara, al sostegno allo sforzo nazionale contro le «inique sanzioni» della Società delle Nazioni.
Piuttosto un esercizio di creatività, recentemente rivalutato, ed un’anticipazione della «cucina circolare» antispreco con ricette in cui i legumi erano protagonisti e si utilizzavano anche i baccelli dei piselli.
Va detto però, a scanso di equivoci, che anche se alcune ricette di quel periodo sono interessanti, una cucina tutta vocata al risparmio come quella di allora oggi non è realisticamente proponibile.
Per ragioni di tempo, innanzitutto, visto che fortunatamente il ruolo della donna è profondamente cambiato e non è più compatibile con le lunghissime sessioni culinarie degli anni ’30.
Se poi si volesse riprendere quell’esperienza ci si troverebbe al cospetto di un contesto commerciale profondamente mutato.
Allo stato, infatti, la rete commerciale alimentare, almeno nelle grandi città, si può suddividere, con inevitabili semplificazioni, in due categorie: le Botteghe d’eccellenza, a cui assimilare quelle di prodotti biologici, e la Grande Distribuzione a sua volta articolata per fasce di spesa (dai discount ai supermercati di fascia alta) la quale, per sua stessa natura, antepone il richiamo del prezzo, spesso delle offerte speciali di breve durata, a quello della qualità del prodotto e della sua provenienza.
Più di ogni altra cosa, comunque, fa aggio la disabitudine dei consumatori ad ampliare la scelta oltre il consueto e ritorna in mente la documentaristica Rai degli anni del boom con il trionfo della «fettina» (preferibilmente di vitella) come simbolo di benessere raggiunto ed emancipazione dalla schiavitù delle lunghe cotture.
L’involontario ritorno del «classismo alimentare»
L’Italia del boom poteva permettersi di sorridere guardando «Capannelle» (il bravissimo Carlo Pisacane) spendere una parte considerevole del bottino per ingozzarsi all’inverosimile in un ristorante, fino a farsi venire un «infarto de panza», nel film «Audace colpo dei soliti ignoti» (1959).
Allora sembrava che l’Italia fosse destinata ad un livellamento alimentare verso l’alto con i prodotti più pregiati alla portata di tutti o quasi.
Oggi persino l’olio extravergine d’oliva di qualità rischia di diventare un bene di lusso.
Spendere «il giusto»
Parafrasando Pollan, il consumatore medio è alle prese col «dilemma della qualità» perché fatica obiettivamente a comprendere, al di là della narrazione dei media, come sia possibile trovare un qualsiasi alimento ad un prezzo sino a quattro volte maggiore rispetto a quello minimo dovendosi presumere che l’alimento più caro valga almeno quattro volte quello più a buon mercato.
Il che, nella maggior parte dei casi, è assai difficile da percepire.
In attesa dell’evolversi della congiuntura la risposta prevalente è scegliere il prodotto meno caro per la spesa quotidiana e se possibile regalarsi una «botta di vita» ogni tanto sapendo perfettamente che ogni alimento ha le sue eccellenze conclamate e che alcuni prezzi risentono degli effetti della filiera
Si è invece meno propensi a cambiare il menù: il coscio di pollo disossato invece del petto, la verza ed il cavolo cappuccio invece delle zucchine romanesche e dei fagiolini, il pesce azzurro invece della spigola, le costine di maiale invece delle costate, i lupini di mare invece delle vongole veraci e via discorrendo.
Eppure la nostra tradizione culinaria, da questo punto di vista, è ricchissima.
Urge, probabilmente, un ripasso dei vecchi ricettari di famiglia.
Immagine creata con A.I.

