
Ogni anno, la quarta Domenica di Avvento è sempre avvolta di particolare fascino, sia per l’imminenza del S. Natale, sia perché il Vangelo odierno ci fa meditare la pagina più bella e più misteriosa di tutta la Sacra Scrittura.
In questa pagina (Lc1, 26-38), che la tradizione attribuisce alla redazione dell’evangelista Luca, è contenuta la mirabile sintesi della storia d’amore tra Dio e l’uomo, progetto pensato dal Signore, attuato ed amato sin dal momento della creazione. La narrazione, dunque, ci porta a Nazareth, in una borgata della Galilea, ritenuta da tutti una terra barbara, abitata perlopiù da gente analfabeta, rozza e per sua natura bellicosa, che viveva anche in grotte allo stato primitivo. Al centro della nostra scena non c’è un imperatore, non c’è un re o un sommo sacerdote ma una umile donna, ritenuta ultima nella scala sociale.
E ciò lo rivela il fatto che all’epoca la nascita di una femmina era una disgrazia mandata da Dio per alcuni peccati commessi e la neonata, ritenuta come un peso per la società, si poteva anche eliminare uccidendola, a volte anche in maniera cruenta. Ma Dio, che non pensa come gli uomini, fa scaturire la salvezza per l’intero universo proprio da una donna, da Maria, resa Immacolata, Vergine prima-durante-dopo il parto, Madre di Dio ed Assunta in cielo in anima e corpo. A questa bellissima creatura di Nazareth, Dio invia il suo Angelo Gabriele. “Ti saluto, Maria” sono le prime parole dell’angelo, termini che con una traduzione più appropriata, ricavata dal greco, sarebbero: “gioisci, Maria, rallegrati”. Il saluto dell’angelo, quindi, viene rivolto a Maria non in lingua ebraica (l’angelo avrebbe potuto salutarla con ‘shalom’, pace a te!) ma in lingua greca (kaire). Un particolare questo, che non può passare inosservato perché quando i greci, più tardi si affacceranno alla fede cristiana grazie alla predicazione degli Apostoli, costoro capiranno che, come gli ebrei, anche loro fanno parte del popolo di Dio e che, quindi, il saluto dell’angelo rivolto a Maria in lingua greca, inaugura la salvezza non solo per gli ebrei ma per tutti i popoli.
La nascita di Gesù, quindi, ha un valore salvifico universale. Ma c’è un altro particolare: lo stesso saluto ci indica il filo rosso che Dio utilizza in ogni pagina della Bibbia per collegare, in maniera inscindibile, l’antico e il nuovo Testamento. Infatti, le stesse parole che l’Angelo rivolge a Maria sono riportate anche nel libro del Profeta Sofonia. Il Signore, attraverso la bocca del profeta, si rivolge ad Israele dicendo: “Rallegrati, figlia di Sion; il Signore è con te e prende in te la sua dimora” (Sof 3, 14-17).
Sappiamo che Maria conosceva bene le Sacre Scritture, il suo Magnificat ne è una prova certa. Maria capisce bene, quindi, che è lei la “figlia di Sion” e che in lei il Signore vuole costruire la sua dimora, un’abitazione però, non fatta di pietre o di mattoni ma una casa di carne. Fatte queste prime riflessioni, possiamo affermare che la prima parola del Nuovo Testamento è per noi un chiaro invito di Dio a gioire: “gioisci, rallegrati!”. Il Nuovo Testamento è davvero “Vangelo”, una “buona notizia” che ci porta tanta gioia se consideriamo il fatto che con la nascita di Gesù Dio non è lontano da noi, non è uno sconosciuto. Egli è vicino a noi, così tanto da farsi anche bambino. Questa è la grande gioia che il cristianesimo si sforza di annunciare, in mezzo a tante tempeste. E noi che siamo credenti, perchè non riusciamo più a sorprenderci dinanzi ad una notizia così singolare, perché non avvertiamo più una tale gioia liberatrice? Guardiamo per un attimo alla nostra epoca: Dio è assente, non c’è posto per Dio, dobbiamo constatare che il nostro mondo, purtroppo, è dominato da tante paure e da tante incertezze che sovente si esprimono in domande come “è bene essere uomo o no? è bene vivere o no? è realmente un bene esistere? o forse è tutto negativo?” E si vive in realtà in un mondo oscuro, bisognoso di continue anestesie per non avvertire sofferenza, quasi che vivere ormai è diventato un fardello insopportabile. Carissimi, per guarire c’è bisogno di un grande atto di fede, accogliendo, accettando e comprendendo, sempre più in profondità, questa parola liberatrice: “gioisci, e non temere”. La gioia che uno ha ricevuto non può tenersela soltanto per sé; la gioia va sempre condivisa, non può rimanere inespressa. Un esempio ci viene ancora da Maria che vuol condividere la gioia della sua maternità e va “subito” da Elisabetta, sua parente. Questo, tra i tanti, credo sia l’impegno più bello da portare avanti non solo nel periodo di Avvento: recare la gioia in maniera molto semplice a chi abbiamo a fianco, attraverso il dono di un sorriso, di un piccolo aiuto, attraverso l’espressione sincera del perdono. Portiamo questa gioia ma soprattutto quella di aver conosciuto l’amore di Dio attraverso Gesù e di trovarla ancora nel compiere sempre la volontà del Signore, proprio come ha fatto Maria: “Eccomi, sono la Serva del Signore, si compia in me la tua parola”. Diciamo anche noi questo “sì”. Umanamente a volte, appare davvero difficile perché troppo desiderosi di far prevalere la nostra volontà. In questi casi, la tentazione più grande è quella di considerare la volontà di Dio come un peso insopportabile, un giogo che non è possibile portare. Ma non è assolutamente un peso la presenza di Dio nella nostra vita. “En la sua voluntade è nostra pace” – scriveva il sommo Poeta Dante nel suo Paradiso. Nella volontà del Signore poniamo le nostre gioie, certi che questa volontà è il vero bene. Preghiamo Maria, la Madre della Chiesa, perché ci dia il coraggio di pronunciare i nostri “sì” a Dio e ci dia anche la gioia di stare con Lui, certi di andare spediti incontro al Figlio che viene. Amen!
Frà Frisina

