
Un tempo erano le cicatrici delle ginocchia sbucciate, oggi sono i tatuaggi sul corpo. Dai pedalò alle moto d’acqua, l’estate cambia volto: osserviamo il tramonto di un’epoca e l’alba di un’altra.
L’estate dei boomers: sabbia, sudore e “socialità analogica”
C’è stato un tempo glorioso in cui “l’estate analogica”, quella degli anni Ottanta, non era ancora un contenuto da postare ma un’esperienza sensoriale totale, un’arena per corpi imperfetti e sensi in allerta.
Si andava in spiaggia armati di un telo liso, un costume con l’elastico sconfitto dal tempo e ai piedi i leggendari “Pescura” del dottor Scholl. L’abbronzatura si otteneva con la birra, oppure con un velo generoso di Nivea blu: non per imprudenza, ma per ignoranza, i danni del sole non erano ancora noti. Nello zaino: pizza e mortadella, sabbia inclusa. E il sale che grattava le ginocchia era parte dell’accordo.
In quegli anni si sudava senza ritegno, l’uso del deodorante era ancora sporadico, si puzzava con dignità, si entrava in acqua tre ore dopo la parmigiana e guai a sgarrare, per poi uscirne con le mani avvizzite e le labbra viola.
La nostra era una gioia piena, collettiva, carnale. Un senso di allegria vissuta e condivisa.
La spiaggia era una piccola piazza, dove si imparava l’arte del corteggiamento goffo, la geografia delle famiglie rumorose, la diplomazia tra tribù rivali sotto lo stesso ombrellone.
Si giocava a racchettoni fino alla slogatura del gomito, si costruivano castelli di sabbia degni di assalti medievali, si disputavano partite di calcio con porte fatte di infradito e si sfidava il mare a colpi di pedalò. Al primo accenno di nuvola, sepolto tra moscerini e sabbia, emergeva dallo zainetto Invicta il mitico Risiko. In alternativa, si convergeva al bar per il torneo di calcio balilla: niente premi, solo onore o al massimo qualche spicciolo per il gelato.
E poi c’era il jukebox del lido, altare profano su cui si consumavano vere guerre civili per l’ultima monetina da destinare a “Boys Boys Boys” o “Vamos a la playa”, oggi sostituite dal dramma collettivo del caricabatterie scarico.
E la sera, tutti a scorrazzare su Vespe e motorini: il Ciao, il Sì o il Califfone truccato, facendo “vasche” sul viale in cerca di rimorchi “a puntate”.
Sì, perché si adocchiava una preda, la si appuntava nella memoria, e poi si aspettava l’evoluzione, giorno dopo giorno, tra sguardi rubati, commenti degli amici (“ti ha guardato!”) e strategie da fiction estiva in tempo reale. Niente intermediazioni delle app d’incontro.
L’estate era un passaggio, una soglia iniziatica. E al rientro alla vita di sempre, il liceo, la città, le abitudini, non si era più gli stessi: si tornava abbronzatissimi, con qualche sbucciatura sul ginocchio, una cotta improbabile o un’amicizia nata per caso, destinata forse a dissolversi con l’arrivo di settembre, ma abbastanza intensa da sembrare eterna per tutta l’estate.
Ma come è cambiata la concezione del corpo?
All’epoca non si stava troppo attenti alla forma fisica, perché i corpi erano liberi prima ancora di essere consapevoli.
I fondoschiena erano bianchi, le ascelle pelose, le pance naturali. Eppure nessuno sembrava scandalizzarsi. Il corpo era un mezzo per giocare, nuotare e amoreggiare dietro le cabine. Non un prodotto da vendere.
E oggi? L’estate come palco individuale
L’estate contemporanea ha smarrito l’imprevisto e il rito: è diventata il periodo dell’anno dove bisogna soprattutto esibire il proprio corpo, una procedura fatta di pose e di filtri, in cui il tempo non trasforma, ma archivia.
Si arriva in spiaggia con un vero e proprio piano editoriale: costume in tinta con la borsa, occhiali da sole griffati, depilazioni chirurgiche e smartphone sempre pronto a immortalare ogni “contenuto utile”, magari anche un annegamento, purché in posa, condivisibile.
Si occupa poi la scena balneare in modalità bio-certificata: ci si spalma con crema SPF 50+, si conteggiano i passi con l’App, si beve detox sotto l’ombrellone mentre si resta saldamente connessi in 5G, come se il mare fosse solo uno sfondo e non più un orizzonte. Nessuno propone una partita a carte, nessuno intona canzoni popolari con voce stonata. Nessuno canta Battisti con la chitarra mezza scordata: si opta soprattutto per un aperitivo al bar alla moda o per una cena particolare, rigorosamente su prenotazione app. I falò sono estinti come i riti antichi.
Ogni gesto è calibrato per l’occhio digitale: si va al mare per apparire, più che per abbandonarsi.
E i bambini? Non costruiscono più castelli di sabbia: li filmano. Niente urla, per non disturbare i vicini di ombrellone, niente ragazzi che si rincorrono per fare i gavettoni. Niente pallone.
Così, nel silenzio perduto dell’estate, l’unico rumore che irrompe, quasi grottescamente, è quello delle sessioni di acquagym, condotte da voci microfonate che perforano l’aria del mattino con un entusiasmo acustico privo di redenzione.
Un’onda sonora monotona, ritmata e assordante, come se il mare non meritasse più il rispetto del silenzio, ma fosse solo la palestra idrica di corpi obbedienti.
La nuova concezione del corpo
Quanto al corpo, ha cambiato forma e funzione. Da naturale e vissuto, è diventato un’interfaccia da esibire, un oggetto levigato per lo sguardo altrui, un manifesto estetico da performance balneare.
Negli anni Ottanta, i peli erano una “geografia domestica”, tollerata e mai cartografata. Oggi, sono un sacrilegio: ascelle, gambe, petti e inguini appaiono levigati come statue neoclassiche. Gli addominali, scolpiti come fregi dorici, sono il nuovo lasciapassare sociale. Guai alla panza, ormai bollata come reperto arcaico della carne felice, traccia inammissibile di un’esistenza non performativa.
I tatuaggi, che un tempo indicavano galeotti e marinai, invadono la superficie del corpo con date, frasi, serpenti, rose, gechi, nomi, simboli ermetici, incisi con la serietà di un testamento.
La pelle non è più semplice rivestimento naturale del corpo stesso: è narrazione, curriculum, identità epidermica da esibire. Tutti al mare, tutti a mostrar… non più emozioni, ma pelle parlante.
L’antropologia dell’estate: dal rito collettivo alla performance personale
A dire il vero, il cambiamento è relazionale. Laddove una volta ci si parlava senza imbarazzo, oggi si sta ognuno nel proprio rettangolo di sabbia, con lo sguardo affondato nello schermo.
Il mare è diventato uno sfondo muto per contenuti virali, non più una presenza da ascoltare. E i giochi di gruppo sono stati sostituiti da challenge su TikTok, spesso mimetizzati in movimenti solitari e ripetitivi. La spiaggia è diventata una vetrina digitale animata da comparse.
Forse l’estate di oggi non è peggiore, ma solo più narcisistica e frammentata. Ma una parte di noi, quella con la sabbia nelle mutande e il Cornetto Algida in mano, continua a cercare il falò, la chitarra stonata, le chiacchiere senza scopo, l’umanità non filtrata.
E allora, a tutti coloro che al mare ci vanno ancora per insabbiarsi, per ridere e non per postare, diciamo: “Tutti al mare, tutti al mare… a mostrar spontaneità, se ci riesce.”
[…] Tutti al mare, tutti al mare… a mostrar tatuaggi e solitudine digitale […]
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