
Se mettessimo l’Italia dell’Unità accanto a quella dei nostri giorni, il confronto assumerebbe contorni quasi irreali, perché le ambizioni del Risorgimento sovrastano senza fatica il nostro presente politico. Da questa vicinanza nascerebbe l’immagine di un Paese che ha gradualmente perduto spessore: la memoria storica si è assottigliata, la qualità del potere si è indebolita e persino la lingua della politica si è consumata fino a diventare una superficie troppo fragile per sostenere ciò che un tempo dava coesione alla nazione.
L’Italia e il filo narrativo che si allenta
Guardando l’Italia di oggi sorprende la facilità con cui il Paese smarrisce il filo delle proprie storie. Non è solo una distrazione: cede la struttura interna, proprio nei punti in cui servirebbe continuità. Quando lo sguardo torna all’Ottocento, alle figure che prepararono l’Unità, affiora un contrasto netto, perché quella lucidità mentale sembra quasi fuori luogo rispetto al presente.
E non appena si prova a mettere realmente in relazione quel secolo con ciò che viviamo, riemerge tutto ciò che avremmo preferito lasciare sullo sfondo. Seguendo questo movimento, lo sguardo torna con naturalezza al Piemonte politico che immaginò l’Italia futura.
Cavour, Rattazzi e la politica come architettura del possibile
In quel Piemonte, Cavour lavorava con un metodo accurato, consolidando ogni equilibrio prima di spingersi oltre. Schivava i gesti improvvisi e privilegiava un ritmo paziente, fatto di aggiustamenti che, sommati, finivano per delineare una direzione. Pensava a un’Italia capace di oltrepassare la storica “frammentazione dei campanili” e di contare su ferrovie moderne, porti adeguati e un’amministrazione che non rimanesse impigliata nella propria discontinuità.
In quello stesso scenario si muoveva Rattazzi, più sinuoso e meno regolare, ma pienamente consapevole dell’importanza del momento. Le loro intese e i loro contrasti alimentavano un linguaggio politico attraversato anche da tensioni forti, senza però abbandonare l’idea comune che l’Italia fosse un cantiere incompiuto, più che un patrimonio già definito.
E quando si tenta di accostare quell’immagine alla scena politica attuale, emerge subito una sensazione di smarrimento. Salvini considera il ponte sullo Stretto come un riferimento che riappare e scompare secondo l’occasione, mentre in un contesto cavuriano un’opera simile avrebbe richiesto un lavoro di carte, verifiche e ostacoli di ben altro livello. Da qui nasce il sorriso immaginando Garibaldi che, grazie al ponte, sarebbe arrivato in Sicilia senza attendere il traghetto, pur sapendo che si tratta solo di un gioco mentale.
Procedendo lungo questa linea compaiono altre figure della politica odierna: Meloni, che costruisce la propria forza alternando pathos, vittimismo e richiami identitari; Tajani, che ricorda un Rattazzi più quieto, custode più che innovatore; Fratoianni, impegnato a difendere un’etica pubblica spinta sempre più ai margini; e La Russa, che appare ancorato a una nostalgia poco utile al presente. Ne deriva un quadro vivace ma privo di un orientamento comune. Ed è in questo vuoto che torna alla mente la figura di Garibaldi.
Garibaldi e il vuoto lasciato dai condottieri
Garibaldi obbliga a confrontarsi con un modo di fare politica che univa corpo, vita e rischio. Si esponeva in prima persona e trasformava ogni scelta in un punto di non ritorno.
Osservando l’oggi, quell’intensità sembra essersi dissolta. Le personalità forti non mancano, ma nessuno appare disposto a trasformare la propria esistenza in un attraversamento che non garantisca ritorni immediati. L’Italia attuale tende a preservare ciò che possiede, mentre quella garibaldina inseguiva ciò che ancora non c’era. Da questa distanza prende avvio il passaggio verso Mazzini.
Mazzini e l’etica civile relegata ai margini
Per il fondatore della Giovine Italia, la politica era un esercizio morale quotidiano, un percorso che richiedeva disciplina interiore e responsabilità condivisa. La Patria non era un ornamento da agitare, ma un compito da assumere. Libertà e responsabilità avanzavano insieme.
Nell’Italia contemporanea un simile atteggiamento verrebbe subito confinato al folclore. L’idea di patria come dovere comune è stata sostituita da identità mobili, pronte a cambiare direzione secondo le convenienze. In questo clima il coro del “chi non salta comunista è” diventa una fotografia impietosa della caduta di livello: nessuno, nell’Ottocento, sarebbe sceso a una simile trivialità. E da questo scivolamento nasce una perdita più sottile, quella della capacità del potere di produrre complessità. Per comprenderla davvero basta accostarsi alla figura successiva.
La Contessa di Castiglione e la fine delle zone grigie
Quando Cavour coinvolse la Contessa di Castiglione nei suoi disegni diplomatici, seguì un calcolo preciso. La corte di Napoleone III non poteva essere affrontata soltanto con documenti e negoziati ufficiali: serviva un linguaggio più sottile, capace di muoversi in spazi riservati.
La spregiudicatezza, in quel caso, era uno strumento politico essenziale. Senza quei corridoi informali molti passaggi decisivi per l’Unità sarebbero rimasti bloccati.
Se ci si sposta sul presente, il confronto risulta desolante. Gli inciuci attuali non aprono alcun varco, non incidono sulle decisioni, non rivelano alcuna struttura del potere. Sopravvivono appena il tempo di essere commentati e poi svaniscono. È come se la politica avesse dimenticato come si generano quelle zone d’ombra che un tempo permettevano di leggere ciò che accadeva dietro le quinte. Ed è proprio da questa povertà interpretativa che prende forma l’ultimo quadro.
Il gesto del saltare e il crollo che racconta il Paese
Nel Risorgimento dissentire poteva costare l’arresto, l’esilio o la vita; oggi di tutto questo resta soltanto un’eco lontana. Partecipazione minima, diplomazia sfinita, ideali deboli: su questo sfondo l’invito della Meloni a “zompettare” al ritmo di “chi non salta comunista è”, trasformato in prova fisica di appartenenza, dice molto su come si sia trasformato il discorso pubblico. La politica ora chiede ai corpi ciò che un tempo chiedeva al pensiero.
Ed è difficile immaginare Cavour, Garibaldi o Mazzini ridurre un confronto politico a una scena simile. Da qui nasce la distanza tra un’Italia che tentava di crescere e un’Italia che oggi fatica perfino a riconoscersi.
In questo clima, la metafora arriva quasi da sola. Durante un ricevimento al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, l’assessore sardo Emanuele Cani (non si rammarichi per l’accostamento) è inciampato sulle scale del Palazzo Piacentini, sfondando la Carta del Lavoro di Sironi. L’immagine è potente: un rappresentante istituzionale che cade, una vetrata simbolica che si frantuma, un’opera dedicata al lavoro italiano che si spezza insieme al corpo che la attraversa.
Quella scena, così improvvisa e quasi assurda, restituisce con crudele precisione lo stato del Paese: un equilibrio che cede mentre lo si crede stabile e una struttura simbolica che non riesce più a sostenere il peso di chi dovrebbe custodirla.
Illustrazione generata con ia
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