è che da quassù, il suolo appare diverso. pare.
e pare, le gambe, quando sono senza di te. fisse, sul fermo. un chi va là che non si sposta, e saltello dal mio posto, lì, in pizzo al labbro di chi ha già deciso.
invece dispare, le mani, quando in mezzo ci stringo le tue, e lascio gli occhi a succhiare l’adrenalina da quella fottuta speranza, che non mi molla l’anima, e per andare più in su la sputo con violenza, dentro a quei baci che non ho mai dato. per pudore. per paura. ma che ti dò, nel petto.
ed è lì, che la paura affoga il suo coraggio, ma solo qui sotto, sotto queste nuvole. un guizzo di nebbia prende le redini, e lo fa a sera, quando ti vedo scendere. t’accompagno, ma non chiudo. non chiudo mai, anche se so. e quel che so mi permette di lasciare fessure, che hanno il loro spessore. sono così.
sono così, quassù.
sono come le nuvole. sospesa all’attesa. e mi lascio andare, mandando al diavolo la cultura. e prendo quel vento che m’arriva. e penso. e penso che da un momento all’altro sarò da un’altra parte. ma resterò lassù, con la mia ignoranza, ciondolando le dita, mentre saluto. magari me le leccherò pure.
lecco la vita, come fosse un francobollo.
è che le sue esigenze, mi spediscono là, sopra.
e sopra la lingua ci porto una punta d’incoscienza, per darmi forza, ma non sempre ci riesco, e nemmeno a dire.
dire quella parola, è difficile, se di là nessuno ci crede. vorrei saperla dare, così ci nasconderei dietro la vergogna, la vergogna di viverla.
ma tu mi tani, e stani le possibilità come se nulla fosse vero, nemmeno la vita, questa vita che non mi permette nemmeno di morire, per dimostrare.
per dimostrare che di quella parola si può, sì, sì che si può, anche togliere le scale. e mi emoziono, mentre da lassù lucido.
e l’emozione prende la mia mano, e dipinge la strada di possibile. e tutto diviene. e vedo oltre, mentre altro è già pronto da immaginare.
vorrei non essere, ma restare così, come una nota da scoprire, ma tutto t’è già stato detto, e nel mentre, penso che la più bella parola è quella che suona nel silenzio. e così, m’ingoiano i sentimenti, e mi portano lassù.
ma se sfioro il suolo, sento dei pensieri che vogliono convincermi, ma io non cresco, e non farò mai l’abitudine all’abitudine. e così, quando le palpebre scivolano per inumidire i ricordi, tutto si rinnova.
e il piede disegna sempre il primo passo.
quando scende dal letto, prende le sue scosse.
e allora cambia strada, per non sentirsi solo, e ascolta.
ascolta il parto, delle nuvole, libero…
di simonetta bumbi
foto: stefano cracco


