Il risveglio dal sogno americano

il risveglio

Il 4 giugno del 1944 le avanguardie della 5ª Armata entravano a Roma nell’entusiasmo popolare ed il giorno successivo il Generale Clark che la comandava poté sfilare tra ali di folla in delirio che acclamavano i Liberatori americani dimenticando i pesanti bombardamenti alleati che avevano colpito, con oltre 10 mila vittime, la Citta Eterna la quale da quel giorno divenne di fatto la culla del sogno americano in Italia.

I precedenti della migrazione italiana negli Stati Uniti

Se è vero che gli Stati Uniti furono oggetto di una consistente emigrazione italiana che coinvolse circa 4 milioni di persone, l’esperienza dei nostri connazionali negli States non può esattamente definirsi felice.

Trattati come appestati nelle rigorose selezioni di Ellis Island nella baia di New York in cui venivano scaricati dopo il lungo viaggio oceanico, oggetto di discriminazione razziale per le loro povere origini ed il colore olivastro della loro pelle di quel periodo restano soprattutto le amare parole di Libero Bovio in «Lacreme napulitane»: «I’, ch’aggio perzo Patria, casa e onore, i’ so’ carne ‘e maciello, so’ emigrante».

Dalla Hollywood sul Tevere al Rock’n’Roll

Eretti alla fine degli anni ’30 dopo l’incendio che aveva distrutto gli stabilimenti Cines di San Giovanni, gli stabilimenti cinematografici di Cinecittà sulla Tuscolana furono, per la loro epoca, un’opera imponente, ma nel secondo dopoguerra, dopo aver ospitato le produzioni di quel genere cinematografico leggero detto «dei telefoni bianchi», sprofondarono in una crisi profonda.

A risollevarne le sorti furono le Major statunitensi attirate dai bassi costi di produzione e tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’60, Cinecittà si trasformò in una specie di Hollywood sul Tevere con la produzione, grazie anche al sostegno del governo italiano, di veri e propri Colossal: su tutti Quo vadis, Ben Hur, e Cleopatra, che coinvolsero i maggiori divi ameriani dell’epoca.

Grazie al massiccio impiego di comparse locali, i romani entrarono in confidenza con il volto scintillante della società americana, fatto di divi, lusso, eccessi.

Parallelamente, con la fine delle restrizioni fasciste, i nostri cinema, la principale forma d’intrattenimento popolare dell’epoca, furono sommersi dalle produzioni d’oltreoceano con contenuti che spaziavano dal genere western alla commedia americana.

Gli Stati Uniti, dimenticato il periodo buio delle migrazioni, divennero improvvisamente la terra delle opportunità e questo impatto fu tanto maggiore quanto minore era la reale frequentazione con quel vasto Paese visto che i media, dopo il cinema la televisione ed i fumetti con il dominio quasi assoluto della Disney e la saga di Tex Willer, ne fornivano costantemente una versione edulcorata talmente «reale» che la maggior parte delle persone credette di conoscere gli Stati Uniti pur non avendovi mai messo piede.

Dove non arrivarono le immagini arrivò la musica ed è da sottolineare che il mito americano non ha risparmiato neppure la canzone d’autore: da Guccini a Gianna Nannini passando per Dalla, Bennato e De Gregori mentre i generi musicali tipicamente statunitensi, dal Jazz allo Swing sino al Rock’n’Roll, diventavano rapidamente dominanti e le «cover», i brani statunitensi tradotti e riadattati dai nostri complessi musicali, riempivano i Juke Box.

I blue jeans, originariamente capi da lavoro, divennero un accessorio indispensabile e tutti i fenomeni di costume nati oltreoceano sembravano destinati ad approdare prima o poi anche da noi.

Un mito apparentemente inossidabile

Dalla guerra in Corea, a quella in Iraq passando per il Vietnam e l’America latina sino alla crisi di Sigonella la cronaca ha spesso restituito anche a noi italiani un altro volto degli Stati Uniti: quello di una grande potenza che all’occorrenza non esita ad usare la forza per imporre i propri interessi.

Eppure, nonostante le manifestazioni di dissenso soprattutto a livello giovanile, ciò non ha realmente comportato un generale cambiamento d’opinione da parte della maggioranza degli italiani anche oltre il generico atlantismo dei nostri governi di ogni colore politico e la comune appartenza all’Alleanza atlatica come garanzia di pace.

Per circa 80 anni gli Stati Uniti sono rimasti, nella percezione comune, la culla della democrazia occidentale oltre che un riferimento culturale imprescindibile nel Cinema, nella musica e nella moda.

Il fenomeno Checco Zalone

Nel corso delle vacanze natalizie, il periodo aureo del cinema, è esploso il fenomeno Checco Zalone, pseudonimo di Luca Pasquale Medici, che col suo Buen Camino ha registrato incassi record surclassando un Colossal statunitense come Avatar Fuoco e Cenere.

A prescindere dal talento di Medici, forse un segnale di stanchezza, se non di vera e propria disaffezione, verso le produzioni cinematografiche d’oltreoceano.

Il trumpismo uccide il sogno americano?

La seconda presidenza di Donald Trump passerà sicuramente alla storia se non come la più negativa certamente come la più divisiva dell’Occidente.

Abbandonata ogni velleità seduttiva, ogni ambizione di egemonia culturale, la Presidenza Trump si sta caratterizzando per un’aggressività addirittura esibita con gli attacchi diretti all’Unione Europea, l’imposizione dei dazi, il ricorso sempre più frequente alla forza militare e la rivendicazione degli interessi geopolitici statunitensi anche nei riguardi dei tradizionali alleati della Nato, come attestano le rivendicazioni sulla Groenlandia a scapito di un partner come la Danimarca.

Se le reazioni del mondo politico e del corpo sociale sono per il momento improntate a quella cauta rassegnazione che, dalla liberazione di Roma in poi, caratterizza il rapporto con l’ingombrante alleato americano, vi è comunque la percezione, accentuata dalle immagini restituite dai media di una sorta di militarizzazione interna degli Stati Uniti, che essi non siano più un luogo ospitale.

Non ancora avversari o nemici, perché il confuso contesto internazionale impedisce una diversa collocazione, ma neppure quella fonte inesauribile di mode e di tendenze di qualche anno fa.

Complici anche le restrizioni d’ingresso, che arrivano al punto di censurare il contenuto degli smartphone, un numero crescente di connazionali guarda ora agli Stati Uniti con preoccupazione se non con manifesta diffidenza.

Che sia davvero la fine del sogno americano?

Foto di StockSnap da Pixabay

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