Dinosauri a Macchiagrande: un itinerario tra le ere geologiche in un laboratorio di biodiversità

dinosauri

Nell’Oasi WWF di Macchiagrande, tra dune fossili e foreste mediterranee, un sentiero di dinosauri ricostruiti con rigore scientifico interroga il visitatore sulla fragilità dell’evoluzione, sulla storia profonda del vivente e sul destino condiviso della Terra

Macchiagrande: un teatro ecologico dove la natura non è spettinata, ma consapevole

L’Oasi di Macchiagrande non è semplicemente un’area protetta: è una soglia tra i tempi, una bioregione preziosa che conserva intatte alcune tra le più antiche forme vegetali e animali del litorale tirrenico. Si estende per circa 280 ettari nel territorio di Fiumicino, e rappresenta uno degli ultimi lembi superstiti della vasta fascia mediterranea retrodunale che un tempo abbracciava gran parte del Lazio costiero

Gestita dal WWF Italia in sinergia con il Comune e la Società Maccarese, l’Oasi non è solo una riserva naturalistica, ma un vero dispositivo ecopedagogico: accoglie, educa, custodisce. In essa si congiungono la necessità della conservazione e la tensione verso una nuova etica ambientale, che sappia finalmente superare la separazione tra umano e non umano, tra cultura e natura.

La macchia mediterranea, qui rigogliosa e stratificata, è l’esito di secoli di resilienza. Il lentisco, l’erica arborea, il mirto, il ginepro coccolone crescono su sabbie millenarie, nutrendosi del sale, della luce obliqua, del vento. Le dune sono vive, non fossilizzate in immagini pittoresche: si muovono, si disgregano e si ricompongono. Tra i rami bassi dei lecci si annidano tracce, ombre, silenzi che appartengono a una geologia che respira ancora. Ma veniamo a una delle principali attrazioni.

Il sentiero dei dinosauri: paleontologia incarnata, pedagogia immersiva

Tra le fronde e le radure, si apre un varco inatteso: un sentiero punteggiato da ventiquattro riproduzioni iperrealistiche di dinosauri. Il percorso, curato con estrema attenzione, invita a una riflessione che non si limita alla cronologia preistorica, ma riguarda direttamente l’etica del presente.

Incontrare un Tyrannosaurus rex tra gli arbusti della macchia non significa indulgere nell’immaginazione fanciullesca, ma misurarsi con la potenza dell’estinzione. Il suo corpo massiccio, la muscolatura possente, la dentatura affilata, non sono qui a suggerire meraviglia, ma vulnerabilità: il re del Cretaceo è un relitto narrativo, il testimone silenzioso di un mondo scomparso.

Qualche inesattezza?

Il Diplodoco, con il collo lunghissimo, è emblema di equilibrio biomeccanico e lentezza maestosa, mentre il Deinonico, piccolo, agile e con un artiglio falciforme sul secondo dito del piede, è tra i dinosauri più imparentati con gli uccelli, a loro volta dinosauri. «Tra l’altro è sbagliata la credenza Spielbergiana che vede i Dromeosauridi come Velociraptor e Deinonico come cacciatori gregari», aggiunge Federico Lioi, giovane scrittore appassionato di paleontologia e autore del libro “Lo Zoo Perfetto”.

L’erede di “Alberto Angela”, come ama definirsi, ha riscontrato inoltre le seguenti inesattezze all’interno del Parco: «il Deinonico non è piumato, la coda dello Spinosauro è di forma sbagliata, in quanto non è piatta bensì affusolata». Ma continuiamo il nostro viaggio. 

E poi c’è Tito, un sauropode italiano, scoperto nei pressi di Roma. Non un’icona da museo, ma un ritorno inaspettato della storia profonda della penisola: la sua presenza reintroduce la dimensione autoctona alla narrazione paleontologica, spezzando la consuetudine di pensare i dinosauri come “altrove” e “fuori tempo”. Qui, invece, essi si riallacciano alla geografia reale, si ricollegano al suolo.

Dinosauri come specchi: cinque estinzioni, una sola responsabilità

utopia

Il vero tema del sentiero, però, non è la cronaca paleontologica. È la continuità della vita e l’intermittenza della sua permanenza. I dinosauri ci raccontano di un pianeta che ha già attraversato cinque estinzioni di massa. Ci parlano di crisi climatiche, di impatti cosmici, di instabilità sistemica. E ci suggeriscono che la sesta estinzione – quella attuale, accelerata dall’attività antropica – non è solo una possibilità, ma una realtà in corso.

Camminare tra le loro forme significa accettare la nostra appartenenza al tempo profondo. Il nostro corpo biologico è fatto della stessa materia di quelle creature estinte. La nostra vulnerabilità, benché nascosta dalla tecnica, è identica alla loro. Il dinosauro, nella macchia di Macchiagrande, è  dunque metafora dell’irreversibilità.

Macchiagrande come ecosistema relazionale: fauna, flora e coabitazione

Se il sentiero dei dinosauri offre la chiave di accesso alla profondità temporale, il resto dell’Oasi riafferma l’attualità biologica della bellezza naturale. Qui vivono, liberi e tutelati, alcuni tra i più affascinanti animali del Mediterraneo.

I daini, con il loro passo silenzioso e lo sguardo cauto, attraversano i sentieri all’alba. I rapaci notturni – allocchi, barbagianni, civette – segnano il ritmo del crepuscolo, mentre la volpe e il tasso lasciano impronte visibili lungo i margini del bosco.

Nei canali e nelle zone umide trovano rifugio aironi, cormorani, falchi di palude, uccelli migratori che leggono le mappe invisibili del cielo per orientarsi lungo le rotte afro-europee. E poi ci sono le testuggini di Hermann, antichissimi testimoni della tenacia evolutiva, animali che incarnano la lentezza come forma di resistenza.

La vegetazione di Macchiagrande, lungi dall’essere un semplice sfondo, è un organismo vivo: i lecci, gli ornielli, le filliree raccontano storie di adattamento al vento salmastro; le dune, con le loro piante pioniere, custodiscono la memoria dell’incontro tra terra e mare. L’Oasi è una biocomunità, non un museo.

Foto di Federico Lioi

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