Def, ancora lunga la strada per l’approvazione parlamentare

Giuseppe Conte e il ministro dell’economia Gualtieri

Def o Documento economico finanziario. E’ necessario approvarlo ogni anno ed è la madre di tutte le battaglie politiche. Il Governo Conte l’ha appena licenziato ma la strada perché diventi operativo è ancora lunga. Serve infatti l’approvazione delle due camere che, solitamente, arriva nell’imminenza delle feste natalizie.

La redazione del documento, l’estate scorsa, si prevedeva dovesse contenere sangue sudore e lacrime. E’ stato sostanzialmente questo il motivo che ha prodotto la crisi politica di agosto. Salvini voleva “pieni poteri” per sforare i limiti Ue e proporre la flat tax che gli era tanto cara. La nuova maggioranza si è formata con il consenso di Di Maio, subordinatamente al costoso mantenimento di Quota 100 ed il reddito di cittadinanza.

Cosa dice il Def approvato in Consiglio dei ministri

Il Def prevede 23,1 mil.di per la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva. Gli investimenti, ridotti all’osso lo scorso anno dal ministro Tria, aumentano di 3 mil.di. Tali misure saranno parzialmente finanziate dal contrasto all’evasione fiscale (per 3,3 mil.di) e altri maggiori entrate (3,3 mil.di).

Tra le misure di contrasto all’evasione fiscale ci sarebbe anche il carcere per i grandi evasori. Inoltre, il progressivo abbassamento dei limiti per i pagamenti in contante. Infine, le multe per chi non rispetta l’obbligo di riscossione con strumentazione digitale o con carta di credito.

Ci sarà comunque un ritocco verso l’alto di alcune imposte e tasse. Sono previsti 600 mil.ni di ulteriori tasse sui giochi. 500 mil.ni per alcuni accorpamenti verso l’alto delle aliquote più alte (flat tax salviniana a rovescio). Oltre a 1,6 mil.di per l’abolizione di talune deduzioni Irpef. In fin dei conti, la pressione fiscale nel 2020 registrerà un minimo ritocco verso l’alto, passando dal 41,9% al 42%. Ciò è bastato a Salvini per tuonare dal palco di San Giovanni che il governo, senza di lui, non fa che aumentare le tasse.

Secondo alcuni M5S, la proposta iniziale del Def avrebbe penalizzato le micro-imprese

Martedì, il commissario europeo uscente all’economia, Moscovici ha inviato la sua letterina al governo italiano. Come da prassi, anche se il suo mandato scadrà in prorogatio il 30 novembre. Il contenuto, molto blando, dice di voler conoscere la manovra. Il ministro Gualtieri ha già detto che risponderà entro 24/36 ore. Parlamentare europeo ed ex presidente della commissione economia e bilancio, conosce i suoi polli e non teme.

Chi ha temuto, negli ultimi giorni – si fa per dire – è stato il premier Conte. Subito dopo aver licenziato la manovra in CdM, infatti, gli è giunta una richiesta da parte di un discreto numero di parlamentari del M5S legati al ministro degli esteri Di Maio. Secondo i firmatari la manovra era troppo blanda per i grandi evasori. Avrebbe penalizzato, invece, i piccoli imprenditori a partita Iva. Proprio il bacino elettorale che il M5S contende alla Lega e che teme possa passare definitivamente a Salvini.

In realtà le statistiche dicono che sono proprio le piccole e le micro-imprese, che rappresentano il 99% delle partite Iva, i maggiori evasori in Italia. Le grandi imprese, infatti, possono adottare economie di scala ed evitare la tassazione degli introiti reinvestendoli o registrandoli in bilancio come remunerazione dei fattori produttivi (titolari compresi) o degli azionisti. Irap permettendo.

I firmatari chiedevano quindi l’aumento delle pene per i grandi evasori, il ripristino dei limiti per i pagamenti in contante e la cancellazione delle multe. In alternativa a quest’ultima misura, un significativo abbattimento dei costi dovuti agli istituti di credito per le operazioni pos.

Il presidente del Consiglio prima taglia corto, poi ci ripensa

Inizialmente il presidente del Consiglio ha risposto di non ritenere necessaria alcuna modifica. La manovra era stata approvata dal CdM, presenti i ministri del M5S che ne rappresentano la maggioranza relativa. Lo stesso “capo politico” Di Maio era presente. Al Parlamento sarebbe spettato quindi l’onore e l’onere di porre emendamenti alla manovra. Fermo restando che Conte sarà sicuramente costretto a porre la fiducia sulla propria proposta. Come hanno praticamente sempre fatto tutti i governi della Repubblica. Le opposizioni, infatti, hanno preannunciato migliaia di emendamenti. Ai firmatari, quindi, la responsabilità di far cadere il governo e magari andare ad elezioni in esercizio provvisorio.

Poi qualcuno ha fatto notare al premier Conte che l’aumento delle pene per i grandi evasori fa parte di una separata proposta di legge. Inoltre, gli hanno suggerito di rimandare di sei mesi le altre misure sul contante e i pagamenti digitali. In tal modo avrebbero inciso in maniera veramente trascurabile sugli introiti previsti per la lotta all’evasione fiscale. Così ha comunicato l’accettazione delle richieste. Di Maio, quindi, ha potuto comunicare trionfalmente che finalmente, in Italia, c’è un governo “forte con i forti” e clemente con i piccoli.

Tutto chiaro, dunque, l’orizzonte futuro del governo Conte, almeno fino a Natale? Niente affatto. Perché sulla navigazione incombe sempre la mina vagante Matteo Renzi. Stavolta è lui che, controllando quella manciata di voti sufficienti per mettere in minoranza il governo, rappresenta il Ghino di Tacco della situazione.

Renzi ha già definito “spiccioli” i circa 3 miliardi messi in bilancio per la riduzione del cuneo fiscale. Per incrementarli basterebbe, secondo lui, eliminare l’ultima finestra di Quota 100. Per il toscano è un provvedimento nocivo per l’economia e l’occupazione. Sicuramente, prima dell’approvazione parlamentare del def farà sentire la sua voce. Ne sentiremo e ne vedremo delle belle.

Fonte foto: La Presse

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