Il nuovo Anno è iniziato con due notizie che riempiono d’orgoglio gli italiani che da tempo osservano dal fondo delle classifiche internazionali paesi più virtuosi, efficienti, tecnologicamente avanzati o, semplicemente, solo più onesti.
Finalmente lo spread del Btp decennale sul bund tedesco è tornato sotto quota 200 punti base e, per una volta, un’azienda italiana, la Fiat, ha messo a segno un’importante acquisizione internazionale rilevando il 100% dell’americana Chrysler. In entrambi i casi si tratta del momento apicale di un processo nato e consolidatosi nel corso degli anni non senza difficoltà o contraddizioni anche gravi molte delle quali proseguono e possono far sorgere perplessità o addirittura rischiano di mettere in discussione i risultati ottenuti.
La difficile e altalenante discesa dello spread dai massimi raggiunti nel novembre del 2011, 575 punti base, sino agli attuali livelli, quelli del Luglio 2011, ha, in generale, assunto connotazioni a volte più di colore e di contesa o propaganda politica che di condiviso e soprattutto compreso obiettivo cui congiuntamente tendere al fine di ridurre il peso dell’indebitamento dello stato in termini di riduzione dell’onere economico a servizio del debito pubblico. Il consolidamento dei conti pubblici dello Stato la cui stabilità e messa in sicurezza rappresenta il parametro principale osservato dagli investitori che intendono acquistare il debito di uno stato sovrano, è passato e passa ancora oggi sotto le forche caudine dell’occhieggiamento a questa o quella parte politica. Ecco quindi la famigerata “riforma Fornero”, la paventata e mai “formalmente” realizzata patrimoniale, l’aumento delle solite accise sul carburante e così via sino al desolante balletto delle imposte sulla casa e alle “novellate” tasse su rifiuti e servizi, non ancora ben comprese o definite le quali, dato il dono politico concesso ad alleati ed ex alleati dell’attuale governo, si sono rese necessarie per cercare di far quadrare i conti sempre più disastrati dei troppi Comuni Italiani. La risultante di tutto ciò, non che non fosse prevedibile, è un ulteriore indebolimento dell’economia reale del paese e un ulteriore divaricazione tra il ceto abbiente, sempre più numericamente ridotto ma rafforzato patrimonialmente, e tutti gli altri che da classe media sono diventati soggetti in difficoltà, più o meno grave, ovvero la rimanente parte che oscilla tra l’indigenza e la vera e propria povertà.
Sin qui i pratici esiti della virtuosa rincorsa alla riduzione dello spread avvenuta, lo possiamo certamente dire, senza una vera ed organica politica economica che abbia realmente ridotto la spesa pubblica improduttiva e salvaguardato impresa e livelli occupazionali.
In sostanza paghiamo un prezzo inferiore per sostenere il debito pubblico, tutto il debito, produttivo e spreco, ma è presumibile che l’attuale vantaggio sin qui ottenuto verrà assorbito da una maggiore spesa sociale necessitata dal ridotto potere d’acquisto e da un generalizzato depauperamento dell’economia.
Si parla di equa redistribuzione del gettito disponibile per il minor onere sul debito e di conseguente rilancio dell’impresa e dell’economia, ma, per ora, di ricette reali non se ne vedono. Ad onor del vero non v’è chi non veda che la frase “di rigore si muore” dovrebbe essere meglio declinata in “di questo rigore si muore”. La virtù economica perseguita a danno delle categorie sociali tassate in busta paga ovvero attraverso l’imposizione sui consumi o sulla casa, non è di per sé foriera di un sano rilancio economico diffuso ed equo.
Sul fronte industriale, invertendo una tendenza criticata da ogni settore della politica e dell’economia, Fiat ha realizzato l’importante acquisizione di Chrysler sul mercato internazionale dell’auto. Non sappiamo se ciò sarebbe mai potuto accadere in un diverso scenario internazionale o locale, la città di Detroit dove ha storicamente sede l’azienda americana è da tempo tecnicamente “fallita”, ma è un fatto che l’azienda italiana e il suo management, discussi in patria e in gravissima crisi di risultati nelle vendite in tutta Europa, abbiano compiuto un’interessante operazione economica ed industriale.
Il mercato ha significativamente apprezzato l’operazione premiando subito il titolo con un più che lusinghiero 16% guadagnato in un giorno di contrattazioni; più difficile dire se l’entusiasmo potrà durare o come ne risentirà la politica industriale del gruppo e, segnatamente, l’occupazione e lo sviluppo degli stabilimenti italiani.
All’apparenza contraddittorio, ma pur sempre un altro fatto, è il licenziamento di 174 lavoratori disposto da aziende dell’indotto Fiat dello stabilimento di Termini Imerese a poche ore dall’annuncio dell’acquisizione di Chrysler .
Secondo i comunicati diffusi dalla stessa Fiat, l’acquisto dal Fondo Veba del 41,45% di Chrysler sarebbe avvenuta, di fatto, con un limitato esborso di cassa, 1,75 miliardi di dollari e senza necessità di accrescere l’indebitamento di Fiat. Tuttavia sembra che all’orizzonte si prospetti l’emissione di un prestito “convertendo” che sembrerebbe proprio essere figlio dell’operazione. Il maggior timore nei fatti è che la sostenibilità dell’onere di acquisto abbia a scaricarsi ancora una volta sui lavoratori italiani e sull’indotto degli stabilimenti residenti nel nostro paese che, tra delocalizzazione della produzione e riduzione degli investimenti, nonostante i ripetuti proclami di Fiat, soffre e paga da anni la crisi del marchio.
Il 2014, nato sotto gli altisonanti auspici di questi due certamente importanti eventi, ma forse ancor di più i successivi anni ci daranno la reale misura della loro effettiva portata e riveleranno se abbiano fatto bene o meno gli italiani a rallegrarsene.
di Marco Bartolomei
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