La Corte Costituzionale boccia la Legge della Regione Sardegna contraria agli impianti eolici

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Sardegna. Lo scorso 23 luglio 2026 la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo lo stop della Regione Sardegna alla realizzazione di impianti eolici. Secondo i giudici, la Regione ha ecceduto i limiti delle proprie competenze statutarie. La giunta regionale aveva tentato di cavalcare la protesta dei sardi che, in tempo di rincari dei costi energetici, erano scesi in piazza contro la realizzazione degli impianti eolici.

Sembrerebbe una battuta, visti i rincari delle importazioni di gas metano e di petrolio, conseguenti alle guerre in corso. Vista, inoltre, la necessità di abbandonare i combustibili fossili responsabili dell’aumento della temperatura globale. Vista, infine, l’aspirazione degli ambientalisti allo sviluppo delle energie rinnovabili, di cui l’eolico è, forse, la componente principale.

La legge della Sardegna interdiva la realizzazione del 95% delle pale eoliche

La Regione aveva approvato una legge (DDL 45) individuando criteri rigidi per l’installazione di aerogeneratori. Tra gli altri, la vicinanza ad aree già vincolate e a beni archeologici. Si prevedeva l’introduzione di fasce di rispetto da centri abitati e terreni agricoli di pregio. In sostanza, la legge avrebbe interdetto la realizzazione di pale eoliche in oltre il 90-95% del territorio regionale. Ma i consiglieri regionali, purtroppo per loro: «hanno chiuso la stalla dopo che sono scappati i buoi».

Le società proponenti che avevano prodotto istanza prima dell’approvazione delle nuove norme regionali hanno presentato un’ondata di ricorsi. La magistratura amministrativa si è quindi pronunciata bocciando i blocchi e le moratorie della Regione Sardegna. A tali ricorsi si è aggiunto – come detto – quello dello Stato centrale alla Corte Costituzionale per conflitto di competenza.

Le fonti fossili in Sardegna producono ancora i 2/3 dell’energie

La Corte aveva già accolto il ricorso del Governo contro la precedente legge regionale 20/2024, giudicando incostituzionale il blocco generalizzato e retroattivo dei progetti energetici. Con Ordinanza n. 115/2026 ha trasmesso gli atti al TAR Sardegna e al TAR Lazio per un riesame dei restanti profili di legittimità delle mappe sarde. I vari TAR (Lazio e Sardegna) si sono allineati rigidamente ai dettami della Corte Costituzionale. I progetti sono stati sbloccati con una serie di oltre 20 sentenze consecutive.

Il TAR ha sostanzialmente stabilito che la classificazione di un’area come “non idonea” da parte della Regione non può tradursi in un divieto assoluto e automatico. Il TAR Sardegna ha quindi annullato i provvedimenti di sospensione della Giunta regionale. Infine si è avuta la citata sentenza della Corte Costituzionale n. 144 di pochi giorni fa.

Sotto il profilo economico-produttivo, l’installazione di impianti eolici In Sardegna sembrerebbe ampiamente necessario. La produzione locale di energia elettrica, infatti, vede ancora una netta prevalenza delle fonti fossili (circa 66-67%) rispetto alle fonti rinnovabili (circa 33-34%). La fonte principale (48-53%) è generata dal termoelettrico a carbone, fornito dalle centrali di Fiumesanto e Sulcis. Sono due delle ultime quattro centrali a carbone ancora in funzione in Italia. La prima è controllata dal gruppo ceco EPH, una grande holding energetica internazionale con sede a Praga. La seconda è controllata dall’Enel.

In Sardegna l’energia prodotta è già superiore al fabbisogno locale

Il termoelettrico a petrolio (14-18%) deriva principalmente dall’impianto Sarlux di Sarroch, che utilizza il gas di sintesi generato dagli scarti pesanti di raffineria. È controllata da Vitol, un gruppo multinazionale di origine olandese subentrato alla famiglia Moratti. Le energie rinnovabili sono invece attive con l’eolico per un 15-18% e con il solare per un 12-14%. I 18 bacini idroelettrici realizzati negli anni della ricostruzione contribuiscono oggi soltanto per il 3-4%. Pressoché totale è l’assenza del gas naturale a causa della mancanza storica di una rete di metanodotti collegata al continente (o all’Algeria).

Come si vede, la sostituzione delle fonti fossili con energia rinnovabile a basso costo è quindi, dal punto di vista economico e ambientale non più rimandabile. Va detto, peraltro, che la Sardegna già produce (circa 12 TWh) complessivamente il 50% di energia elettrica in più di quanta ne consumi internamente (circa 8 TWh). L’energia in eccesso viene esportata verso il continente e la Corsica tramite i cavi sottomarini.

La stragrande maggioranza dell’energia dovrà essere esportata grazie al Tyrrheniam Link

Il piano nazionale prevederebbe per la Sardegna l’uscita totale dal carbone (phase-out) entro il 2028. Questo traguardo dovrebbe essere raggiunto con l’espansione di eolico e solare e il potenziamento dei sistemi di accumulo (es. pompaggi e batterie). Sarà realizzato il il Sardinian Link, per la connessione energetica tra il Nord e il Sud dell’isola. Nonché il Tyrrhenian Link, l’infrastruttura sottomarina che collegherà la Sardegna (Cagliari) con la Sicilia (Termini Imerese) e la Campania (Battipaglia).

Questo significa che una parte dell’energia eolica in progetto sarà destinata ad alimentare nuovi processi industriali come la produzione di idrogeno verde. Ma la stragrande maggioranza della produzione dovrà essere esportata verso la Penisola e verso il resto d’Europa. Si ipotizza infatti che l’isola produrrebbe una quantità di elettricità pari a 4-6 volte il fabbisogno della sua popolazione e delle sue industrie.

Perché molti in Sardegna si sono opposti al programma

È questo il motivo per cui i sardi più “rumorosi” contestavano che gli impianti eolici avrebbero incrementato il consumo di suolo a spese del paesaggio. Contestavano inoltre il fatto che i gruppi industriali impegnati nell’eolizzazione della Sardegna fossero in gran parte multinazionali. Il cui unico scopo sarebbe quello di fare affari sulla pelle dei sardi. Ma, come si è detto, le c.d. “multinazionali” sono già ampiamente presenti nell’attuale sistema energetico sardo.

Da un breve esame della situazione, emerge inoltre che circa la metà dei nuovi impianti previsti è localizzato in alto mare. Spesso oltre la linea dell’orizzonte. Sono tutti impianti galleggianti o “flottanti” perché la profondità del mare a largo ne rende proibitivo l’aggancio al fondo. Non vi è quindi in tali casi alcun consumo di suolo né impatto sul paesaggio. Sono in parte promosse da Plenitude (Eni) ma anche da colossi danesi o multinazionali spagnole. Non mancano però joint venture o sviluppatori indipendenti.

Gli impianti sardi a terra sono promossi, tra le imprese italiane, dalla Sorgenia, da Sardinia Green EnergyS.r.l. e da Sardeolica Srl (Gruppo ERG). Quest’ultimo soggetto è uno storico operatore del settore eolico presente in Sardegna. Non manca però la solita multinazionale tedesca leader europea nelle rinnovabili. Sono presenti inoltre gruppi energetici portoghesi e spagnoli e, anche qui, sviluppatori indipendenti e fondi d’investimento. Sono tali impianti i principali destinatari del dissenso della popolazione e dell’attuale giunta regionale.

Foto di Markus Distelrath da Pixabay

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