
L’avanzamento tecnologico della nostra epoca ha permesso all’umanità di guardare all’universo con un occhio sempre più esperto cercando di studiare quanto più possibile la galassia che ci circonda. Quel desiderio di esplorazione e scoperta si è diretto al cielo quando è sembrato abbastanza chiaro che non ci fosse più niente da mappare sul nostro pianeta. Eppure quelle stesse emozioni nel vedere cose mai viste prima hanno imperversato l’animo umano almeno da quando i primi ominidi lasciarono il continente africano per diffondersi in tutto il mondo. A volte quelle storie di viaggio e ricerca non finirono nel raggiungimento di un nuovo posto e nemmeno nel ritorno al punto di partenza concludendosi fra tragiche avversità. Fu il caso del capitano John Franklin e della sua spedizione di 129 uomini alla ricerca del favoloso Passaggio a Nord Ovest fra i ghiacci dell’Artico canadese.
Contesto storico. L’Impero Britannico sul mondo
Ci avviciniamo alla metà dell’800 e il protagonista del momento è l’Impero Britannico. L’Inghilterra viveva l’apogeo della sua fortuna storica fra il successo internazionale e la persistente competizione con le altre potenze. All’inizio del XIX° secolo poteva fregiarsi di avere battuto Napoleone ma ancora bruciava la perdita delle colonie americane e la conseguente indipendenza politica ed economica delle terre oltreoceano. Era però la più grande potenza marina del mondo, in grado di contrastare l’impero russo nell’estremo oriente, tenere legati a sé i possedimenti di Africa, India e Australia e rimanere lontana dalle lotte interne dell’Europa continentale. In questo scenario, gli inglesi mantenevano il dominio sugli oceani e cercavano di perfezionare le rotte commerciali sotto il loro controllo fra cui, in particolare, quelle con l’estremo oriente, verso i porti cinesi e australiani. C’è un problema, il viaggio verso questi lidi è molto lungo: i vascelli per arrivare a Macao o Hong Kong devono circumnavigare l’Africa e poi passare per India e Malesia, oppure devono scavalcare l’America navigando alla sua estremità a sud attraverso lo Stretto di Magellano. Entrambe le possibilità corrispondono a diversi mesi di viaggio in mari spesso piegati dalle intemperie, afflitti dalla pirateria o dai concorrenti internazionali, in primis spagnoli e olandesi. Sarebbe certamente più veloce e sicuro un tragitto sopra il Canada, all’epoca territorio in parte inesplorato, un “Passaggio a Nord-Ovest” che avrebbe risparmiato mesi di tempo. Non un’idea totalmente moderna: gli avventurieri europei cercarono tale via già un secolo dopo la scoperta dell’America, ma mappe del XVII secolo ipotizzano in quelle zone solo baie o terreni e non collegamenti diretti con l’Oceano Pacifico. Tuttavia, all’inizio del XIX secolo si appronta una sistematica esplorazione e mappatura del territorio artico, sia da mare che da terra, quasi sempre sotto la direzione della marina britannica. Nel 1845 è la volta di una nuova spedizione, quella definitiva, affidata al comando di Sir John Franklin
John Franklin. Il mangia-stivali
Quando viene scelto per comandare la spedizione, John Franklin è un affermato eroe nazionale. Eppure la sua strada per il successo fu tutta in salita e dovette passare ogni step necessario per farsi strada nel riconoscimento istituzionale e pubblico. Nacque nel 1786 a Spilsby nel Lincolnshire, figlio di un mercante e di una contadina. Fu attratto fin da piccolo dalla vita marina e, dopo i vani tentativi del padre di spingerlo verso la carriera mercantile, decise a quattordici anni di unirsi alla marina militare (Royal Navy) salendo sulla nave da guerra HMS Polypheus [HMS significa Her Majesty Ship, tradotto: nave di sua maestà]. L’anno successivo, nel 1801, questa si unì alla flotta schierata alla Prima Battaglia di Copenhagen dove gli inglesi, sotto il comando di Hyde Parker e del celebre Horatio Nelson, vinsero contro la coalizione danese. John Franklin acquisì esperienza e successivamente andò a costruirsi un nome partecipando ad altre battaglie fra cui: Battaglia di Pulo Aura (1804) nel Mar Cinese contro i francesi, Battaglia di Trafalgar (1805) nel sud della Spagna contro i francesi, Battaglia del Lago Borgne (1814) contro gli americani. Nel 1818 fu comandante della HMS Trent per un viaggio da Londra alle isole Svalbard, un primo approccio ai freddi mari nordici. Nel 1819 fu nominato per svolgere una spedizione di mappatura nel Nord del Canada, col fine di ricercare un canale in grado collegare l’Oceano Atlantico con l’Oceano Pacifico. Gli inglesi supposero che arrivando alle foci dei fiumi canadesi avrebbero facilmente disegnato i confini della costa nord identificando così il punto di giunzione marittimo fra lo Stretto di Bering e la Baia di Baffin. Franklin avrebbe viaggiato via terra seguendo il corso del fiume Coppermine per raggiungere la costa e lì redigere una carta geografica. Il viaggio durato tre anni fu un disastro: la ricerca si rivelò infruttuosa, la localizzazione parziale, morirono undici uomini su diciannove, i restanti sopravvissero cibandosi di licheni e cuocendo il cuoio delle proprie calzature prima di essere soccorsi e riportati in Inghilterra. Fu così che John Franklin acquisì il nomignolo di “mangia-stivali” ma con esso anche una fama nazional popolare dato che riportò tutto il viaggio in un libro che pubblicò e che ebbe un certo successo. Nel 1823 sposò la poetessa Eleanor Anne Porden, da cui ebbe una figlia, Eleanor Isabella. Purtroppo la moglie morì due anni dopo per tubercolosi quando John Franklin era ai preparativi di una nuova spedizione per mappare una nuova zona del nord canadase. La spedizione del fiume Mackenzie durò dal 1825 al 1827 e fu un successo: furono mappati più di 1000 chilometri di costa e al suo ritorno Franklin incontrò gli onori istituzionali, andando a cancellare l’onta della spedizione sul fiume Coppermine. Nel 1828 sposò Jane Griffin, amica della prima moglie e nel 1829 fu insignito del titolo di Cavaliere dal re d’Inghilterra Giorgio IV. Dal 1837 al 1843 fu nominato come governatore della Tasmania (Van Diemen’s Land) e lì visse assieme alla moglie prima di tornare in Inghilterra a godersi gli anni di tranquilla anzianità.
Nel 1845 l’alto segretario dell’ammiragliato Sir John Barrow stava cercando un comandante per una nuova spedizione in grado di identificare e percorrere il Passaggio a Nord Ovest: una via diretta fra i mari del nord europeo e l’Oceano Pacifico, senza la necessità di dover doppiare il Sud America e facendo risparmiare mesi di viaggio ai vascelli inglesi [si noti che il Canale di Panama, il passaggio oggi più usato per passare dall’Atlantico al Pacifico, venne inaugurato nel 1920 ma un primo progetto dello stesso venne proposto già nel 1829]. John Barrow aveva pianificato spedizioni artiche per tutta la sua lunga carriera nella marina, fin dal 1804 quando assunse quella carica. Era fermamente convinto che un passaggio marittimo a nord del Canada esistesse ed era oltremodo certo che la spedizione del 1845 sarebbe stata quella giusta per scoprirlo. La scelta di un comandante non fu facile, le prime scelte di Barrow, i veterani dell’Artico William Edward Parry e James Clark Ross, declinarono, mentre James Fitzjames fu respinto dalla marina per la sua giovane età. Declinò anche Francis Cozier (forse sarebbe stato comunque respinto poiché irlandese), però quest’ultimo assieme a James Fitzjames furono nominati rispettivamente capitani della HMS Terror e HMS Erebus. La spedizione fu quindi affidata al conosciutissimo e apprezzato cinquantanovenne Sir John Franklin che accettò nonostante l’età.
I preparativi
Per la spedizione vengono approntate due navi: la HMS Terror e HMS la Erebus. La prima era stata varata nel 1813 e la seconda nel 1826 ma tutte e due erano ormai state rodate nei mari di tutto il mondo, anzi erano rientrate recentemente da una spedizione in Antartide condotta brillantemente da James Clark Ross. Entrambe sono accomodate con le più recenti innovazioni a disposizione della potente marina militare inglese: una tuta da palombaro per raschiare lo scafo e liberare le eliche, due motori di locomotiva per dare spinta ai velieri in caso di incaglio o assenza di vento (un antenato dei moderni natanti rompighiaccio), cibo in scatola, comodo per il mantenimento dei viveri sul lungo periodo e in assenza di conservanti, un impianto di desalinizzazione per fornire acqua pura ai motori a vapore. La spedizione sarebbe potuta durare molto tempo, perciò fu prevista una quantità di vettovaglie che avrebbe potuto sostenere gli equipaggi per circa tre-quattro anni. Fu pensato anche a come passare il tempo al di là delle normali attività di lavoro e manutenzione dei mezzi; sia sulla Terror che sulla Erebus vi erano libri, oggetti di svago, giochi, strumenti musicali e la possibilità di scrivere, disegnare, persino abiti per organizzare spettacoli teatrali. Erano presenti anche un cane, un gatto e una scimmia, sia come animali da compagnia, sia per contrastare i topi, onnipresenti negli scafi di tutte le epoche. Gli equipaggi della marina prevedevano sia personale abile a gestire una nave ma anche soldati in grado di impugnare armi, ingegneri, professionisti cuochi, fabbri e medici. Gli ufficiali erano esperti di vita in mare, cartografi e navigatori e diversi di loro avevano già navigato nelle fredde acque artiche. Ultima nota di ricezione alla novità tecnologica: il capitano e diversi ufficiali furono fotografati prima della partenza (la fotografia era stata inventata appena sei anni prima).
La partenza
Il 7 febbraio del 1845 Sir John Franklin prende l’incarico di guidare la spedizione. Il 19 maggio le due navi salpano da Greenhithe dopo avere ricevuto tutti gli onori legati alla propositiva riuscita dell’impresa. Questi viaggi possono quasi essere paragonati alle partenze degli astronauti nell’età d’oro dell’aeronautica spaziale: prestigio nazionale, scoperta dell’ignoto, eroismo individuale, celebrità. Terror ed Erebus si diressero alla volta del nord della Scozia superandola, quindi attraccarono dopo trenta giorni a Disko in Groenlandia dove avvenne un’ulteriore ricarica di viveri. Con l’occasione furono lasciati a terra cinque uomini per ragioni mediche, questi tornarono in Inghilterra con le navi inglesi HMS Rattler e Barretto Junior portando con sé le ultime lettere dei due equipaggi. Le navi ripartirono lasciandosi dietro le coste groenlandesi raggiungendo il centro della Baia di Baffin (Baffin Bay) dove attesero le condizioni migliori per poi avventurarsi dentro lo Stretto di Lancaster (Lancaster Sound). Qui furono avvistate dalla baleniera Enterprise; fu l’ultima segnalazione ufficiale delle due navi, l’ultima volta che degli europei videro vivi i 129 uomini dei due equipaggi.

Passarono circa tre anni dalla partenza prima che in madrepatria cominciassero a sospettare che qualcosa non fosse andato per il verso giusto. L’ammiragliato aveva supposto che un viaggio dall’Atlantico al Pacifico attraverso un passaggio a Nord Ovest sarebbe dovuto durare circa un anno e mezzo. Certamente erano state stipate provviste per molto più tempo ma la totale assenza di notizie iniziò a far preoccupare prima di tutti la moglie del capitano: Jane Griffin, ormai nazionalmente conosciuta come Lady Franklin. Lei, l’alta società inglese, nonché il diffuso interesse popolare fomentato dai giornali, iniziarono a fare pressioni per mandare dei soccorsi.
Le spedizioni di salvataggio
La marina militare, soprattutto sotto pressioni pubbliche, si prodigò infine nell’organizzare delle spedizioni di salvataggio. La prima partì da Liverpool il 25 marzo del 1848, non fu una ricerca via mare bensì via terra. Fu guidata dai veterani John Richardson e John Rae e attraversò l’entroterra del nord del Canada. John Richardson, all’epoca sessantenne, conosceva personalmente il capitano Franklin in quanto fu con luì in entrambe le spedizioni condotte venti anni prima lungo i fiumi Coppermine e Mackenzie. Il suo tentativo di cercare il vecchio amico non portò a nulla, gli esploratori non scoprirono niente sulla sorte degli equipaggi britannici nelle zone visitate. Contemporaneamente furono organizzate anche le ricerche via mare: da est la spedizione di James Clark Ross, quel veterano dell’Artico che rifiutò l’incarico poi ceduto a Franklin. I suoi velieri, HMS Investigator e HMS Enterprise, seguirono un percorso simile a quello di Franklin. Da ovest invece si approntarono dei mezzi di ricognizione, la HMS Plover e la HMS Herald, lungo lo stretto di Bering. Tutte queste navi partirono il 1848 e tornarono un anno dopo, tutte senza nessuna novità. Nel mentre il governo offrì una ricompensa di 20.000 sterline per chiunque potesse fornire informazioni in merito alla sorte di John Franklin o del suo equipaggio.
Intanto Lady Franklin cercò aiuto oltreoceano. Nel 1850 scrisse una lettera all’allora presidente degli Stati Uniti Zachary Taylor; non incontrò l’appoggio istituzionale ma quello privato: l’americano Henry Grinnell finanziò due spedizioni (1850, 1853). La prima aggiunse un nuovo tassello alle conoscenze dell’epoca: furono rinvenute tracce di un accampamento e tre tombe nella piccola Beechey Island. Quest’isola è localizzata lungo lo Stretto di Lancaster, dove la spedizione si stava dirigendo nel 1845 dopo essere stata avvistata dalle baleniere nella Baia di Baffin. Le tre lapidi di Beechey Island erano complete di date e di nomi che rispondevano a quelli di tre uomini dell’equipaggio di Franklin: l’ufficiale John Torrington, il soldato William Braine, il marinaio John Hartnell, tutti deceduti durante l’inverno del 1845/46. Sperando di seguire questa nuova traccia, altri vascelli e brigantini cercarono qualche riferimento della spedizione passando per queste tratte ma senza successo.
Nel 1850 partirono due imbarcazioni britanniche da ovest, attraverso lo stretto di Bering: la HMS Enterprise capitanata da Richard Collinson e la HMS Investigator capitanata da Robert McClure. La prima rimase indietro e si dovette accontentare di costeggiare le coste artiche senza riuscire a individuare nessun reperto o superstite in circa tre anni di viaggio. La seconda imbarcazione fu più sfortunata: rimase intrappolata nei ghiacci a nord dell’Isola di Banks e abbandonata nel 1853 con l’equipaggio soccorso dall’inglese HMS Resolute. Un anno prima, infatti, il governo britannico approntò una nuova imponente spedizione di ben cinque navi capitanate da Edward Belcher: HMS Intrepid, HMS Assistance, HMS Pioneer, HMS North Star e, appunto, la HMS Resolute. Questa flotta seguì il tragitto iniziale della Erebus e della Terror e come quest’ultime usarono Beechey Island come avamposto di pianificazione. Lì rimase la North Star mentre gli altri equipaggi si divisero in due e si diressero verso ovest e nord ovest. Anche in questo caso non rinvennero alcuna traccia della spedizione di Franklin, sebbene la Resolute giunse in soccorso della Investigator e salvò i marinai convincendoli ad abbandonare la nave bloccata da tre anni nei ghiacci artici. Seguì il disastro. Tutte e quattro le imbarcazioni finirono bloccate con l’arrivo del freddo autunnale, tutte e quattro vennero abbandonate. Fortunatamente gli equipaggi si salvarono camminando sopra le acque ghiacciate e lungo la costa riuscendo così a raggiungere la North Star ancorata a Beechey Island. Da lì il ritorno in Inghilterra.
Nel frattempo un esploratore non si era mai fermato nelle sue ricerche nel nord del Canada: John Rae, già conosciuto per la spedizione del 1848. Nel 1853 lasciò nuovamente l’Inghilterra per il Canada col fine di avanzare indagini lungo la costa nord, ancora in parte sconosciuta. Il 31 marzo 1854 lasciò l’avamposto di Repulse Bay (Naujaat) per dirigersi a est, sempre spostandosi via terra su slitte. Scoprì nei pressi del Golfo di Boothia che la comunità indigena locale, gli Inuit (o eschimesi), possedeva oggetti della marina inglese, gli rivelarono che li avevano presi da un gruppo di 35 kabloonat, uomini bianchi, che erano morti di fame “dodici giorni” più a ovest. John Rae viaggiò per due mesi nelle lande attigue sperando di trovare qualche nuovo indizio ma senza successo. Quando tornò a Repulse Bay trovò nuovi viaggiatori Inuit che gli rivelarono altri dettagli: quattro anni prima (nel 1851) alcuni di loro incontrarono un gruppo di 40 kabloonat che vagavano nelle lande trascinandosi dietro una barca tentando di sopravvivere nell’artico. Comunicando a gesti con gli inuit spiegarono che i loro velieri erano rimasti bloccati e si stavano dirigendo a sud nella speranza di trovare animali da cacciare e civiltà. Barattarono con gli inuit alcuni suppellettili in cambio di carne. L’anno dopo gli inuit rinvennero una trentina di cadaveri e segni di cannibalismo su alcuni di essi. John Rae ottenne dagli indigeni un piatto d’argento con la scritta “Sir John Franklin KCH” come prova che si trattasse dello stesso equipaggio che andava cercando.
La società inglese non poteva credere a John Rae, alle informazioni date da un popolo selvaggio e, soprattutto, che membri della marina fossero ricorsi al cannibalismo, pratica oltremodo avversa alla morale britannica. Un’importante invettiva in questo senso fu scritta dal rinomato scrittore e giornalista Charles Dickens che rimarcò in toni spregevoli e aggressivi le popolazioni Inuit e il lavoro di John Rae. Quest’ultimo era stato il primo a portare delle prove e delle informazioni ma non ottenne nessun riconoscimento pubblico del suo operato. Eppure nel 1855 anche un altro esploratore, James Anderson, arrivò a conclusioni simili intervistando popolazioni Inuit locali che nuovamente possedevano oggetti europei prelevati da gruppi di uomini bianchi morti in quei territori. James Anderson aveva risalito il fiume Back la cui foce si trova nel nord del Canada; egli rivela nel suo giornale di viaggio di aver individuato anche alcuni resti di una scialuppa con la scritta “Terror” nei pressi di Montreal Island, localizzata alla fine del fiume. Tuttavia nessun corpo, né un diario o un libro. Lady Franklin non volendo dare adito ai report di questi esploratori continuò a organizzare spedizioni private mentre la Marina decretò il 31 marzo del 1854 John Franklin e i suoi equipaggi come deceduti in servizio.
Una delle spedizioni più fruttuose fu fra quelle organizzate dalla moglie del capitano Franklin che non attese tutto il tempo inerte qualsiasi buona notizia del marito da Londra, bensì si impiegò incessantemente per rintracciarlo. Lady Franklin non era un’anonima donna dell’alta borghesia inglese: suo padre era John Griffin, un alto funzionario di una corporazione commerciale londinese e ciò le diede modo di avere un’educazione piuttosto alta e di viaggiare per l’Europa. Conobbe John Franklin tramite l’amica poetessa Eleanor Anne Porder, moglie del capitano, ma che morì a soli ventinove anni. Jane sposò quindi John Franklin nel 1829 e nel 1836 fu assieme a lui in Tasmania durante il suo governatorato. In tutti questi anni Lady Franklin interagì costantemente con gli ambienti istituzionali e militari inglesi dalla quale ricevette pieno supporto nell’approntare missioni di recupero. Altro personaggio noto che si prodigò per lei fu il sopracitato scrittore Charles Dickens che cercò di confortare l’amica con scritti pubblici e privati. Lady Franklin nel corso della sua vita riuscì a organizzare ben sette spedizioni grazie a fondi personali, pubblici e raccolte private. Fu soprattutto una di queste che ebbe un notevole successo nel reperire nuove informazioni, quella comandata da McClintock nel 1857.
Leopold McClintock non era un novizio nella spedizione artica e già aveva partecipato alla ricerca di Franklin: nel 1848 era a bordo della HMS Enterprise, nel 1850-51 sulla HMS Assistance (abbandonata con conseguente viaggio a piedi nei ghiacci artici per 1200 chilometri), nel 1852 toccò alla HMS Intrepid (anche questa incagliata e poi abbandonata nel 1854), infine nel 1857 a comando della Fox. Questa nave partì con a bordo 25 uomini e dopo essere giunta nel nord del Canada, seguendo pressoché lo stesso tragitto delle navi precedenti, proseguì verso sud su indicazione di alcuni Inuit. Nel 1859 la nave fu poi lasciata in ancoraggio sullo Stretto di Bellot e due gruppi più ristretti, uno guidato da McClintock e uno guidato dal suo secondo William Hobson, circumnavigarono tramite slitte la costa dell’Isola di Re Guglielmo, dove già John Rae aveva ipotizzato potessero trovarsi le risposte in merito a Franklin. Finalmente, e tristemente, furono rinvenute le prime tracce tangibili della spedizione. Il 25 maggio venne rinvenuto lungo la costa sud dell’isola uno scheletro che giaceva faccia in giù con abiti della marina inglese. Fra gli effetti personali trovatigli addosso emersero alcuni fogli sparsi che rispondevano al nome di Henry Peglar, ufficiale della Terror. Questi sono i primi resti umani che una spedizione inglese abbia incontrato durante le varie esplorazioni assolutamente riconducibili a un uomo dell’equipaggio della Terror [ricerche recenti tendono a ricondurre il cadavere a Thomas Armitage, gunroom steward della Terror]. Se da una parte è la conferma che le imbarcazioni e gli equipaggi dovevano trovarsi in quella landa desolata, dall’altra le poche carte scritte a mano trovate nel portafogli del morto non danno nessuno indicazione su cosa potesse essere successo e sul perché costui giacesse solo e lontano da tutto.
Hobson e McClintock continuarono il loro viaggio e due giorni dopo quel ritrovamento seguì quella che a oggi rimane la più notevole indicazione sugli eventi della spedizione scritta dagli stessi protagonisti. Viene rinvenuto in un cairn, un cumulo artificiale di pietre, un cilindro metallico contenente un pre-compilato della marina inglese con le indicazioni di consegnare il documento agli enti militari del Regno Unito. Questa carta è l’unica testimonianza a oggi rinvenuta scritta degli spedizionieri in merito ai loro movimenti. È divisa in due parti, una centrale e un’altra, aggiunta in un secondo momento, che corre lungo i margini del foglio. La prima [tradotta] recita così:
Le navi H.M.S. Erebus e Terror hanno svernato tra i ghiacci a latitudine 70° 05′ N e longitudine 98° 23′ O. Dopo aver svernato nel 1846-1847 a Beechey Island, a latitudine 74° 43′ 28″ N e longitudine 91° 39′ 15″ O, dopo aver risalito il Canale di Wellington fino a lat. 77° ed essere tornate dal lato occidentale dell’Isola di Cornwallis. Sir John Franklin al comando della spedizione. Tutto bene. Il gruppo composto da 2 ufficiali e 6 uomini lasciò le navi lunedì 24 maggio 1847. Firmato luogotenente GM Gore e Chas. F. des Voeux.
La seconda parte è stata compilata un anno dopo, ecco la traduzione:
25 aprile 1848. Le navi di Sua Maestà Terror ed Erebus sono state abbandonate il 22 aprile, 5 leghe a N.N.O. da qui, dopo essere state bloccate dal 12 settembre 1846. Gli ufficiali e gli equipaggi, composti da 105 persone, sotto il comando del capitano F.R.M. Crozier, sbarcarono qui a latitudine 69˚ 37′ 42″ N., longitudine 98˚ 41′ O. Questo documento è stato trovato dal tenente Irving sotto il tumulo [cairn] che si suppone costruito da Sir James Ross nel 1831, dove era stato depositato dal defunto comandante Gore nel giugno 1847. Sir John Franklin morì l’11 giugno 1847 e il numero totale delle vittime della spedizione è stato fino a questa data di 9 ufficiali e 15 uomini. E domani, 26 aprile, partiremo per il fiume Back’s Fish. Firmato dai capitani James Fitzjames e F.R.M. Crozier.

Leopold McClintock ha amaramente ottenuto la notizia definitiva che stava cercando per Lady Franklin: suo marito era morto, la spedizione partita il 1845 da Londra era fallita. Inoltre, venivano segnalati anche il decesso di quindici uomini e nove ufficiali, fra cui il luogotenente Gore che aveva redatto il documento l’anno precedente. In questi numeri sono considerati anche i 3 defunti di Beechy Island. A lasciare le navi diretti verso sud sono perciò i due equipaggi uniti, in tutto 105 uomini tra soldati, marinai, ufficiali e altri professionisti. Per resistere nel panorama artico erano necessari anche esperti di sopravvivenza, esploratori, cacciatori. Difficile anche dire quanti viveri avessero ancora a disposizione e quanto fossero in forze e in salute per intraprendere un viaggio nell’ignoto via terra. La loro destinazione, il fiume Back (o Great Fish River), era stato mappato nel 1834 da George Back fino alla foce e gli ufficiali inglesi dovevano sapere che si trovava qualche miglia a sud dell’Isola del Re Guglielmo.
La spedizione di ricerca di McClintock continua seguendo il litorale. Il 30 maggio lungo la costa est dell’Isola di Re Guglielmo viene scoperta una piccola imbarcazione, una scialuppa di salvataggio riadattata a slitta. All’interno giacciono i resti di due scheletri ma quello che più sorprende McClintock sono la grande quantità di oggetti di vario tipo lì conservati: stivali, spugne, saponi, tovaglie, spazzolini, fucili, orologi, alcuni libri devozionali, seghe, chiodi, contenitori in pelle, stoviglie, piatti, alcuni chili di tè e cioccolata. Era tutto materiale proveniente dalla Erebus poiché i diversi cucchiai e forchette erano marchiati con i cognomi degli ufficiali di questa nave: Franklin, Gore, Le Vesconte, Fairholme, Goodsir. Rimane difficile capire il perché di tale accumulo, Leopold McClintock capì che quella barca era stata convertita a slitta da trasporto: l’idea era avanzare via terra e una volta raggiunto il fiume citato sul documento, il Back’s Fish, riconvertire il mezzo a scialuppa per risalirlo. Tuttavia, il mezzo era certamente molto pesante, conservava troppi oggetti inutili in vista di un lungo viaggio di sopravvivenza e non era così lontana dal luogo dove si supponeva essere localizzata la Erebus, non doveva aver percorso molti chilometri dalla partenza.
McClintock ripartì e presto rinvenne lungo la costa altre tracce degli uomini di Franklin, probabilmente in luoghi dove si erano accampati lasciandosi dietro una serie di oggetti non necessari alla marcia: abiti, attrezzi da lavoro, scatole di latta vuote, vecchie vele, alcuni strumenti di navigazione. Purtroppo nessun diario o lettera che potesse rivelare altre informazioni. McClintock concluse il viaggio attorno l’Isola di Re Guglielmo raggiunse la Fox e tornò a casa per settembre. Fu nominato cavaliere per il suo servizio.

Altre informazioni pervennero da una spedizione sovvenzionata dal governo americano e capitanata dall’esploratore Charles Francis Hall. Costui fece due viaggi importanti, il primo tra il 1860 e il 1862 e il secondo tra il 1864 e il 1869. Operò quasi come un antropologo vivendo fra gli inuit del nord del Canada e adeguandosi totalmente ai loro usi e costumi. Raccolse nuove informazioni che confermavano quello che già John Rae aveva appreso una decina di anni prima: avvistati uomini bianchi debilitati nell’artico, stremati dalla fame e che hanno ricorso al cannibalismo per sopravvivere. Non solo, alcune famiglie inuit raccontarono di essere entrate in contatto con questi europei quando erano ancora in vita, guidati da un uomo individuato come Francis Crozier, capitano della Terror, ma li seminarono per paura di essere aggrediti. Gli inuit raccontarono di aver trovato negli anni a seguire diversi cadaveri di costoro, a volte isolati e a volte a gruppi. In più, qualche indigeno racconterà di aver potuto visitare più volte una grande nave incagliata in acque basse al largo dell’Isola di O’Reilly e di avervi trovato numeroso materiale europeo fra stoviglie, attrezzi per la navigazione e libri. Purtroppo tale nave affondò, gli inuit ammisero che era per colpa loro in quanto ne prendevano i materiali per costruire utensili e capanne. Charles ottenne qualcuno di questi oggetti rubati alla spedizione e altri ne trovò nel corso dei suoi movimenti lungo le coste dell’Isola di Re Guglielmo. Nessun libro o diario, gli eschimesi non consideravano la carta un materiale di alcuna necessità. Individuò anche qualcuno dei morti che si operò a seppellire (né gli inuit e né McClintock avevano provveduto a farlo). Anche l’esploratore successivo, Frederick Gustavus Schwatka, si dedicò a seppellire i resti che trovò lungo la sua ricerca. Egli ripercorse fra il 1878 e il 1880 la via di McClintock ma arrivando via terra come Hall e come quest’ultimo fu sovvenzionato da istituzioni americane. Non riuscì a trovare le due navi e nemmeno la tomba di Franklin, però individuò la sepoltura di un ufficiale (probabilmente John Irving della Terror) inoltre marcò alcuni dei ritrovamenti con dei piccoli monumenti di pietre riscoperti dagli archeologi in epoca recente.
Quella di Schwatka fu anche l’ultima operazione degna di nota. Nel 1875 Lady Franklin, ormai ottantaquattrenne, organizzava la sua settima spedizione capitanata da Allen Young, compagno di viaggio di McClintock, a bordo della HMS Pandora (nave che avrebbe a sua volta affrontato un destino tragico una decina di anni dopo). Il viaggio di Young fu infruttuoso, il ghiaccio lo bloccò ancora prima di raggiungere l’artico canadese. Mentre era via, Lady Franklin morì e con lei le ultime intenzioni dei governi di prodigarsi nella ricerca di qualsiasi altra informazione in merito al capitano John Franklin, ai suoi equipaggi e alle sue navi. Gli inglesi conclusero le ricerche anche in concomitanza con la comprensione che un Passaggio a Nord Ovest, sempre se esistente, non fosse praticabile per un uso commerciale o militare. Inoltre, adesso avevano a disposizione una mappatura pressoché esaustiva del territorio eseguita da tutte le spedizioni di salvataggio inviate dal 1848 in poi. A completare ufficialmente la traversata fu l’esploratore norvegese Roald Amundsen nel 1905-1906 a bordo della Gjøa. Costui fu pienamente influenzato da John Franklin avendone letto in giovane età i resoconti delle spedizioni a Coppermine e a Mackenzie.
Le ricerche archeologiche
Le prime ricerche nell’area furono eseguite da equipe di esploratori privati e militari canadesi durante esercitazioni; sebbene abbiano segnalato qualche ritrovamento, i loro sforzi non hanno mai seguito una sistematicità accademica e archeologica arrivando anche a confondere sepolture inuit con i resti della spedizione inglese. Per uno studio più strutturato bisognerà attendere gli anni ‘80.
Nel 1982 il professore Owen Beattie ha ripercorso i viaggi di McClintock/Schwatka e condotto ricerche minuziose nell’area che si pensava fosse quella della famosa barca-slitta con i due scheletri. Nel 1984 il team di Beattie ha richiesto e ottenuto il permesso di riesumare ed esaminare i cadaveri tumulati a Beechey Island, quei tre uomini dell’equipaggio di Franklin morti e sepolti lì durante l’inverno del 1845 e già segnalati nel 1850. Tutta l’operazione è stata registrata via video e pubblicata nel 1988 sul documentario Buried in Ice. Il fine era chiarire le cause della morte per arrivare a capire i motivi della disfatta della spedizione.
Nel 1992 vennero condotte nuove ricerche attorno allo stesso sito esaminato da Beattie dieci anni prima. Vennero catalogate centinaia di parti ossee, tutte di provenienza europea, alcune con segni da taglio che andavano così a confermare la pratica del cannibalismo. Nel 1994 il ricercatore Woodman eseguì nuove esplorazioni lungo la costa, ma il suo team non rinvenne dati importanti se non qualche altro suppellettile e le tracce di un accampamento. In questi anni vengono avviate anche le ricerche via mare per rintracciare i relitti delle due imbarcazioni (in seno a questi monitoraggi nel 2010 viene trovata la HMS Investigator, una delle navi inviate per cercare Franklin). Finalmente lo slancio archeologico ha dato i suoi frutti: nel 2014 viene trovato il relitto della HMS Erebus a sud dell’Isola di Re Guglielmo e a ovest dell’Isola di O’Reilly adagiata sotto appena 11 metri di profondità. Nel 2016 viene scorta anche la HMS Terror, in quella che per pura coincidenza era stata chiamata Terror Bay, lungo la costa sud dell’Isola di Re Guglielmo a 24 metri di profondità. Fino al 2020 entrambe le navi sono state visitate annualmente da gruppi organizzati per rilevamenti archeologici e l’ottenimento di nuovi reperti da studiare e catalogare.

Le speculazioni: cosa successe alla spedizione?
Dato che non è mai stato trovato un diario di bordo o uno scritto dettagliato di ciò che avvenne alle due navi possiamo fare solo delle ipotesi in merito al fallimento del viaggio di Franklin. Fortunatamente sappiamo almeno in parte le vicende delle ciurme grazie al documento trovato da McClintock, quest’ultimo segnalò sul suo libro di viaggio la fortuna di averlo rinvenuto in tempo dato che probabilmente non sarebbe sopravvissuto a lungo nel clima artico. L’altro scritto importante ritrovato è il portafogli di Henry Peglar, una testimonianza preziosa per definire lo svago scritto di un ufficiale della marina ma che non espone nessuna spiegazione sul fato di chi lo scrisse. Per poter avere un quadro quanto più completo possiamo basarci sulle testimonianze inuit raccolte all’epoca e sulle ricerche archeologiche eseguite negli ultimi decenni.
L’analisi delle tre tombe a Beechey Island e l’autopsia dei corpi possono dare una prima speculazione in merito alla salute della ciurma [nota: le tombe sono quattro poiché lì fu seppellito nel 1854 anche Thomas Morgan della nave di soccorso North Star, più la presenza di un cenotafio per commemorare la morte del luogotenente Joseph Rene Bellot affogato nel 1853 durante le ricerche]. Sono stati evidenziati alti livelli di piombo, tracce di tubercolosi, botulino e, nel caso di John Torrington, polmonite. A lungo il piombo è stato considerato il primo colpevole per il fallimento: le lattine rinvenute in loco erano saldate con questo materiale e si ipotizzò che ciò avesse avvelenato il cibo. A concorrere a questa possibilità anche gli impianti in piombo per la desalinizzazione (atti a fornire acqua pura per le due motrici a vapore degli scafi) che forse venivano usati per avere acqua calda per la cucina e per il tè, dopotutto erano inglesi e non facevano a meno di questa bevanda in ogni condizione. L’avvelenamento da piombo, o saturnismo, provoca indebolimento, problemi digestivi e neurologici fino a condurre alla morte. Negli anni l’avvelenamento da piombo è stata scartata come causa principale: anche altri equipaggi inglesi detenevano le stesse condizioni alimentari e nautiche e non sono periti nella regione artica (ricordiamo la nave di soccorso HMS Investigator rimasta bloccata nei ghiacci per ben tre anni con scorte simili), inoltre c’è più di un anno a separare la morte dei sepolti di Beechey Island da coloro che hanno disertato le navi. Gli alti livelli di piombo erano anche compatibili con la normale vita dei cittadini di Londra, da dove proveniva parte dell’equipaggio, circondati dall’inquinamento della prima era industriale e dall’impiego quotidiano delle tubature in piombo nei loro edifici. Non un ambiente salubre, probabilmente nefasto per gli uomini della Erebus e della Terror, sicuramente ha influito sulla salute psicofisica generale, ma non fu l’unica causa di morte.
Un altro dato che ha decretato il fallimento della spedizione è stata la scelta del percorso. Con il ritirarsi dei ghiacci e lasciata Beechey Island nella primavera del 1846, John Franklin decise di dirigersi a sud, forse con l’idea di ritrovarsi nei territori da lui esplorati venti anni prima lungo la foce del fiume Mackenzie (in realtà centinaia di miglia a ovest). Invece i ghiacci lo bloccano fra l’Isola di Re Guglielmo e l’Isola Victoria. In quel punto una corrente fredda proveniente da nord tende a consolidare i ghiacci anche nel periodo estivo rendendo vani i tentativi dei genieri di romperli e impossibilitando il ritorno indietro verso Beechey Island. Nell’estate del 1846 un clima più favorevole del normale aveva permesso alle navi di avanzare lungo quelle rotte fino al 12 settembre quando rimasero bloccate; gli equipaggi le abbandonarono il 22 aprile del 1848 forse immaginando che anche quell’anno non si sarebbero liberate. Non solo, le navi di soccorso inviate successivamente non sono state in grado di raggiungere la posizione della Erebus e della Terror perché il passaggio percorso da queste, lungo lo Stretto di Peel (Peel Sound), era rimasto coperto dai ghiacci anche durante le estati seguenti. Infine, Franklin non aveva lasciato dietro di sé nessun indizio in merito ai suoi movimenti, cosa che alcune navi del tempo facevano tramite la costruzione di piccoli cumuli di pietre, fu così che la Resolute arrivò in contatto con la Investigator salvandone la ciurma. Si noti che Roald Amundsen nel suo tentativo (riuscito) di trovare il Passaggio a Nord-Ovest avrebbe fatto un percorso simile ma passando a est dell’Isola di Re Guglielmo e non a ovest, qui avrebbe comunque atteso due inverni a causa della tenacia del ghiaccio in quella regione.
La decisione di abbandonare le navi e tentare la via di terra fu forse presa molto tardi con un equipaggio debilitato e forse riottoso dopo la morte del comandante Franklin. Oltre alla contaminazione di metallo nei cibi, alcuni studiosi hanno ipotizzato che alcune scatole non fossero sigillate correttamente facendo andare a male molto del cibo predisposto. Inoltre è stato notato come gli animali cacciati in zona possano essere portatori di batteri che causano botulismo, con conseguente deficienza e debolezza degli essere umani che ne sono venuti a contatto. Non ultimo, l’insorgere dello scorbuto, la malattia dei marinai da secoli, causata dalla mancanza di assunzione di vitamina C. Gli inglesi la conoscevano e avevano approntato delle scorte di succo di limone per ogni vascello, tuttavia non è dato sapere se ne avessero riserve prima di sostenere la lunga marcia verso sud. A comunicare che la mancanza di viveri forse comunque un problema sono state le testimonianze degli inuit. Raccolte da John Rae (1854), Charles Francis Hall (1860, 1869) e Frederick Schwatka (1880), segnalavano che alcune famiglie inuit avessero incontrato i superstiti inglesi e di come quest’ultimi sembrassero deboli e denutriti chiedendo (a gesti) di barattare alcuni oggetti con del cibo. Speravano di riuscire a sostenersi con la caccia ma quella zona era povera di fauna e priva di qualsiasi pianta edibile. Furono gli inuit a rinvenire tracce di cannibalismo sui resti rimasti lungo il cammino, raccontando di arti recisi a lama e di ossa bollite. Le ricerche moderne hanno confermato questa informazione: su alcuni resti studiati nel 2024 sono stati notati segni di taglio più l’annerimento delle estremità in concomitanza con la bollitura in pentola. Non solo, grazie all’esame del DNA e la presenza di un discendente è stato possibile risalire al proprietario di una mandibola così trattata: James Fitzjames, capitano della Erebus.
Questi resti sono stati rinvenuti nell’Isola di Re Guglielmo a Erebus Bay in un punto di studio nominato NgLj-2 a circa 80 chilometri da dove le navi furono abbandonate il 22 aprile 1848. Si ipotizza che gli uomini lì rinvenuti siano morti tra maggio e giugno, dopo appena un mese dalla loro partenza. In questo tratto sono state rinvenute centinaia di parti ossee disperse sul terreno da agenti atmosferici e da animali spazzini; a livello archeologico si tratta di almeno venti uomini differenti, fra cui il già citato James Fitzjames e l’ingegnere John Gregory (riconosciuto nel 2021 anche lui grazie all’analisi del DNA). Un numero così alto di perdite, più la registrazione di atti di cannibalismo, collegate alla scialuppa-slitta rinvenuta da Leopold McClintock nel 1859, fa ipotizzare che quest’ultima fosse stata abbandonata poiché troppo pesante e gli uomini in grado di spostarla troppo deboli se non moribondi. Infatti, un altro tassello che ha compromesso il destino delle due ciurme è stato la mancanza di personale atto a sopravvivere nelle lande dell’estremo nord. McClintock era un veterano dell’esplorazione artica e dello spostamento tramite slitta, egli notò subito come una scialuppa così riadattata dovesse essere spinta da almeno otto uomini in salute per poter procedere in quei lidi a velocità sostenuta. Quindi, è lecito supporre che non vi erano professionisti della sopravvivenza e dell’esplorazione in grado di valutare i metodi più pratici per muoversi e cacciare. Al tempo molti viaggiatori dell’Artico assumevano guide inuit in grado di conoscere il territorio, le tecniche per sopravvivere e farsi anche da interpreti con le comunità locali. John Franklin non ha voluto, o potuto, munirsi di qualcuna di queste guide muovendosi in un territorio sconosciuto, mappato solo parzialmente, soffiato da venti gelidi che mantengono una temperatura fra i -50° d’inverno e i +10° d’estate. Fra la posizione delle navi al loro abbandono e la foce del fiume Back, l’obiettivo dei sopravvissuti, vi sono circa 400 chilometri (seguendo la costa) e i ritrovamenti archeologici segnalano il perimento di circa 20 uomini dopo appena 80 chilometri e solo a un mese dalla partenza. In condizioni di denutrimento, tanto da dover ricorrere al cannibalismo, difficile ipotizzare quanto tempo sarebbero potuti durare i superstiti.
I resti a Erebus Bay non furono gli ultimi rinvenuti, le testimonianze inuit raccolte da Charles Francis Hall riferivano di corpi lungo tutta la costa sud dell’Isola di Re Guglielmo (dove McClintock rinvenne lo scheletro col diario di Henry Peglar) ma ricerche archeologiche non hanno registrato scoperte notevoli. Ricordiamo che le fonti inuit consultate da John Rae si riferivano a uomini bianchi viandanti ancora nel 1851 (poi deceduti entro l’anno successivo). Non sappiamo dove fossero localizzati costoro a quel punto; sia Hall che Schwatka registrarono resti di gruppi di morti a sud-est dell’Isola di Re Guglielmo e anche sulla riva opposta nella Penisola di Adelaide in una località denominata Starvation Cove. In effetti un altro uomo viene rinvenuto e poi identificato. Charles Francis Hall nel 1869 trovò i resti di un ufficiale che invia lo stesso anno in Inghilterra, qui vengono indicati come quelli di Henry Le Vesconte, luogotenente della Erebus, ma nel 2009 nuovi studi ipotizzano essere quelli di Harry Goodsir, medico di bordo della Erebus. Fu rinvenuto a Todd Island, sud-est dell’Isola di Re Guglielmo, si presume che fosse deceduto a causa di un’infezione a un dente. Se da una parte alcuni uomini sono periti quasi subito dopo la partenza, altri erano riusciti a percorrere quasi metà del tragitto necessario. Alcuni dovevano essere riusciti a passare lo Stretto di Simpson e raggiungere la Penisola di Adelaide, sebbene non ne abbiamo evidenze archeologiche. Passò un pò in sordina l’informazione che nel 1855 a Montreal Island l’esploratore James Anderson rinvenne una tavola in legno con la scritta “Terror” e un frammento con il nome “Mr Stanley” (combacia con il chirurgo della Erebus), appena pochi chilometri dalla foce del fiume Back e circa a 50 chilometri da Starvation Cove. Purtroppo ulteriori ricerche archeologiche in merito non hanno rinvenuto niente così a sud, inoltre non combacia con gli scritti di Charles Hall che nel 1869 esplicitava di non aver trovato niente a Montreal Island. Rimangono speranzose testimonianze inuit che riferivano di un piccolo gruppo di uomini bianchi giunti fino a Baker Lake e che alcuni studiosi ipotizzano fossero guidati da Francis Crozier, capitano della Terror. Tuttavia l’immagine dei marinai che sopravvivono per cinque-sei anni nell’artico non si sposa bene con le evidenze archeologiche degli uomini caduti dopo solo poche settimane dalla partenza. Un’ultima testimonianza degna di nota è sempre raccolta da Hall: gli inuit che ebbero modo di visitare la Erebus prima che affondasse dissero di aver trovato al suo interno un altro cadavere di un uomo bianco. Questa informazione lascia spazio a quattro possibilità: 1. Gli inuit se l’erano inventata. 2. Non tutti i 105 uomini avevano abbandonato le navi all’aprile del 1848. 3. Qualcuno era tornato indietro dopo l’inizio della marcia. 4. Un esploratore sconosciuto e solitario era giunto fino a lì e poi è spirato. In ogni caso, le ricerche effettuate sul relitto a oggi non hanno rinvenuto resti umani.
Se da una parte, un territorio così tanto isolato e ostico ha permesso di far arrivare fino ai nostri giorni così tanti materiali di quella sfortunata spedizione, dall’altra, la sua distanza e vastità rende complicato il processo di ricerca. Alcuni gruppi di archeologi riescono quasi ogni anno a passare qualche giorno a raccogliere dati in loco, anche grazie al supporto delle istituzioni canadesi e della Regione Nunavut, ma è complicato passare in rassegna tutto il territorio per cercare nuove tracce dal passato. Uno degli elementi più pressanti è la mancata collocazione della tomba di Sir John Franklin, sempre se ce ne sia mai stata una. Appurato che non è stata scovata dalle prime spedizioni, constatato che gli inuit non ne abbiano mai fatto menzione, segnalato che neanche le recenti ricerche l’abbiano rilevata, manca da sapere dove si trovi, nonché anche quelle degli altri uomini e ufficiali morti prima del 26 aprile 1848. Se tali sepolture fossero state eseguite nell’entroterra dell’Isola di Re Guglielmo, oppure in qualche isoletta attigua, non è dato sapere. Approntare una ricerca su vasta scala è al momento proibitivo per i costi della stessa e per il personale necessario a tale impresa, senza contare che è un servizio che si può eseguire solo nei mesi più caldi dell’anno con il ghiaccio ritirato dalle zone di interesse. Ovviamente, se per puro caso venisse ritrovato il diario di bordo di una delle due navi riusciremmo ad avere risposte alla maggior parte dei dubbi sorti in un secolo e mezzo di ricerche. Purtroppo, la serie di eventi fortuiti per fare in modo che tale volume sia sopravvissuto e integro sono così improbabili che non vale la pena di depositare le speranze degli studiosi in essi.
Appendice: attorno alla spedizione di Franklin
Il capitano che scopre il passaggio a nord ovest a piedi
Fra le navi di soccorso inviate alle ricerca di Franklin vi era anche un veliero che abbiamo già citato: HMS Investigator, che incominciò le sue ricerche nel 1850 provenendo da ovest, dallo stretto di Bering, e inoltrandosi verso est lungo lo stretto di Melville. Qui rimase bloccata fra i ghiacci a ridosso delle coste nord dell’Isola di Banks. Gli equipaggi erano guidati da Robert McClure che decise di attendere il disgelo per poi ripartire. Attese per tre anni prima di essere raggiunto dall’equipaggio della Resolute che lo convinse ad abbandonare la nave e tornare con loro verso est al campo base di Beechey Island. Sebbene il tragitto fu percorso tramite slitta, poi a bordo della Resolute e poi di nuovo tramite slitta quando anche questa nave fu abbandonata, il capitano Robert McClure fu riconosciuto come il primo ad avere percorso il Passaggio a Nord Ovest e premiato con il titolo di Cavaliere e 10.000 sterline. Non avrebbe più fatto altre spedizioni nell’artico.
L’artista che percorre il passaggio a nord ovest a piedi
Nella Investigator c’è un ufficiale, il luogotenente Samuel Gurney Cresswell, il quale è responsabile degli ammalati della nave. Dopo il soccorso della Resolute e poi l’arrivo a Beechey Island, Cresswell ha l’onere di evacuare l’Artico con i moribondi nell’autunno del 1853, in anticipo rispetto al capitano Robert McClure che tornerà in Inghilterra un anno dopo. Tecnicamente quindi è Samuel Gurney Cresswell il primo ufficiale ad avere completato la traversata del passaggio a nord ovest. Tuttavia oggi viene ricordato per un talento più apprezzabile: l’arte. I suoi quadri ad acquarello e i suoi disegni sono tra le più notevoli rappresentazioni della marina nell’artico fatte da uno dei suoi protagonisti.
Il relitto più a nord di tutti
Il Guinness World Record per il relitto più a nord spetta alla Breadalbane. Questa era una nave da rifornimento inviata la primavera del 1853 assieme alla HMS Phoenix dal governo britannico a supporto della North Star, quella che stava fungendo da avamposto per la Resolute in soccorso dell’Investigator. Ebbene, la Breadalbane raggiunge la North Star, ovviamente a Beechey Island, ma il 21 agosto mentre è ancorata viene perforata da una lastra di ghiaccio e affonda mentre l’equipaggio viene fortunatamente salvato dalla Phoenix. Il record viene decretato nel 1980 quando il relitto viene localizzato a cento metri di profondità e mezzo chilometro a sud di Beechey Island.
La Resolute non è solo una barca
La HMS Resolute fu abbandonata nel maggio del 1854 poco dopo aver soccorso Robert McClure e il suo equipaggio. La nave non era affondata, era rimasta bloccata su un lastrone di ghiaccio che la portò via con sé verso est per quasi duemila chilometri prima di essere incrociata dalla baleniera americana George Henry il 10 settembre del 1855. Il capitano James Buddington mobilitò il suo equipaggio e riuscì a recuperare il vascello ancora in buono stato riportandola in porto. La Resolute fu restaurata dagli americani e poi restituita agli inglesi in segno di concordia nel dicembre del 1856. La nave seguì il servizio nella marina fino al 1879 quando fu smantellata. Era uso all’epoca recuperare quanto più materiale possibile dai vascelli e usarne il legname per fabbricare mobili di pregio. Il governo britannico ordinò che dai resti della Resolute venissero realizzate quattro scrivanie, una delle quali fu donata nel 1880 al presidente americano Rutherford B. Hayes in segno di riconoscenza per il recupero della nave. Quella scrivania, la Resolute Desk, è tutt’oggi presente allo Studio Ovale della Casa Bianca.
Epilogo. Il Passaggio a Nord Ovest
Negli ultimi anni il Passaggio a Nord Ovest sta diventando una tratta possibile. Le foto dello spazio dimostrano che non è più perennemente coperta dai ghiacci dato che in estate questi tendono a ritirarsi sempre di più. Alcune compagnie turistiche approntano già delle crociere nella zona per gli amanti della desolazione artica e c’è chi si chiede se l’itinerario di Roald Amundsen non possa diventare la nuova proposta fissa per i tour operator. Anche imprese commerciali iniziano a prendere in considerazione il tragitto andando così a esaudire i desideri dell’ammiragliato inglese di duecento anni fa: una via nautica per collegare più velocemente i mercati europei con quelli asiatici. Non è davvero una prospettiva rosea. La causa di tutto ciò è il riscaldamento globale, un Canada libero dai ghiacci significa innalzamento dei livelli del mare nonché un cambiamento geografico globale che coinvolge flora, fauna ed essere umano. Non solo, un ridisegno dei confini con il cambiamento dello status quo a cui stiamo assistendo negli ultimi anni può anche significare una rivalutazione di tutti quegli spazi che fino adesso erano stati ignorati perché troppo freddi e complicati da raggiungere. Dopo duecento anni, fra spedizioni britanniche e internazionali interessate a scoprire nuovi lidi o a piantare una bandiera sul tetto del mondo, l’Artico tornerà a essere centrale nel piano decisionale delle nuove potenze, con o senza il suo Passaggio a Nord Ovest.


